Cover image: Lino Frongia, Lo spinario, olio su tela, 150×130, 2014-2016 (dettaglio)
In uno degli spazi riservati alle collezioni d’arte, spazio tra i migliori d’Italia per illuminazione, per abbinamenti delle cornici e delle didascalie, per il colore dell’arredamento scenografico e per la disposizione, installazione, esposizione delle opere, insomma per la particolare e raffinata “cura espositiva”, al Palazzo Piacentini in via Toledo a Napoli (gestito dalla Fondazione Intesa San Paolo), durante una visita, al vivace passaggio di un gruppo di giovanissimi, studenti di scuola di istruzione superiore, un professore che li accompagnava e catechizzava, giunto nella stanza di una mostra di Schifano, esordiva osservando, in modo alquanto perentorio, che nel secondo Novecento l’arte non è più rappresentazione.
Una frase che non solo costituisce il modo peggiore per introdurre un passaggio da una sensibilità a un’altra, ma è anche il frutto di un fraintendimento grossolano e deprecabile.
L’arte è sempre rappresentazione, perché non esiste il non-rappresentabile, inoltre è rappresentazione della propria visione e non del visto, è una interpretazione, un ritaglio molto personale di ciò che è rappresentabile.
Per di più, il contenuto esperienziale nella mente è una rappresentazione del mondo esterno, quindi l’artista induce a riflettere sul modo di percepire e di elaborarne la sensazione, al fine di far soffermare l’utente su se stesso e sul proprio limite, sull’umana carenza nell’approccio al mondo, critica dell’opinione a favore di una esperienza che fornisce strumenti per un aumento del (sesto) senso dello spirito critico: tra percezione idea e mondo ci sono delle interrelazioni che rendono l’uomo vittima di se stesso e dei propri errori.

In una sua opera1, lo scrivente afferma che la rappresentazione artistica non è riproduzione, non significa affidare al pensiero linguistico l’interpretazione dei segni, ma è un guardare attraverso. È un guardare nell’oggetto il proprio vedere, un riflettersi nella propria visione in qualità di oggetto del mondo, per tornare infine a sé attraverso lo sguardo dell’oggetto che interroga il vedente. Il mondo è un secondo mondo che fonda la rappresentazione. Si tratta dello stesso processo attraverso cui un’immagine diventa opera d’arte. Non è l’oggetto dunque l’obiettivo della rappresentazione artistica, ma il vedere, lo sguardo che torna all’osservatore attraverso l’oggetto, e questo non implica una differenza tra la pittura figurativa e la pittura astratta, anzi, privilegia la figurativa proprio per il fatto che lo sguardo è sempre nel mondo, intriso di modo e non si può separare e rendere metafisico in una visione solipsistica, propria del concetto astratto, dell’astrazione.
Il professore avrebbe dovuto dunque parlare di un passaggio dall’arte della rappresentazione figurativa che identifica l’osservazione della realtà con lo sguardo della realtà, a quella di un’arte rappresentativa astratta, che denuncia una assimilazione del proprio sguardo a una visione sostanzialmente segnica, linguistica, filosofica, più che visiva, che però comporta un altro fraintendimento, che bisognerebbe, una volta per tutte, provvedere a chiarire per cercare di dirimere la vieta questione secondo cui l’arte “contemporanea” costituirebbe, in base a questa stessa definizione, “escludente”; un unicum, un caso “storico” originale, tanto da interrompere il confronto con ciò che l’ha preceduta.
In primis ogni arte è transitoria ed esprime un modo del vedere da parte degli artisti che viene comunque nell’epoca successiva smentita o superata; inoltre, se si vuole proprio discutere di filosofia dell’arte, ebbene, l’arte è il come dello sguardo, si identifica con il modo di vedere storico dell’individuo artista, il quale sfrutta i mezzi tecnici a sua disposizione per definire un modo singolare di vedere in rapporto sia al passato sia al presente sia al futuro, esibendo un’interpretazione (il proprio “stile”) di un dettato antropologico complesso, giunto fino a lui attraverso l’evoluzione della specie, e le trasformazioni dell’esigenza di vedere dei primitivi rispetto a quello dell’homo sapiens, al come dei greci, dei latini, di Giotto, di Pier della Francesca, di Giovanni Bellini, di Caravaggio, fino al come dei nostri giorni.
Che cos’è il come dello sguardo? È il rappresentare la rappresentazione, ciò che per il poeta è il come della parola, il parlare la parola, l’atto di assumere la parola non come strumento ma come fine del proprio operare, svelando la voce, il corpo, e il vocativo, il farsi lingua da parte del corpo e il farsi corpo da parte della lingua, l’incarnarsi della natura in un corpo-segno.
È dunque il fare di un contenuto un’interpretazione del sistema percettivo da sempre negato, di ciò che essa costituisce per il singolo e per l’umanità, il vero di ciò che la distingue sguardo, gesto, silenzio, e anche ciò che la rende possibile, e che ne fa un vettore nella differenza che corre, per esempio, tra semantica e sintassi, tra necessità percettiva e memoria, tra urgenza espressiva e informazione, ovvero in campo comunicativo (e per campo si intende proprio quello della fisica quantistica, un orizzonte degli eventi).
Il come dello sguardo è una sorta di attualizzata metafisica insita nel modo di osservare e di vedere del pittore, che conduce lo sguardo a costituire una rappresentazione della rappresentazione del mondo, un vedersi del mondo nella cecità degli esseri.
Gli artisti sono ancor oggi i portatori di tale istanza, quindi l’arte è sempre innovazione, ed è da smentire come falsa e ipocrita la definizione propinata dagli intellettuali funzionali al regime, che definiscono l’arte prodotta ai nostri giorni come “contemporanea”, definizione frutto di un fraintendimento logico prima che filosofico ed estetico, causato dal mercato e dai suoi mercanti.

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1Queste tesi espresse già in parte nel mio “Sensibili alle forme. Che cos’è l’arte”, Mimesis, 2019, vogliono costituire il primo scritto di una serie di riflessioni pedagogiche sull’arte, che tenevo ad esprimere per un omaggio alla grande arte pittorica italiana dei nostri giorni e in particolare a Lino Frongia, uno dei massimi artisti del nostro tempo, una persona che incarna il talento misterioso e universale dell’Artista-genio.