Col suo Speak No Evil, ibrido horror-thriller danese del 2022, il regista Christian Tafdrup ci mette in guardia non tanto dalle persone malvagie, quanto da noi stessi, dalle nostre debolezze e frustrazioni. Questo piccolo, disturbante film del cinema scandinavo è tornato a far parlare di sé grazie al recente remake americano, che qui non sarà preso in esame.
Sii gentile. Comportati bene. Le buone maniere sono una delle prime sacrosante lezioni che ci impartiscono quando iniziamo a comunicare e muoverci nel mondo. Rispettare il prossimo e i suoi bisogni, le sue idee: non c’è altra via che possa garantirci un quieto vivere nella civiltà. A volte, per compiere questo lavoro sociale, rinunciamo persino alla nostra volontà.
Pensiamo a quando abbiamo detto di sì a un invito a cena che avremmo preferito rifiutare, o a quando abbiamo evitato un confronto solo per non entrare in conflitto con qualcuno. Non c’è niente di male, lo abbiamo fatto per sopravvivenza, perché la società è una rete di compromessi in cui non sempre possiamo fare ciò che vorremmo. Ma se non prendiamo le giuste misure, col tempo l’accondiscendenza diventerà un’ossessione asfissiante che ci porterà a oltrepassare il limite che separa la cordialità dai suoi rischiosi eccessi. Entreremo così in un sistema senza via d’uscita in cui il nostro agire dipende esclusivamente dall’altro, a cui concediamo un potere che, nelle mani sbagliate, potrebbe rivelarsi il nostro peggior incubo.
Introduzione al film
Bjørn, Louise e la figlia Agnes sono una famiglia danese in vacanza in Toscana, nel ridente borgo di Volterra. Qui conoscono Patrick e Karin, una coppia olandese venuta in Italia col piccolo Abel. Durante un pranzo, questi propongono ai nuovi amici di trascorrere un fine settimana a casa loro in Olanda. Mesi dopo, già tornati in Danimarca, Bjørn e Louise ricevono una lettera con l’invito, che accettano nonostante alcune perplessità.
La banalità del bene e il male “voluto”
Come recita il più antico dei consigli, non accettare caramelle dagli sconosciuti. E infatti Louise ammette, forse poco convinta, che il viaggio potrebbe essere rischioso, proprio perché in fondo Patrick e Karin sono ancora due estranei. Per lo spettatore è palese fin da subito che qualcosa non quadra. Insieme a chiari avvertimenti indiretti (“che cosa potrà mai accadere di brutto?” dice un amico di famiglia per convincerli a partire), la colonna sonora sinistra fa la sua parte nel suscitare cattivi presagi, soprattutto quando è sfondo di scene apparentemente tranquille. Il peggio arriverà e sarà inevitabile.
Vittime di comportamenti sadici mascherati da sorrisi, Bjørn e Louise cadono ingenuamente nella trappola di due psicopatici che comunque non fanno niente di coercitivo per trattenerli. Più volte hanno l’occasione di andarsene, e per ottimi motivi, ma proprio non riescono a lasciare lasciare quella casa. Non sono legati a una sedia, non hanno una pistola puntata contro; sono prigionieri di sé stessi e architetti del loro inferno. Dall’altra parte dello schermo quasi si impazzisce dalla rabbia: perché non reagiscono? Si assiste all’escalation di tensioni col fiato sospeso, sperando in un moto d’orgoglio che marito e moglie non avranno neanche quando saranno chiamati a lottare per la loro cosa più cara.
Perché ci avete fatto questo?
Bjørn e Patrick in una scena del film
Perché ce lo avete permesso
Se durante il weekend Louise si sforza quantomeno di far valere le sue ragioni affrontando i padroni di casa (anche se, per non “offenderli”, accetta di far dormire Agnes in un letto minuscolo e di mangiare carne pur essendo vegetariana), Bjørn è totalmente remissivo, e quando sarebbe il momento di imporsi si perde in balbettii confusi che ne confermano il ruolo di preda perfetta. Preda incantata dal suo predatore, che insieme teme e ammira. Ne è soggiogato e quindi gli perdona tutto. Sì, perché Patrick è tutto ciò che lui vorrebbe essere: uno spirito libero che vive d’istinto, senza freni inibitori e lontano dalle convenzioni che invece soffocano la sua vita.
Basta false simpatie, basta essere sempre lì, pronto a soddisfare le aspettative e le richieste di qualcun altro, Agnes compresa. Nell’amicizia con quest’uomo selvaggio, Bjørn vede la possibilità di un cambiamento. Solo alla fine, nella notte tra domenica e lunedì, scopre la cruda verità e riconosce i suoi errori, ma ormai è troppo tardi.
Con la loro cieca cortesia, Bjørn e Louise hanno firmato una condanna a morte col diavolo. Il finale, dagli echi biblici, ci vede impotenti tra il pubblico di un’esecuzione, consapevoli che la coppia di assassini adescherà altre famiglie fragili con cui continuare il loro piano malefico. Ai titoli di coda, pervasi da un misto di incredulità e sgomento, si ha l’amaro in bocca. Eppure, ergersi a giudici della vicenda non sarebbe giusto né onesto, dato che l’arrendevolezza dei personaggi è senz’altro esasperata da Tafdrup affinché il messaggio sia ancora più efficace.
La parola del regista
Come raccontato da Tafdrup in un’intervista rilasciata a Rogerebert.com, Speak No Evil è nato da esperienze personali:
Una volta ho incontrato una gang di quattordicenni a Marrakesh; mi lanciavano cose addosso e io gli sorridevo, cercavo di essere educato, di essergli amico. Non li ho affrontati, non sono neppure fuggito. La mia paura si manifestava con quelle reazioni amichevoli, le uniche che conoscevo. Ho scoperto che molte persone civilizzate non sono abituate al male, non sanno come reagire quando lo incontrano.
Il male è costantemente intorno a noi, si nasconde nella nostra vita quotidiana e non siamo sempre in grado di riconoscerlo perché non ce lo aspettiamo. Non ci aspetteremmo di trovarlo in dei ragazzini, dietro un sorriso o una promessa. Per questo ci disarma e finiamo addirittura per accoglierlo.
Speak No Evil si lascia leggere anche come metafora del potere, di come esso venga acquisito ed esercitato da parte dei tiranni. In termini allegorici, dunque, quello ritratto è un male storico, che attraversa il tempo e si ripete decidendo le sorti di intere generazioni. L’inganno teso da Patrick e Karin è anche lo strumento con cui i dittatori opprimono i popoli, che diventano pedine di un gioco malvagio, proprio come succede ai protagonisti della storia.