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Lost, la spiegazione possibile: la trama, i riferimenti e “gli altri”

Di recente la piattaforma streaming Netflix ha riproposto la nota fiction televisiva statunitense Lost, creata in origine per il network ABC e trasmessa in Italia tra il 2005 ed il 2010, articolata in sei stagioni per un totale di circa 120 episodi.

Lost è diventata una serie cult, considerata tra le migliori produzioni televisive di tutti i tempi, totalizzando enormi risultati in termini di share, seppure in misura decrescente dalla prima all’ultima stagione. Inoltre, Lost ha conseguito riconoscimenti davvero ragguardevoli, come il Premio Emmy per la migliore serie drammatica nel 2005, il Golden Globe nel 2006 o il Writers Guild of America Award come migliore sceneggiatura televisiva. Le riprese, girate quasi interamente sull’isola di Oahu, nelle Hawaii, hanno richiesto la partecipazione corale di un nutrito cast di attori, determinando costi elevatissimi, tra i più alti della storia della televisione americana. Soltanto l’episodio pilota costò circa 14  milioni di dollari. Il reboot ideato da Netflix è stato strategicamente realizzato qualche settimana prima dell’uscita di “Getting LOST”, prevista per il 22 settembre 2024, in occasione del ventennale dalla messa in onda della prima puntata della serie negli Stati Uniti. La pellicola non solo ha inteso celebrare una delle storie più seguite nella storia della televisione, ma ha cercato di dirimere alcuni dubbi sugli elementi più enigmatici della trama, per la verità lasciando ancora spalancate le porte dell’immaginazione dei fans di tutto il mondo. Il documentario, tanto atteso, non risulta ancora disponibile sulla piattaforma di Netflix Italia.

La critica ha all’unanimità eletto Lost tra le più avvincenti serie televisive, collocandola nella hit parade delle fiction fantascientifiche, mitologiche o di avventura, a seconda della prospettiva che si voglia attribuire all’intera vicenda. La trama, infatti, è ricca di riferimenti culturali che spaziano dalla scienza alla pseudoscienza, dalla mitologia alla religione, dalla filosofia alla letteratura, come i nomi degli stessi protagonisti, cui faremo riferimento in seguito, suggeriscono in maniera inequivocabile. Tra le opere che hanno ispirato la famosa serie, un ruolo importante è stato svolto dal romanzo dello scrittore argentino Adolfo Bioy Casares, intitolato L’invenzione di Morel, intriso di numerosi ingredienti fantasy e fantascientifici che ritroviamo abbastanza simili anche tra le pieghe della trama di Lost.

Ripercorriamo brevemente i punti essenziali della trama della serie. Il 22 settembre 2004 un aereo di linea della compagnia australiana Oceanic Airlines, e precisamente l’815, in volo da Sydney a Los Angeles, precipita su un’isola del Pacifico in apparenza disabitata. I sopravvissuti, circa 50, organizzano un accampamento di fortuna sulla spiaggia, sperando nell’arrivo dei soccorsi che, tuttavia, tardano ad arrivare. La situazione genera un’apprensione crescente giorno dopo giorno. Nell’attesa i superstiti scoprono che l’aereo era uscito dalla rotta tracciata di circa mille miglia, sperimentando nel contempo sull’isola fenomeni inspiegabili, come l’apparizione di strani oggetti che rimandano alla presenza di altre persone. Durante la ricerca di improbabili metodi per riuscire a fuggire, i naufraghi si rendono conto che, prima di loro, altre persone erano già arrivate sull’isola e che forse sono ancora nascoste da qualche parte. A queste presenze misteriose, i passeggeri del volo 815 danno il significativo nome di “Altri”. Nel frattempo tra i protagonisti nascono amicizie ed emergono forti tensioni, legate soprattutto al passato di ciascuno. La struttura della serie si basa su una solida base narrativa orizzontale: ogni episodio si sviluppa su una linea temporale principale che si svolge sull’isola, accompagnata da numerose sequenze in flashback e in flashforward che riguardano ogni diverso personaggio. Nelle ultime tre serie tali sequenze riguardano anche le relazioni tra alcuni dei protagonisti, rendendo la trama più articolata ed intricata e probabilmente  più debole sotto il profilo della coerenza nel filo conduttore dell’intera vicenda.

Senza voler svelare il seguito della trama, per chi ancora non avesse visto la serie, focalizzerò ora l’attenzione su alcuni dei misteri principali della serie. In realtà, Lost pone molte più domande rispetto alle risposte che emergono durante il dipanarsi degli eventi. Innanzitutto introduco la questione della sequenza numerica ricorrente: 4 8 12 16 23 42. Questi numeri rappresentano il cuore dell’equazione di Valenzetti, una formula matematica che, nell’immaginario della fiction, sarebbe in grado di determinare il momento della fine della civiltà umana. Gli ideatori, con ogni ragionevole probabilità, hanno scelto un cognome in italiano che, in qualche modo, potesse ricordare il matematico pisano Leonardo Fibonacci, impegnato nella ricerca di una misura che potesse spiegare la moltiplicazione di animali come i conigli per arrivare all’individuazione di una specie di “legge universale”. Uno dei propositi della Dharma, la misteriosa associazione che si scopre aver fondato alcune stazioni di ricerca sull’isola, è proprio quello di cambiare l’ordine dei fattori probabilistici per scongiurare la catastrofe. E veniamo proprio alla Dharma ed ai suoi scienziati, che alcuni decenni prima dell’inizio della storia, negli anni Settanta, avrebbe costituito sull’isola un’avanzata equipe di ricerca. L’acronimo Dharma starebbe per Department of Heuristics and research material applications (Dipartimento di euristica e ricerca su applicazioni materiali). E’ noto che l’euristica è la scienza che si prefigge di trovare la verità in svariati campi del sapere, molto spesso ai confini con la fantascienza, come l’elettromagnetismo, la parapsicologia, la manipolazione del tempo et cetera. Quale sia il reale scopo che persegue la Dharma non è molto chiaro, a parte il discorso già fatto a proposito della già citata sequenza numerica. Pertanto, molto è lasciato all’immaginazione dello spettatore. Aggiungo che il termine dharma nel Buddismo sta ad indicare una sorta di legge universale sulla quale si basa l’intera esistenza, proprio come l’equilibrio matematico che rende così importante la presunta sequenza di Valenzetti. Strettamente legata all’equazione è la figura di un certo Desmond che vive in un bunker sotto terra, a cui si accede mediante una botola, scoperta per caso da alcuni sopravvissuti a spasso per la foresta. L’enigmatico Desmond era arrivato sull’isola anni prima, a causa di un naufragio, ed è costretto per molto tempo a vivere nel bunker ed a digitare sui tasti di un computer la famosa sequenza numerica, con un intervallo di 108 minuti. Ad aspettare Desmond nel mondo reale, vi è una certa Penny, Penelope, in assonanza con la famosa moglie di omerica memoria che attende il suo Ulisse.

Abbiamo già accennato ai cosiddetti “Altri”, ma spendiamo qualche parola in più sulla loro identità. Come anticipato, si tratta di persone che vivono da tempo immemorabile sull’isola, molto prima rispetto all’incidente aereo del 22 settembre 2004. Ad un certo punto, tuttavia, si fa un po’ fatica a distinguerne le varie stratificazioni, rivelando forse una certa improvvisazione da parte dei produttori, in corso d’opera, forse per adattare la concatenazione degli eventi ai gusti degli spettatori. Ad ogni modo, tra gli “Altri” vi sono alcuni che vivono sull’isola da sempre, o comunque da un periodo temporale imprecisato, altri ancora sono quelli che restano dell’equipe del Progetto Dharma, ossia un gruppo di persone reclutato nel mondo esterno e poi portato sull’isola, capeggiati da un certo Benjamin Linus, il cui nome rievoca l’ultimo figlio del patriarca Giacobbe. Tra gli elementi più misteriosi della serie non si può dimenticare quello che viene definito a più riprese come “il mostro dell’isola” che si manifesta, nella maggior parte dei casi, con un frastuono sinistro e sibilante, nonché sotto forma di una nuvola di fumo nero in grado di fagocitare e distruggere tutto ciò che incontra.  Nelle ultime stagioni, il “mostro” viene identificato con il fratello di Jacob, un mitico “custode” dell’isola, di cui non riveliamo ulteriori elementi per evitare spoiler. Aggiungiamo soltanto che Jacob e suo fratello vengono adottati con la forza da una specie di “sacerdotessa”, allo scopo proprio di lasciare ad uno dei due la custodia della fantomatica isola. La donna ci fa pensare ad una vestale romana, preposta a sorvegliare il “fuoco sacro”, ma con l’obbligo di non poter diventare madre in maniera naturale. L’ipotesi è avvalorata dalla lingua latina, idioma in cui si esprimono gli antichi abitanti dell’isola.La lotta tra i due fratelli simboleggia l’eterno scontro tra il Bene ed il Male, con evidenti richiami ad alcune vicende narrate nell’Antico Testamento biblico, come il conflitto tra Caino e Abele e quello tra Giacobbe ed Esaù, respinto dal volere divino a favore del primo. Non pochi osservatori hanno voluto vedere nel “mostro” di Lost anche una rievocazione, in chiave post-moderna, della figura mitologica di Nemesi, immaginata come la ninfa della morte e della vita, capace anch’essa di mutare continuamente forma. A Nemesi era attribuita anche una specioe di “ruota” a raggiera, su cui erano incise le relative trasformazioni rituali: un oggetto simile compare anche nella fiction, con la funzione di strumento per spostare l’isola in diverse collocazioni spazio-temporali.

Ed i viaggi nel tempo diventano protagonisti a partire dalla quarta serie, quando la storia diventa più contorta, perdendosi nella fantascienza ed anticipando produzioni più recenti, come la tedesca Dark. Un nuovo personaggio, da considerarsi quasi alla stregua di un narratore, un certo Daniel Faraday (anche qui la scelta del cognome non è casuale, in quanto riferito all’omonimo studioso britannnico, famoso per le sue scoperte nell’ambito dell’elettromagnetismo), cerca di fare chiarezza sulle particolarità fisiche dell’isola. Tra astruse teorie, variabili e costanti, per la verità poco comprensibili e coerenti, l’aspirante scienziato arriva alla conclusione che il tempo sull’isola scorra in maniera differente rispetto al resto del pianeta. In realtà, al di là delle incongruenze scientifiche, comunque non lontane da alcune intuizioni della meccanica quantistica, la serie ci offre una suggestiva chiave di lettura sull’indeterminatezza illusoria della misura del tempo con i sensi a disposizione dell’essere umano. L’isola di Lost, pertanto, non è da considerarsi semplicemente un luogo dove si consuma la maggior parte degli eventi della fiction, ma la protagonista principale, quasi si trattasse di un essere senziente che con le sue spire avvilluppa tutti coloro che vi giungono.

Tra le suggestioni mitologiche, non mancano nemmeno riferimenti all’antica civiltà egizia. Ad un certo punto, sulle rive dell’isola appare la statua di Tueret, la divinità che protegge le donne incinte e gli infanti. L’effigie della dea riaffiora in una serie di flashback che richiama situazioni temporali antecedenti alla caduta del volo 815, essendo stata distrutta tanto tempo prima dalla Roccia Nera, un vascello britannico spinto dai flutti contro la scultura. Nell’economia della storia, la mutilazione della statua avrebbe impedito futuri cocepimenti sull’isola, motivo per il quale tanti anni dopo la dottoressa Juliet avrebbe contribuito a stimolare la fertilità femminile su quello strano enclave. Quest’ulteriore tematica ricorda La Terra desolata  di T.S. Eliot, che narra di una “terra” dove si conclude il ciclo della vita, ma dove la rinascita segue alla morte ed il rinnovamento cancella la pregressa decadenza.

Ci chiediamo, poi, cosa possa essere la luce collocata al centro dell’isola, che diventa il pomo della discordia del conflitto dei due già citati fratelli. Questa luce potrebbe simboleggiare l’energia primordiale della creazione, la scintilla divina che è comunque presente in ogni essere umano, in un’inedita versione onirica e di stampo neoplatonico.

Nel maggio del 2010, l’episodio finale di Lost fu trasmesso in contemporanea in lingua originale con sottotitoli in 57 diversi Paesi, tenendo con il fiato sospeso milioni di telespettatori. Molti fans sono rimasti delusi dall’epilogo, che non riveliamo nel suo svolgimento. A mio avviso, invece, si tratta di un finale plausibile, forse alquanto compromissorio, ma che cerca di recuperare ed allineare alcuni disorientamenti, lacune ed incoerenze narrative accumulate soprattutto nelle ultime tre stagioni. Era difficile concludere una vicenda che aveva messo troppa carne al fuoco. Sul reale significato del finale sono state sviluppate decine di teorie: una discreta parte dei seguaci della serie si è anche domandata se quel tipo di epilogo fosse stato già concepito dagli sceneggiatori all’inizio dell’avventura televisiva, oppure creato ex post nella difficoltà di chiudere il sipario. Credo che, tutto sommato, se non in ogni dettaglio, un finale simile sia stato programmato già dalla prima stagione. Un indizio in tal senso è fornito dalla frase ricorrente messa sulla bocca di alcuni protagonisti nel corso degli episodi: “Ci vedremo in un’altra vita”. I flash sideways nella chiesa, nello sprint finale della fiction, lasciano molti dubbi, offrendo una chiave interpretativa diversa all’intera vicenda. A differenza dei flashback e dei flashforward delle prime cinque stagioni, che narrano fatti realmente o presuntivamente accaduti, nella sesta si assiste ad una realtà parallela in cui il volo 815 della Oceanic non si è mai schiantato. Sul significato di questa realtà parallela non ci spingeremo oltre, lasciando all’immaginazione di coloro che vorranno vedere la serie, soprattutto i più giovani, la soluzione più pertinente.

Si è già detto in precedenza come Lost sia pieno di riferimenti culturali. I nomi dei protagonisti, ad esempio, richiamano illustri personaggi della letteratura, della scienza e della filosofia. Ne citiamo i principali: Desmond Hume (Henry Ian Cusick),  colui che nella serie premeva ogni 108 minuti il pulsante credendo di salvare il mondo,come l’omonimo filosofo scozzese David, esperto nello studio dei comportamenti umani; John Locke (Terry O’Quinn)e suo padre Anthony Cooper (Kevin Tighe)sono entrambi filosofi inglesi vissuti tra il XVII ed il XVIII secolo; la selvaggia naufraga francese Danielle Rousseau (Mira Furlan)richiama il famoso filosofo d’oltralpe; Eloise Hawking (Fionnula Flanagan), che svolge un ruolo importante nelle spiegazioni pseudo-scientifiche della vicenda, si ispira chiaramente al grande fisico Stephen Hawking, così come suo figlio Daniel Faraday  (Jeremy Davis) trae origine dal già citato scienziato, profondo conoscitore dei fenomeni elettromagnetici ed elettrochimici; Karl Martin (Blake Bashoff) ha fatto riflettere su un possibile collegamento con il filosofo e teorico politico Karl Marx; Kate Austen (Evangeline Lilly)ci fa pensare alla grande scrittrice inglese Jane Austen; Sayd Jarrah (Naven William Sidney Andrews)  sembra l’anagramma di un ex-generale iracheno Zylad Jarrah, alla luce del fatto che nella lingua araba la S e la Z si scrivono con il medesimo carattere; James Ford Sawyer (Josh Holloway)appare l’unione del monello Tom Sawyer ed Henry Ford, padre del fordismo, come ideale di vita votato all’egoismo; un discorso a parte merita Jack Shepard (Matthew Fox), nome e cognome che insieme possono essere tradotti con l’espressione “pastore che protegge”, o in maniera translata con “pastore cristiano”, denominazione che ben si addice al personaggio, archetipo del dottore, perseguitato dal fantasma del padre e leader carismatico fra i sopravvissuti.

La TV si è evoluta ed ora è possibile guardare Lost in maniera continuativa, senza dover rimandare di una settimana per vedere il seguito o dimenticare importanti dettagli da una stagione all’altra. Ciò può essere un pregio, ma può anche appesantire la visione di una trama intricata che apre troppe parentesi senza chiuderle e che lascia tanti interrogativi irrisolti. La serie, però, si è rivelata un’ottima metafora della vita tra dualismo, dialoghi, conflitti e incomprensioni che, partendo dall’esistenza di ciascuno dei sopravvissuti, si è poi universalizzata fornendo dei solidi punti di riferimento nell’intera architettura della storia. Ogni stagione, con tutte le sue lacune, ha contribuito ad alimentare curiosità sulle esperienze dei personaggi, articolandosi in un ventaglio di differenti punti di vista ontologici e filosofici. L’isola di Lost è stata definita da molti come un territorio di confine tra la scienza e la fede, tra il mondo fisico e quello soprannaturale, dove le opposte fazioni, sempre in bilico, oscillano in un antagonismo intellettuale ed emotivo che non può trovare soluzioni definitive. I Losties (intendendo con questo termine i protagonisti della serie) sono “persi” già prima di schiantarsi con il volo 815 diretto da Sidney a Los Angeles. I flashback ed i flashforward ce li presentano come individui manipolati ed usati che, in maniera consapevole od inconsapevole, hanno demandato ad altri il controllo della propria vita. Sono anime smarrite che, sopravvivendo al disastro aereo, hanno sorprendentemente una seconda occasione per cambiare il proprio destino. Ed ecco che Lost assume l’aspetto di una lotta interiore, dove l’essere umano deve riprendere il controllo di sé prima con la ragione e poi con la fede.

In definitiva, si tratta di un mix composito di generi diversi che in alcune stagioni prevalgono nettamente sugli altri, come il mistery nella prima, la fantascienza nella quinta ed il misticismo nella sesta. Forse gli autori hanno giocato con i milioni di telespettatori, al punto che Lost è stato perfino definito un grande “social game”.   Sta di fatto che nessuna serie televisiva era riuscita a catalizzare l’attenzione di milioni di persone, per così lungo tempo, tanto da indurre il Presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, in occasione dell’avvio della sesta stagione, a spostare il proprio discorso per non dover rivaleggiare con lo spettacolo.

Luigi Angelino

Luigi Angelino

Luigi nasce a Napoli, consegue la maturità classica e la laurea in giurisprudenza, ottiene l’abilitazione all’esercizio della professione forense e due master di secondo livello in diritto internazionale. Dopo un percorso giuridico, consegue anche una laurea magistrale in scienze religiose. Nel 2021 è stato insignito dell’onorificenza di “Cavaliere al merito della Repubblica italiana”. Oltre a numerosi articoli, con Auralcrave ha pubblicato la raccolta di storie “Viaggio nei luoghi più affascinanti d’Europa” ed ha collaborato alla elaborazione del “Sipario strappato”. Negli ultimi anni ha redatto varie raccolte di saggi con la Stamperia del Valentino, tra cui Caccia alle streghe, L’epica cavalleresca, Gesù e Maria Maddalena, Omero e la nascita del mito di Ulisse, Di alcune fiabe e ciò che nascondono, Nel mondo dei sogni, Sulla fine dei tempi (selezionato per Casasanremo writers 2023). Tra i volumi pubblicati con la Cavinato editore international, si segnala il romanzo horror/apocalittico “Le tenebre dell’anima” e la sua versione inglese “The darkness of the soul”; la trilogia thriller- filosofica “La redenzione di Satana”; il saggio teologico-artistico “L’arazzo dell’apocalisse d’Angers”; il racconto dedicato a sua madre “Anna”; le indagini accurate su alcuni misteri dello spazio e del nostro pianeta: “Nel braccio di Orione” e “Magnifici Misteri”. Il suo ultimo lavoro, pubblicato nel 2025, dal titolo “Il cuore e la mente”, rielabora in chiave moderna i più importanti miti greci.View Author posts