Come è noto, I fiori del male (Les Fleurs du mal) è un’opera che raccoglie le liriche di Charles Baudelaire, pubblicata per la prima volta il 25 giugno 1857 dall’Editore Auguste Poulet-Malassis. La tiratura originaria prevedeva 1300 esemplari del testo, comprendendo cento poesie suddivise in sei diverse sezioni tematiche.
Prima di tutto, bisogna chiedersi il significato di un titolo così emblematico, appunto quello di “Fiori del Male”. La precitata intestazione sarebbe stata suggerita all’autore dall’amico Hyppolyte Babou, circa tre anni prima rispetto alla pubblicazione dell’opera. Il titolo, senza ombra di dubbio, ci fa capire l’intento fondamentale di Baudelaire, quello cioè di orientare la raccolta alla trattazione di argomenti oscuri e scabrosi, di cui un buon numero considerati scandalosi dalla morale del suo tempo. Gli stessi critici dell’ epoca considerarono il titolo dell’opera come estremamente provocatorio, anche se del tutto in linea con la formazione umana e culturale del suo autore. Due settimane dopo la pubblicazione, la direzione della Sicurezza pubblica denunciò I Fiori del male come una raccolta contraria alla morale pubblica e come evidente offesa alla morale religiosa, di cui le istituzioni statali erano ancora profondamente impregnate. Baudelaire, unitamente agli editori, furono condannati al pagamento di una multa ed all’eliminazione di sei liriche indicate come particolarmente disdicevoli. Nel 1861, quattro anni dopo, con una tiratura di 1500 copie, fu pubblicata la seconda edizione dei Fleurs du Mal, nella quale Baudelaire non inserì le sei liriche della discordia, ma ne aggiunse altre 35, ricavandone una diversa suddivisione sempre in sei sezioni.
Lo stesso autore definì la sua opera come un viaggio immaginario verso l’inferno, da intendere come la nostra esistenza. Nella prima sezione, intitolata Spleen et ideal, Baudelaire introduce uno dei temi più cari alla sua intera produzione, cioè lo stato di malessere in cui versa il poeta. Questi è considerato alla stregua di uno spirito più raffinato rispetto alla media degli esseri umani, capace di elevarsi al di sopra della media e di riuscire a percepire, grazie alle proprie qualità, le più misteriose connessioni tra gli elementi della natura (l’autore adopera il termine di correspondaces). Il poeta, tuttavia, proprio per la sua spiccata sensibilità, è destinato a pagare un caro prezzo, in quanto molto spesso è vituperato dai suoi simili e costretto a vivere ai margini della società. L’autore francese adotta l’immagine dell’albatros per esprimere tale tipo di condizione: a similitudine del grande volatile, infatti, il poeta compie voli pindarici nella percezione della natura, ma quando è costretto ad “atterrare”, quindi a misurarsi con i suoi simili, è destinato all’immobilità ed alla rassegnazione. Le ali dell’albatros, croce e delizia, simboleggiano anche l’intima aspirazione dell’essere umano verso il Cielo, cammino che però puo’ essere compiuto solo se si possiede uno spirito intellettuale superiore. Il titolo della sezione, Spleen che vuol dire milza, ben vuole indicare la viscerale sofferenza del poeta, richiamando il concetto di “bile” , uno dei liquidi vitali che i pensatori dell’antica Grecia associavano alla malinconia ed all’angoscia. Seguendo un’ideale tardo-romantico, lo “spleen” incarna una specie di patologia del mondo moderno, quando la noia e lo scoraggiamento colpiscono soprattutto i più giovani, non consentendo loro di aspirare ad una realtà sovranaturale ed ideale, in cui regna la bellezza e la purezza incontaminata, in grado di sovrastare la quotidianità finita ed imperfetta. La seconda sezione della raccolta, chiamata Tableaux parisiens (Quadri parigini), segna il desiderio del poeta di dimenticare il proprio stato di disagio personale, sublimandolo nell’osservazione della città, con diciotto “cornici” della vita della capitale francese, dall’alba fino al tramonto del giorno seguente. Ci si chiede innanzitutto se lo spirito tormentato dell’artista riesca nell’impresa di trovare la quiete in questo gioco di fotografia letteraria. In realtà, Baudelaire fa capire che il tentativo risulta alquanto vano ed inutile, in quanto l’osservazione non può che cadere su altra gente sofferente ed in preda all’angoscia come accade allo stesso narratore. Molti critici hanno sottolineato come le liriche di questa sezione possano essere considerate, sotto alcuni profili, come i primi modelli di lirica che tendono a descrivere le difficoltà individuali e sociali della città moderna. La “commedia umana” di Baudelaire, attraverso il declamato e l’elegia, anticipa alcune opere di autori successivi, come in particolare “Terra desolata” di T.S. Eliot. Nella terza sezione, Le vin (Il vino), Baudelaire richiama l’illusoria ebbrezza dei paradisi artificiali, una ricerca che raggiunge l’apice nella quarta parte, Le fleurs du mal (come il titolo dell’intera opera), in cui l’autore invoca la bellezza, ma attraverso le strade dell’ambiguo, del peccaminoso e del torbido. Con le liriche della quinta sezione, Revolte (Rivolta) , il poeta francese esplora tematiche religiose, ribellandosi a Dio ed invocando, in maniera provocatoria, perfino Satana che neanche si rivela in grado di sollevarlo dal proprio stato di profonda angoscia. L’invocazione a Dio, intesa come desiderio di elevazione spirituale, suona afona, mentre quella a Satana si identifica con la “gioia di discendere”. Nel testo e nella stessa esperienza esistenziale di Baudelaire sembra prevalere l’esperienza satanica, ma l’inferno di Baudelaire si identifica con il desiderio di “uscire dal mondo”, implicando comunque la ricerca dell’assoluto. Chiude, infine, la sesta ed ultima sezione (La mort), che vuole parlare del trapasso dalla vita fisica senza indugiare in pregiudizi metafisici o mitologici, ma come un vero e proprio viaggio verso l’ignoto.
La visione del mondo di Baudelaire, così come emerge dai “Fiori del male”, è essenzialmente “doppia”: vi è una dimensione materiale, in cui è decaduto l’uomo, ed una più elevata, di carattere spirituale, che si può tentare di rappresentare soltanto mediante l’arte. Tuttavia, il solo modo che noi abbiamo di conoscere il mondo è quello di osservarlo con i nostri sensi finiti e mortali. Di conseguenza noi ci avviciniamo ad un mondo decaduto e contraddistinto dalla malattia e dalla morte, mentre il Cielo, inteso come dimensione intellettualmente superiore, ci è del tutto precluso. L’originalità di Baudelaire, nell’ambito della poesia europea dell’Ottocento, sta soprattutto nel fatto di aver introdotto modalità espressive emblematiche, come l’uso analogico della parola e la ricerca delle metafore capaci di individuare le “corrispondenze”, aprendo di fatto la strada al simbolismo. Le parole, perciò, perdono il loro significato apparente o di immediata evidenza, trasfigurandosi in significati decisamente più profondi ed allusivi, come fossero portali per accedere ad una realtà parallela. Nei “Fiori del male” si riscontro i l ricorso frequente a numerose figure retoriche, come l’analogia, la metafora e la sinestesia. In realtà, a ben guardare, lo stesso titolo costituisce un chiaro esempio di “ossimoro”.
Con il riferimento ai “fiori”, Baudelaire allude in maniera chiara alla ricerca della bellezza che soltanto l’arte può realizzare, mentre con la specificazione “del male”, vuole intendere il degrado e la volgarità della società a lui coeva. Come in un gioco di specchi da paradosso, l’accoglienza negativa della critica si focalizzò soprattutto su una presunta sorta di “realismo volgare”, di cui sarebbe stata impregnata l’intera opera di Baudelaire. Ciò si spiega, in linea generale, con le drastiche rotture della poesia di Charles nei confronti della tradizione poetica dell’epoca. Pur rimanendo nell’alveo dello stile lirico, la poesia di Baudelaire tende ad universalizzarsi, non sopportando che il lettore non ne sia colpito in prima persona, a differenza del “canto” più intimistico di autori come Lamartine o Hugo. Lo stesso incipit dell’opera, denominata Al Lettore, non rappresenta assolutamente “una dedica” nel senso tradizionale , ma suona come un atto d’accusa al lettore che corrisponderebbe all’uomo medio borghese, ipocrita ed annoiato.
Nella lirica di Baudelaire il senso metafisico sposa quello estetico, in un’operazione di proiezione poetica in cui gli elementi ricavati dalle corrispondenze naturali tendono ad individuare una prospettiva morale. Lo stesso autore, a proposito della sua opera, scrisse: “extraire la Beautè du Mal” (estrarre la bellezza dal male), come obiettivo specifico che gli valse il titolo di “poeta maledetto”. Altra frase significativa di Baudelaire, tradotta in italiano, è la seguente: “Tu mi hai dato fango ed io ne ho fatto oro”, volendo significare l’intenzione di ricavare “il bello” anche da ciò che è apparentemente brutto , come il piombo degli alchimisti che diventa oro, oppure il veleno che si trasforma in medicinale. I componimenti contenuti nella raccolta, quindi, costituiscono una sorta di opera poetico-esistenziale, dove si tende a riscattare il male, cioè il negativo, che caratterizza l’esistenza umana, mediante l’utilizzo dell’arte poetica che può generare “bellezza”.
Alcuni sentimenti e vizi presenti nelle liriche del poeta francese sembrano non avere possibilità di riscatto, percepiti come infimi, cioè irrimediabilmente “bassi”. Ma dalla stessa “bassezza”, Baudelaire cerca di far emergere alcuni archetipi indicatori di qualsivoglia esistenza umana, come la paura dell’abisso, a cui fa da contro-altare l’intima inclinazione verso l’assoluto. Da ciò ne deriva una contraddizione eziologica solo apparente: da un lato il disagio per la miseria umana, dall’altro l’attribuzione di valore inestimabile ad ogni vita, anche quando si esprime in azioni ben al di sotto delle capacità di ciascuno. I “fiori del male”, insomma, vengono deposti sulla tomba di una civiltà in declino, come esprimono le immagini dei cadaveri molto frequenti nei versi, che dimostrano consapevolezza del proprio putrefarsi, alla stregua di moderni “zombie” vivi, senzienti ma non vivi.
Sotto il profilo religioso, si può sintetizzare la posizione di Charles Baudelaire come “colui che sognò il paradiso abitando a suo agio nell’inferno”. Egli è stato definito anche come il massimo esempio di “ateo devoto”, affermando che “anche se Dio non esistesse, la religione resterebbe comunque santa e divina”. Pur impregnato di tematiche cristiano-apocalittiche, sospeso fin da bambino tra il fascino di Satana e l’amore di Dio, Baudelaire recuperò un certo classicismo dionisiaco, che si può sintetizzare nella massima: “ubriacarsi di vino, di poesia e di virtù”. Inoltre, applicò a Satana l’epiteto di Trismegisto, denotando l’intenzione di accostare il Satana/Lucifero della mitologia cristiana alla figura del dio Hermès del mondo classico. Come ad Ermete Trismegisto erano attribuiti numerosi testi di scienza, di tecnica e di arte, così Baudelaire affida a Satana gli stessi elementi, definendolo duplice e “tre volte grande”. La duplicità consiste nel fatto che da un lato sembra favorire l’elevazione della condizione umana, attraverso la scienza ed il progresso, dall’altro non cerca di salvare l’uomo dalla sua stessa estinzione, portandolo direttamente verso il baratro dell’inferno.
Nella visione di Baudelaire, il Tempo, quasi soggettivizzato, è il grande mostro che corrompe ogni azione dell’uomo, il quale diventa consapevole che ogni cosa di cui ha esperienza sarà destinata inesorabilmente alla distruzione. Anche sentimenti forti come l’amore e l’odio corrono verso la totale distruzione e vanificazione. Il Tempo di Baudelaire è, in definitiva, una sorta di divinità che esprime la dissoluzione del mondo e la vanità universale, quel “nemico vigilante e funesto, che alla fine vorrà il piede sulla nostra schiena”, come lo stesso autore afferma. Ancora più esplicito, quando recita: “il tempo mi inghiotte, minuto per minuto, come la neve immensa, un corpo irrigidito ad ogni istante” e quando fissa il punto focale della propria antropologia : “Noi siamo schiacciati dall’idea e dalla sensazione del tempo”.
Alla base dei vizi e elle perversioni dell’essere umano, Baudelaire indica la ricerca dell’infinito attraverso la strada del “male”. In tale contesto, spiega meglio il suo pensiero il saggio intitolato L’elogio del trucco, dove esalta l’utilizzo dei “trucchi” come sistema artificiale per uscire dallo squallore della quotidianità. In particolare, Charles si riferisce come paradigma ai trucchi delle donne, considerandoli come “finestre aperte sull’infinito”, indicatori di un anelito verso una vita eccessiva e quasi sovrannaturale. Al di là della sua notoria di misoginia, nello specifico Baudelaire vuole rimarcare la necessità di ciascuno di ricorrere a metodi artificiali per vincere lo spleen.
Nell’antropologia di Baudelaire, come già accennato in precedenza, si nasconde però un elemento misterioso, l’arte. E l’essere umano, per brevi istanti, può avere l’esperienza dell’assoluto, attraverso la contemplazione dell’arte e l’individuazione del bello. In questi rari momenti l’uomo può dimenticare lo spleen, avendo l’illusoria percezione che l’armonia del mondo venga ricostruita. La contemplazione artistica è legata ad un’altra facoltà dell’uomo che lo stesso autore francese definisce “immaginazione”. Quest’ultima non deve essere confusa con la fantasia, ma “è una facoltà quasi divina che scorge all’istante al di fuori dei metodi filosofici i rapporti intimi e i segreti delle cose, le corrispondenze e le analogie”. Baudelaire definisce anche l’immaginazione come “analogia universale”, intesa come corrispondenza fra le diverse parti del cosmo, quale facoltà spontanea che ricostruisce l’armonia, unificando dell’universo. Il cosiddetto prodotto armonico di tale processo di ricostruzione viene chiamato, nel linguaggio comune, opera d’arte, sia nel campo figurativo che letterario. L’influsso platonico nell’opera di Baudelaire è molto chiaro, anche se il filosofo greco non viene mai citato in maniera esplicita. Per Platone l’Uno rappresenta l’assoluto e l’armonia, mentre il molteplice genera la decadenza. Baudelaire, oltre ad essere uno dei più importanti precursori del Simbolismo, è indicato come uno dei fondatori del Decadentismo, non solo della relativa ideologia ma anche delle tecniche poetiche e retoriche della poesia di quella corrente ed oltre, dispiegando una notevole influenza fino ai nostri giorni. Ne “Il viaggio”, l’ultima composizione de “I fiori del male”, l’uomo è definito “un’isola di orrore in un mare di noia”, una tematica che in maniera sorprendente sarà ripresa anche in seguito. Ma il fascino dell’opera di Baudelaire deriva soprattutto dal fatto che egli è il poeta “della modernità”, perché il contenuto delle sue liriche non si discosta mai dall’esperienza vissuta, muovendosi in un mondo reale, torbido, sensuale ed, in alcuni casi, “maledetto.”