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Per un altrove possibile (terza parte)

per Marta Sforni

Non potevo scrivere un pezzo qualsiasi per Marta Sforni, che è un’Artista di una sensibilità così raffinata e superba che forse nessuna interpretazione può meritare di citarne il valore: Marta è l’incarnazione della bellezza dispersa nelle calli e nei campielli di Venezia rigenerante lo sguardo nel vedere, sovrapponente nei giochi di ierofanie la visibilità – rifrazioni, riflessioni e l’incontro del punto di vista e di visione, trasformante in brillantezza e in trasparenze la luce, alla quale dobbiamo tutti l’esistenza nella forma di un estremo e illimitato inganno.

Per le mie riflessioni, traggo ispirazione proprio dalla pittura fragile e tintinnante di Marta Sforni. Di Marta Sforni è in corso la mostra di alcune opere in una collettiva, Crossing, al Palazzo madama di Torino, dal 28 ottobre all’8 dicembre.

Marta Sforni, Green Mirror (Number Ten), olio su tela, 135×100, 2015

A una società volgare in cui dominano la comunicazione di massa e un’informazione selvaggia e senza regole, non fa da specchio la raffinatezza. La bellezza è divenuta pura cosmesi e il volto prende forma presso i chirurghi estetici (che appiattiscono i volti al gusto imperante!). Tutto è performativo, ovvero deve essere adeguato a un sistema di apparenze, dove lo spettacolo regna incontrastato, e lo spettacolo è l’offerta del patinato, dell’eroico di un manierismo dorato e adornato, reso supremo dalla mercificazione. Tutto deve essere oggetto transitorio e portatore in sé di desiderio, ma per far questo ogni oggetto deve diventare simbolo fallico, simbolo del Desiderante ridotto a pura richiesta, a pura domanda di adempimento, tanto che non interessano più, alla fine, né l’oggetto (che viene gettato via) né il desiderio (che viene ridicolizzato e annullato non avendo un limite, un tabù, una trasgressione che regga il gioco). L’oggetto è un medium senza messaggio, è reso artificiale; artificioso strumento di un piacere che trova il vero nel denaro e nella spendibilità, nella fungibilità di ogni cosa divenuta (senza ricorso al chirurgo estetico) omologata merce.

Marta Sforni, Magnetism, olio su tela, 64×49, 2020

Ecco che l’opera d’arte non si può amare, ma desiderare per il valore in denaro che rappresenta, e il contenuto è solo un elemento secondario, un accessorio inutile, che merita uno sguardo distratto ma non l’osservazione, il vedere nel vedere.

L’opera d’arte, al contrario, per essere tale, deve essere oggetto di innamoramento, di feticismo, di desiderio sessuale, di passione sfrenata. Stati d’animo che non sono monetizzabili e non hanno nulla a che vedere con il Grande Mediatore: contano solo l’opera e lo spettatore, la relazione è tutta qui, nell’energia che si scatena tra i due. Il vero osservatore sente il quadro che palpita e trasuda energia e calore, e brucia e consuma lo sguardo. L’opera è una fiamma volta a trasformare lo spettatore in una torcia vivente, dalla loro copula non potranno mai tornare indietro, e sarà l’uno nell’altro rivelato, negandosi. L’amore è tutto qui, nel consumarsi reciproco delle vite che bruciano, e nessuno potrà spegnerle, fino all’incenerimento. L’osservatore sarà nell’opera e l’opera sarà nello spettatore, entrambi non avranno più luce da offrire, perché hanno sfolgorato l’uno con l’altra, l’uno dell’altra, consumando il tempo nell’istante, lo spazio nella loro materia. Il quadro sarà di nuovo creato, e l’osservatore sarà creatura nuova ed opera: l’uno trasfusa nell’altra, l’uno risoluzione dell’altra.

Ecco: vedere un’opera di Marta Sforni è compiere un passo verso l’altrove, per cercare di tornare a vedere dopo una vita di cecità, o di diventare ciechi dopo una vita da semplici vedenti. Si stabilisce una impossibilità di fondo o uno stato di grazia per cui l’osservatore s’infiamma di luce e muore alla luce.  Osservare un’opera è un atto di immolazione ma anche un atto sacrilego, ci si dona e si viola l’oltre e questa oltranza è, in Marta Sforni, pura trasparenza e trasluminazione.

Cover image: Marta Sforni, Moonflower (dettaglio), olio su tela, 64×49, 2020

Massimo Pamio

Massimo Pamio

Poeta e saggista, bifronte fin dalla nascita (abruzzese-veneto), direttore del Museo della lettera d'amore, si interessa di letteratura e arteView Author posts