Nell’ambito della ricchissima e variegata mitologia greca, il racconto relativo al sacrificio di Ifigenia occupa forse un posto marginale, in considerazione della dinamica difficilmente comprensibile, e per certi versi ripugnante, alla luce dell’etica religiosa, spirituale e sociale così come evolutasi e percepita nell’età moderna. L’immagine della figlia sacrificata agli dèi (almeno nella versione più antica), senza neanche il provvidenziale intervento nel finale da parte del messaggero divino, come avviene nella vicenda biblica di Abramo ed Isacco, getta non poche ombre sulle virtù degli eroi omerici. Ma andiamo con ordine, analizzando le molteplici versioni del mito, con le diversificate e complementari simbologie..
Ifigenia è la figlia primogenita di Agamennone, capo della spedizione degli Achei contro la città di Troia. La flotta dei Greci si trova in una situazione di stallo nel porto di Aulide, perché i venti contrari ne ostacolano la partenza. Il sacerdote Calcante, però, individua una soluzione utile per ingraziarsi il favore degli dèi: Agamennone dovrà sacrificare la sua figlia primogenita Ifigenia ad Artemide, la Diana del pantheon romano. Nella versione più antica del mito, raccontata da Eschilo all’inizio della tragedia Agamennone, Ifigenia va incontro alla fine più tragica, subendo un orribile inganno orchestrato dal padre. Questi le fa credere di voler celebrare le sue nozze con Achille, ma dopo averla fatta vestire con gli abiti nuziali, uccide la sua stessa figlia, rendendo grazie ad una divinità spietata e crudele. La precitata narrazione serve ad Eschilo come fondamentale antefatto per spiegare l’origine dell’odio di Clitemnestra nei confronti del marito Agamennone che porterà al suo omicidio con la complicità di Egisto. Per il grande Eschilo, tuttavia, l’episodio del sacrificio di Ifigenia serve pure per rimarcare il potere assoluto degli dèi verso gli esseri umani, nonché la drammaticità delle scelte, che possono investire i condottieri, nel caso specifico Agamennone che deve optare tra la protezione dei legami di sangue più cari e la salvaguardia degli interessi della comunità. L’orrendo gesto era considerato necessario per consentire alla nave di salpare alla volta di Troia e, di conseguenza, per consolidare e rafforzare il prestigio dei clan gentilizi achei. Molto più filosofica, invece, sarà l’interpretazione che ne darà il poeta latino Lucrezio nel I secolo a.C., in un contesto storico-sociale, comunque, completamente diverso. Nella parte iniziale del suo poema “Sulla natura”, pieno di contenuti ispirati alla filosofia laica e materialistica di Epicuro, Lucrezio descrive la triste vicenda di Ifigenia come l’emblema della cieca crudeltà a cui può arrivare l’essere umano, quando segue le ideologie fideistiche religiose, sinonimi di vacue superstizioni e di strumentalizzazioni politiche.
Secondo un’ulteriore versione e molto nota del mito, riportata da Euripide nel dramma “Ifigenia in Aulide”, al momento del sacrificio, Ifigenia viene sostituita dalla stessa Artemide con una cerva, animale a lei sacro. Euripide spiega anche che Agamennone era stato punito, proprio perché in precedenza il condottiero acheo aveva ucciso una cerva sacra alla dea. Pertanto, secondo questa versione del mito, dopo aver mostrato il suo potere, Artemide salva la fanciulla e la recluta come sua sacerdotessa. E’ molto evidente la somiglianza di questa narrazione con l’episodio contenuto nella Genesi biblica, dove Isacco viene salvato all’ultimo momento per l’intervento di un angelo ed, al suo posto, viene sacrificato un ariete. Nell’opera successiva, Ifigenia in Tauride, Euripide immagina che Artemide trasporti la fanciulla nell’omonima regione. Qui la vittima mancata diventerà lei stessa una crudele carnefice, compiendo macabri rituali a danno dei malcapitati visitatori stranieri, tra cui il fratello Oreste, arrivato in quel luogo per purificarsi dal matricidio. Ifigenia, però, dopo averlo riconosciuto, si adopererà in ogni modo per salvarlo.
Il tema del cosiddetto “voto del reduce”, cioè l’omicidio di uno stretto congiunto per rispettare un voto stipulato nei confronti di una divinità, non è presente soltanto nel mito di Ifigenia: abbiamo, infatti, già ricordato il sacrificio di Isacco per mano di suo padre Abramo, così come descritto nel libro Genesi. Ma vi è un episodio narrato nell’Antico Testamento biblico ancora più simile alla vicenda della fanciulla achea. Nel libro dei Giudici, si racconta di Iefte che, essendo in guerra con gli Ammoniti, fece voto a Dio che, se fosse riuscito a sconfiggere i nemici, gli avrebbe offerto in olocausto la persona che per prima gli sarebbe andata incontro, una volta tornato vittorioso dalla battaglia. Il desiderio di Iefte fu esaudito, perché riuscì ad avere la meglio sugli Ammoniti. Ma, tornando verso casa, la prima persona che gli andò incontro, fra musiche e danze, fu la sua unica figlia vergine. Alle esclamazioni disperate del padre, la fanciulla oppose parole di rassegnazione, chiedendo soltanto due mesi per andare in giro per i campi, con le compagne, a piangere la propria verginità. Al termine dei due mesi pattuiti, il sacrificio fu compiuto senza alcun intervento divino sul finale. L’episodio, narrato nel libro dei Giudici, ha evidenziato come plausibile la consuetudine di compiere sacrifici umani anche nell’antica tradizione ebraica, al punto che alcuni studiosi ritengono che la prima versione del racconto relativo ad Isacco, terminasse con la morte del primogenito, edulcorata con l’inserimento dell’intervento del messo divino in extremis solo in epoca più recente. Ed ancora nella tradizione classica, si annovera il caso di Idomeneo, comandante del contingente cretese collocato davanti alla città di Troia che, dopo la caduta della gloriosa stirpe di Priamo, durante il viaggio di ritorno, fu colpito da una terribile tempesta. Allora il condottiero fece voto di sacrificare a Poseidone il primo essere umano in cui si sarebbe imbattuto in patria, qualora vi fosse arrivato sano e salvo. Arrivato a Creta, mantenne la parola sacrificando, o simulando di sacrificare, suo figlio (o sua figlia), a seconda delle diverse versioni. Gli dèi, tuttavia, vollero punirlo per il gesto turpe e fecero scoppiare sull’isola una orrenda pestilenza, tanto che il suo popolo mandò lo stesso Idomeneo in esilio. Il condottiero si sarebbe, poi, rifugiato sulle coste dell’attuale Puglia.
Nel mito greco di Ifigenia, il sacrificio della fanciulla appare come un atto di riconciliazione con la divinità: una sofferenza umana offerta in dono agli dèi. Più stretto è il congiunto, maggiore è l’importanza attribuita al voto e, di conseguenza, più grande potrà essere la ricompensa divina. Se però andiamo ad analizzare la vicenda specifica, il risvolto più drammatico dell’atteggiamento di Agamennone è costituito dal suo falso ideale spirituale, in quanto il re è mosso soltanto dall’orgoglio e dall’ambizione di conquistare Troia, per ritornare in patria da vincitore ricco e potente. La moglie e nemmeno gli dèi potranno mai perdonargli questo errore di valutazione fatale che da intento di sacrificio si trasforma in sacrilegio ed in profanazione. Con queste premesse, Agamennone, rientrato in patria dopo dieci anni di guerra, troverà una misera morte non potendo per nulla godere dei beni materiali che aveva tanto desiderato.
Dal punto di vista psicologico, la vicenda di Ifigenia offre molteplici spunti di riflessione. Innanzitutto, il mito in questione ci fa pensare alla follia della guerra in tutte le epoche, che miete vittime fra le persone comuni a causa delle decisioni e delle avidità di pochi governanti. Nella tragedia Ifigenia in Aulide, la fanciulla appare come la vittima innocente di un conflitto, sacrificata prima con l’inganno e poi mediante un’abile manipolazione psicologica, fino a farle credere di essere quasi privilegiata a salvare la patria con il suo nobile gesto. La manipolazione serve a convincere la fanciulla a sposare le folli motivazioni del sacrificio, spegnendo le sue iniziali suppliche affinché le fosse risparmiata la vita. Nell’altra tragedia euripidea, Ifigenia in Tauride, che vede la ragazza da vittima trasformarsi in carnefice, si intuisce una sorta di esperienza traumatica non elaborata ma interiorizzata in maniera passiva. Ifigenia, infatti, finisce con il ripetere l’orrendo gesto, in maniera ossessiva sugli altri, rivelando una distorta metamorfosi interiore. Con linguaggio moderno, gli psichiatri farebbero riferimento ad una specie di “coazione egosintonica” che può emergere talvolta nell’atteggiamento di alcuni criminali, a loro volta abusati. Nel caso di Ifigenia, il trauma risulterebbe ancora più grave, in quanto perpetrato nella stretta cerchia familiare ed in un contesto di relazioni disfunzionali. Agamennone avrebbe potuto confrontarsi con la moglie Clitemnestra, nel suo atroce dilemma tra il dover privilegiare i doveri che lo legavano alla polis e l’integrità dei suoi affetti più cari, come appunto la figlia Ifigenia. Ma Agamennone ricorre all’inganno, respingendo qualsiasi condivisione della genitorialità e, come si è detto, provocherà nella moglie soltanto odio e disprezzo. Una spirale di odio che non si placherà neanche con la morte di Agamennone, coinvolgendo anche gli altri figli, Elettra ed Oreste, fino ad arrivare all’altrettanto orribile matricidio. Nell’interpretazione di Euripide, sarà la stessa fanciulla, in Ifigenia in Tauride, a bloccare questa sorta di maledizione familiare quando, salvando la vita al fratello Oreste, in realtà salverà anche sé stessa, chiudendo il cerchio di una complessa metamorfosi vittima-carnefice-eroina. L’argomento del sacrificio volontario non costituiva una novità assoluta nel teatro greco, ed in particolare nelle tematiche trattate dallo stesso Euripide, come l’Alcesti o l’Eracle dimostrano. Ma nella figura di Ifigenia, il sacrificio si impone come fulcro centrale dell’intero dramma, esprimendosi in maniera vivace nei cambiamenti psicologici che si sviluppano nell’animo tormentato della fanciulla.
Dal punto di vista filosofico, ci si potrebbe chiedere, fingendo che il sacrificio della fanciulla sia stato davvero determinante per la buona riuscita della spedizione militare dei Greci, se la vita o la morte di un solo individuo possa giustificare la salvezza di più persone. Seguendo una logica meramente quantitativa, si potrebbe rispondere in maniera affermativa, ma aderendo ai parametri di una logica qualitativa, sarebbe facile cedere ai paradossi di matrice zenoniana, essendo condannati a risolvere prima un’infinita successione di ipotesi. Forse soltanto una valutazione “assoluta” del dilemma potrebbe aiutare a superare l’impasse, abbracciando la convinzione che nessuno può disporre della vita altrui e della propria. Pertanto sono nel torto, non solo Agamennone e gli altri condottieri achei che decretano il sacrificio della fanciulla, ma anche la stessa Ifigenia che accetta di immolarsi per il proprio popolo.
Tra le molteplici rappresentazioni artistiche del dramma di Ifigenia, un posto di assoluto rilievo è occupato dal dipinto “Il sacrificio di Ifigenia”, eseguito da Giambattista Tiepolo nel 1759 per la Villa Valmarana “Ai Nani”, situata nel territorio della città di Vicenza. Alla fanciulla è intitolata un’intera sala che occupa l’ampio atrio dell’elegante residenza veneta. Le fonti letterarie che hanno ispirato l’artista sono di certo l’Ifigenia in Aulide di Euripide e le Metamorfosi di Ovidio. Con grande maestria plastica, al centro del dipinto è raffigurata la giovane denudata, sul punto di essere decapitata da Calcante, che tende un pugnale verso il suo collo, mentre un servo è pronto a raccogliere la testa della sventurata su un piatto; a sinistra, invece, si notano alcuni amorini che arrivano su una nube insieme ad una cerva, inviata in maniera provvidenziale da Artemide. La cerva, come è noto, secondo la versione data da Euripide, sostituirà la fanciulla come vittima sacrificale, suscitando la vacua meraviglia degli uomini appartenenti all’esercito acheo. Nel quadro complessivo della raffigurazione, si aggiunge un ulteriore elemento significativo: sul lato destro, Agamennone si copre gli occhi con il mantello per non assistere al sacrificio della figlia e sembra non rendersi conto, a differenza degli altri, dell’inatteso intervento divino. La scena, che sembra voler sottolineare la viltà del condottiero greco, sembra voler riprendere un quadro del pittore greco Timante, vissuto ad Atene negli ultimi decenni del quinto secolo a.C.
Al termine di questa breve trattazione dedicata all’eroina tragica Ifigenia, mi piace concludere facendo riferimento all’opera Ifigenia in Tauride, così come rivisitata dal grande Johann Wolfgang von Goethe. Per il letterato tedesco, nelle scelte di Ifigenia non vi è spazio per i compromessi, quando all’immensa gioia di aver ritrovato suo fratello Oreste, si contrappone, come un macigno per la sua coscienza, l’intollerabile necessità di dover ingannare il re Toante, che le era stato sempre amico. Davanti a tale dilemma, la Ifigenia goethiana sceglie la via dell’onestà, informando il re della sua partenza ed opponendo un risoluto rifiuto all’ordine di sacrificare il fratello barbaramente inumano ed inutile. L’evoluzione psicologica e spirituale della fanciulla appare così del tutto compiuta, riuscendo a disarmare eventuali ritorsioni di Toante con la forza della schiettezza e della sincerità.