La fiaba che vede come protagonista Biancaneve è sicuramente una delle più famose della tradizione europea. La versione di essa più conosciuta è quella scritta dai fratelli Jacob e Wilhelm Grimm nel 1812, pubblicata nella raccolta Le fiabe del focolare (titolo originale in lingua tedesca: Kinder und Hausmarchen), rivisitata in diverse occasioni fino al 1857. I cittadini della Bassa Franconia, e più precisamente gli abitanti della città di Lohr, sostengono che la tradizione relativa a Biancaneve sia da attribuire ad un fatto accaduto nel loro territorio, come vedremo in seguito.
Storia vera o folklore?
I fratelli Grimm erano profondi conoscitori del folclore popolare mitteleuropeo e delle principali leggende ad esso connesso e, per questo, gli studiosi non escludono che la fiaba di Biancaneve possa aver tratto origine da fatti realmente accaduti, sapientemente trasfigurati in una significativa metafora narrativa. Diversi ricercatori hanno tentato di seguire le tracce della “vera” Biancaneve, la cui vicenda, tramandata oralmente ed arricchita di nuovi particolari nel corso del tempo, sarebbe arrivata fino ai fratelli Grimm. Tra le varie ricostruzioni, spicca lo studio condotto da Karl-Heinz Barthels negli anni Ottanta del secolo scorso, secondo il quale la figura di Biancaneve corrisponderebbe a quella storica di Maria Sophia Margaretha Catharina von Erthal, nata nella già citata città di Lohr e figlia di un notabile, nonchè rappresentante del Principe elettore tedesco. Come nella fiaba, Maria Sophia aveva perso la madre in giovane età ed aveva dovuto subìre i soprusi della seconda moglie del padre, una certa Claudia Elisabeth von Reichenstein, che aveva cercato in ogni modo di favorire la posizione familiare e sociale dei figli avuti nel precedente matrimonio. La giovane Maria Sophia sarebbe stata perfino costretta a lasciare il palazzo paterno ed a vivere nei boschi, dove peraltro c’erano molte miniere nelle quali lavoravano persone di bassa statura ed addirittura bambini. Ciò avrebbe in qualche modo alimentato la fantasia dei personaggi dei sette nani. La ragazza, tuttavia, secondo le cronache, morì di vaiolo pochi anni dopo, inasprendo ancora di più l’avversione dei cittadini di Lohr nei confronti della perfida matrigna. L’analisi di Barthels è stata anche sfruttata in chiave turistica: tuttora è ancora possibile visitare il castello della famiglia von Erthal, con la facoltà di ammirare il cosiddetto “specchio parlante”, che la cattiva matrigna avrebbe consultato per ricevere conferma della propria bellezza. In realtà, si tratta di una sorta di “giocattolo acustico”, molto diffuso tra le classi agiate nel Settecento, che le era stato donato dal debole marito.
Un’ulteriore ipotesi è stata elaborata da Eckard Sander nel 1994, per il quale l’origine di Biancaneve sarebbe da individuare in Margaretha von Waldeck, nata a Bruxelles nel 1533. La ragazza, di cui si innamorò in età giovanile il futuro Filippo II di Spagna, sarebbe stata eliminata dalla polizia segreta al soldo del re in carica, che la considerava una minaccia per il matrimonio già combinato del figlio. La fanciulla fu uccisa con il veleno ed anche nella sua vita vi sono alcune corrispondenze con la fiaba: orfana in giovane età ed affidata ad una matrigna che non nutriva nei suoi confronti alcun affetto. A ciò si aggiunge il fatto che suo padre, Filippo IV di Waldeck, era titolare, in un’area geografica non lontana da Bruxelles, di alcune miniere, elemento che avrebbe potuto favorire la storia dei nani. Ed ancora, in tale ricostruzione, compare la figura dello Stregone dei Meli, uno spauracchio che serviva per indurre i bambini a comportarsi bene, non rubando nei frutteti altrui, in quanto capace di avvelenare le mele ed ingenerare fortissimi dolori alla gola ed allo stomaco. Il particolare della “mela avvelenata”, confluito poi nella versione finale della fiaba, sarebbe nato dalla sovrapposizione della triste vicenda di Margaretha con un personaggio del folclore popolare locale.
Molto interessante e suggestiva è risultata la proposta interpretativa del 1996 avanzata dal professor Giuliano Palmieri, secondo il quale la fiaba di Biancaneve potrebbe avere un’origine “italiana” e provenire dalle valli del Cordevole, in provincia di Belluno, nella splendida cornice delle Dolomiti. La figura di Biancaneve sembrerebbe ispirarsi alla marchesa di origine veneziana Giovanna Zazzera o Zazzara che usava tingersi il viso di bianco e le guance di rosso, in assonanza con la consuetudine della famiglia che adoperava uno stemma d’argento alla fascia rossa, cioè una fascia rossa su uno sfondo bianco. Lo stemma si ispirava ad una battaglia, in cui il capostipite della famiglia, un certo Pietro Zorzi, durante la conquista di Curzola, espose un panno di lino bianco macchiato del proprio sangue. Questo evento richiama la favola di Giambattista Basile Il corvo, che vede come protagonista un re che desidera avere una moglie dalle guance rosse e dalla pelle bianca come la neve, dopo aver osservato il contrasto tra il sangue di un corvo morto stecchito con il candore della neve. La marchesa Giovanna Zazzera peraltro si sarebbe sposata più volte con esponenti della famiglia Corvi di Sulmona, imparentati con la casata tedesca degli Hohenzollern, ispirando lo stesso Basile nella creazione dell’intreccio della trama della fiaba. Lo scrittore, poi, con i suoi frequenti viaggi presso le corti italiane ed europee avrebbe influenzato le versioni successive della narrazione. Non bisogna dimenticare, inoltre, che lo studioso Graham Anderson evidenzia le similitudini tra la fiaba di Biancaneve e la leggenda romana di “Chione”, o Neve, riportata nelle Metamorfosi di Ovidio. Non a caso la città natale di Publio Ovidio Nasone è proprio Sulmona, coincidenza che tende a rafforzare la teoria dell’ispirazione di Giambattista Basile e la successiva commistione con leggende appartenenti al folclore germanico. In estrema sintesi, si potrebbe dedurre che i fratelli Grimm abbiano attinto ad una serie di fonti, mescolando elementi eterogenei ed adattando un popolare evento locale, come quello relativo alla famiglia von Erthal, a tradizioni nate in altri territori del Vecchio Continente.
Il significato della fiaba
Prima di procedere all’analisi del significato eziologico della fiaba, mi sembra opportuno ripercorrere i punti salienti della trama, in particolare della sua versione più conosciuta, quella appunto dei fratelli Grimm.
In un pomeriggio d’inverno, una regina ancora molto giovane, intenta a ricamare, si punge un dito e, nell’osservare la goccia di sangue caduta sul bianco panno di lino, esprime il desiderio di avere una figlia, con la pelle bianca come la neve, le guance rosse come il sangue ed i capelli neri come l’ebano. E’ evidente l’assonanza con la favola Il Corvo di Basile (del bianco e del rosso abbiamo già parlato, il nero richiama ovviamente il corvo). Dopo pochi giorni dalla nascita della bimba, la regina muore per le ferite dovuto al difficile parto. Suo padre, il re, si risposa con una donna bella, ma estremamente vanitosa e malvagia, che possiede anche uno “specchio magico” al quale si rivolge di continuo per interrogarlo su chi sia la più bella del reame. Quando la figliastra cresce, la misteriosa figura al di là dello specchio non conferma più il suo primato, ma le dice che la più bella del reame è ormai diventata Biancaneve. A questo punto la regina si infuria ed affida ad un cacciatore l’incarico di condurre la principessa nel bosco per ucciderla, chiedendo i suoi polmoni ed il suo fegato come prova tangibile dell’omicidio (nella versione Disney diventerà il cuore). Il possibile esecutore del crimine, tuttavia, davanti all’innocenza della fanciulla non ha il coraggio di ucciderla, scegliendo al suo posto un cinghiale, dal quale preleva gli organi richiesti dalla matrigna, spacciandoli per quelli di Biancaneve. La fanciulla, intanto, dopo aver vagato sconsolata nel bosco, scorge una casetta nascosta tra gli alberi, vi si rifugia e successivamente scoprirà che essa appartiene a sette nanetti che lavorano in una miniera ubicata in un’altra zona della foresta. I nani, rientrati dal lavoro, in un primo momento rimangono spaesati dall’inattesa intrusione, ma poi si mostrano felici di aiutare ed ospitare la fanciulla. Per un po’ di tempo la strana compagnia conduce una vita tranquilla: i sette nani vanno ogni giorno a lavorare in miniera, mentre Biancaneve rimane a casa impegnata nelle faccende domestiche. Ma il pericolo non si fa attendere, perché la regina malvagia, consultando ancora una volta lo specchio magico, scopre che Biancaneve è ancora viva. In due occasioni il tentativo della matrigna di uccidere Biancaneve fallisce, grazie all’intervento provvidenziale dei nani. La prima volta la perfida regina si traveste da merciaia e le stringe una cintura attorno alla vita, facendole mancare il respiro; la seconda volta si finge una zingara di passaggio e le conficca un pettine avvelenato tra i capelli. La matrigna, allora, architetta un piano più articolato ed astuto. Prende le sembianze di una contadina e, quando i nani sono al lavoro, bussa alla porta della casetta. Biancaneve, più volte ammonita dai nani di non aprire a nessuno, è titubante, ma alla fine si fa convincere dalle lusinghe di quella che appare un’innocua vecchietta. La strega/regina, munita della ben nota “mela avvelenata”, per persuaderla ad accettare l’offerta, divide il frutto in due parti, assaggiando lei stessa la parte sana e porgendo alla fanciulla quella avvelenata. Dopo aver mangiato il boccone, Biancaneve cade in uno stato di morte apparente, molto simile a quello che coinvolge la principessa Aurora nella “Bella addormentata nel bosco”. I nani, quando tornano dalla miniera, la trovano distesa e cercano in ogni modo di rianimarla. Fallito ogni sforzo, la depongono in una bara di cristallo e la vegliano su un’altura che sorge nel bosco.
Per un periodo di tempo imprecisato la dormiente Biancaneve viene circondata dal cordoglio dei nani, fino al momento in cui è notata da un principe che passa a cavallo, colpito dalla bellezza della ragazza. Nonostante lo stato catatonico della fanciulla, il principe insiste per portarla al castello, anche al solo scopo di ammirarla ed onorarla per tutta la vita. In prossimità del castello del principe, un servo maldestro inciampa in una radice e la bara di cristallo cade giù dalla collina. L’improvviso movimento fa sì che il pezzo di mela avvelenato esca dalla bocca di Biancaneve che si risveglia e, manco a dirlo, si innamora subito del principe. Immediatamente vengono organizzate fastose nozze fra i due giovani, alle quali è invitata anche la perfida matrigna che rimane stupìta quando scopre l’identità della sposa. Alla regina, però, vengono fatte indossare due scarpe di ferro arroventate sulle braci e, dopo essere stata costretta a ballare in quello stato, compie alcune buffe giravolte prima di cadere orrendamente morta. In una variante del finale, la regina viene imprigionata in una tetra prigione, dove la sola Biancaneve si reca a trovarla, non mossa dall’odio ma da un’immensa pietà. Vi è da dire che tra la prima versione pubblicata dai fratelli Grimm nel 1812 e la settima del 1857 intervengono notevoli cambiamenti. Nelle prime stesure la malvagia regina che perseguita Biancaneve è identificata con la madre, un tema peraltro abbastanza ricorrente nelle fiabe dei fratelli Grimm, in cui spesso le antagoniste sono genitrici invidiose dei propri figli, mentre nelle ultime è sostituita con la figura meno disturbante della matrigna. Inoltre, rispetto alle prime versioni, si edulcorano alcuni riferimenti ai desideri infanticidi e perfino cannibalistici della strega, nonché all’ossessione quasi necrofila del principe per la bella fanciulla dormiente. Il famoso bacio di quest’ultimo, infine, non è mai citato nella fiaba originaria, ma introdotto con il film d’animazione della Disney del 1937.
Come tutte le fiabe, anche quella di Biancaneve racchiude molteplici chiavi di lettura e nasconde una ricca simbologia. Cominciando da una rapida analisi sotto il profilo psicologico, non vi è dubbio che il tema centrale del racconto sia il rapporto tra madre e figlia con tutte le sue luci ed ombre. Abbiamo già detto, infatti, che nelle prime versioni della fiaba, non era una matrigna cattiva ad essere invidiosa di Biancaneve, ma la sua stessa madre naturale. La fiaba di Biancaneve ci vuole ricordare che il rapporto tra madre e figlia non è così idilliaco, come potrebbe sembrare in superficie, ma spesso si compone anche di tensioni e di compromessi. La fuga della fanciulla e l’abbandono della casa genitoriale indicano una fase necessaria per poter sviluppare la propria identità, senza costrizioni ed eccessivi condizionamenti, mentre il bosco vuole rappresentare quel mondo interiore che la giovane si appresta progressivamente ad esplorare e far emergere. La casetta dei nani simboleggia una fase intermedia dello sviluppo della ragazza, una sorta di “ritiro”, dove lei stessa si rifugia lontano dalle pressioni materne e genitoriali di ogni genere. Le stesse figure dei nani sono state interpretate in diversi modi: o come forze interiori che agiscono nei luoghi più reconditi della psiche (da qui l’immagine della miniera), oppure come soggetti incompleti, non ancora del tutto definiti, a metà strada tra l’infanzia e l’età adulta, che per questo ben possono connettersi con la stessa Biancaneve ancora adolescente. La cosiddetta “morte apparente” della ragazza può essere considerata come il momento del passaggio nell’età adulta, con l’arrivo delle prime pulsioni sessuali consapevoli, che si esprimono nell’azione di assaggiare la “mela”, tradizionale emblema di conoscenza e di trasgressione. Ed il principe che consente alla ragazza di svegliarsi può essere visto come una “ulteriore dimensione di sé”, quella parte di Biancaneve che prende coscienza della propria crescita e si assume le responsabilità delle proprie scelte.
Il simbolo della mela si intreccia con la vicenda di Eva e con quella di Eris: la mela rappresenta il frutto della vita e del desiderio che, nel contempo, abbraccia sia la dimensione positiva della conoscenza che la dimensione negativa della pericolosità della tentazione. La mela, anche dal punto di vista botanico, è considerata un “falso frutto”, per una sua specifica caratteristica che la distingue da tutti gli altri frutti. La particolarità consiste nel fatto che il frutto, inteso come parte commestibile, è limitato al solo “ricettacolo floreale”che cresce formando la parte principale, separandosi dal torsolo che costituisce la parte centrale, quella poi derivante direttamente dalla fecondazione. La spiegazione scientifica, in qualche modo, attribuisce maggiore pregnanza al significato ambivalente della mela, il suo aspetto fresco e accattivante che, in realtà, nasconde pericolosi inganni.
Ai tre colori che dominano la scena nella storia di Biancaneve, il bianco, il rosso e il nero, abbiamo già accennato in precedenza, a proposito delle tradizioni letterarie e popolari a cui si sono ispirati i fratelli Grimm. La simbologia generale dei citati colori è, comunque, abbastanza evidente: il bianco della neve, cioè la purezza che viene contaminata dal rosso del sangue fino ad arrivare al nero della morte, seppure apparente. Quest’ultimo colore, il nero, è esplicitamente associato all’ebano, volendo significare anche forza, durezza e resistenza. Non può sfuggire come il bianco, immagine animica dello spirito, il rosso, definito dalle discipline antroposofiche come “splendore del vivente”, il nero, segno di forza e di opposizione, siano i tre colori fondamentali che compongono la “Grande Opera” in alchimia. Quella di Biancaneve potrebbe essere definita perfino “una fiaba alchemica”, riconoscendo in essa le fasi mediante le quali transita la materia per trasformarsi da piombo in oro: nigredo, viriditas, albedo e rubedo. La fanciulla indicherebbe la materia stessa, portando in sé tre dei colori dell’opera: il nero della prima fase, il bianco della terza ed il rosso della quarta. Per quanto riguarda la seconda fase, il verde (viriditas) potrebbe essere identificata in lei stessa, per il suo indissolubile legame con l’ambiente che la circonda, cioè con la natura.
Chiediamoci a questo punto perché i nani sono sette, fra l’altro personalizzati soltanto nella postuma versione Disney. Il sette, come è ben noto, è il numero legato alla perfezione ed alla compiutezza, così come diffuso in tutte le civiltà antiche. Seguendo un filone interpretativo esoterico i 7 nani starebbero ad indicare i 7 Chakra, i centri energetici del nostro corpo, nonché le forze astrali/planetarie ad essi correlati. Nello specifico, si potrebbero indicare i seguenti abbinamenti: Brontolo a Saturno, per la caratteristica peculiare dell’introspezione; Eolo all’irruenza di Marte; Dotto alla paterna serenità di Giove; Cucciolo alla sottile duttilità di Mercurio; Gongolo alla luminosa vanità del sole; Mammolo alle arcane virtù di Venere; Pisolo legato al mondo sommerso ed onirico del nostro satellite, la Luna. Ha fatto molto discutere lo studio condotto da Mitchell Stephens, docente di storia della televisione presso l’Università di New York, secondo il quale nel riadattamento Disney della fiaba di Biancaneve vi sarebbe un messaggio subliminale nascosto riferito ad un determinato tipo di droga. Non solo lo stesso nome della protagonista farebbe riferimento alla polvere bianca, ma anche i nomi affibbiati ai nanetti indicherebbero diversi stati di coloro che assumono cocaina. Doopey (sfatto), ingentilito nella traduzione italiana con Cucciolo, sarebbe la prima sensazione di chi assume questo tipo di droga, che di solito si concretizza in un senso di disorientamento fisico e psichico; Grumby (irritabile), reso simpaticamente con l’epiteto Brontolo, segnerebbe il sintomo dell’astinenza che ingenera nervosismo ed instabilità; Sneezy (starnuto) ed Happy (felice), diventati rispettivamente Eolo e Gongolo farebbero riferimento a quella sensazione di euforia che in apparenza si impadronisce di coloro che assumono sostanze stupefacenti; Bashful (schivo), trasfigurato nel dolce Mammolo, indicherebbe il senso di disagio sociale dopo l’effimera esaltazione; Doc (dottore) e Sleepy (dormiente), Dotto e Pisolo nella versione italiana, richiamerebbero quel senso di delirante onnipotenza che si può provare sotto l’effetto narcotico della cocaina ed il finale senso di stanchezza che rappresenta l’ultima fase della tossicodipendenza.
Tra gli elementi simbolici più importanti della fiaba di cui ci stiamo occupando, vi è sicuramente lo specchio magico, la cui funzione nell’economia della vicenda è semanticamente sintetizzata nella frase, ormai divenuta idiomatica: “specchio, specchio delle mie brame, chi è la più bella del reame?”. Nella storia di Biancaneve lo specchio è uno strumento nelle mani della regina malvagia, che non intende osservare la realtà per quello che è, ma vuole manipolarla a suo piacimento. Il simbolo dello specchio, pertanto, riflette la stessa coscienza distorta dell’infelice donna, che da sola si autoproclama “la più bella del reame”. Lo specchio, che è in grado di riflettere soltanto due dimensioni, l’altezza e la lunghezza, è uno strumento limitato ed illusorio, non consentendo di scorgere la profondità di ciò che si vuole ammirare. Allo stesso modo le persone egoiste ed egotiste hanno una visione parziale di ciò che le circonda, per il fatto che non riescono a provare empatia nei confronti degli altri. Ad un certo punto la fiaba ci dice che “col tempo, a lungo andare, lo specchio le dice che Biancaneve è più bella di lei”. Il tempo scorre inesorabile e tutto rivela, perfino l’auto-inganno della matrigna che non riesce più a convincere sé stessa di essere la più bella del reame. Il tempo non perdona e lo specchio diventa una sorta di portale per accedere alla coscienza, facendo emergere non tanto l’inevitabile invecchiamento naturale della regina, quanto la bruttezza della sua anima priva di aneliti alla trascendenza e votata soltanto alla ricerca di inutili soddisfazioni materiali.