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Vivere una favola: l’utopia di Vasco Rossi contro le degenerazioni del mondo

Sognare di vivere in un’altra realtà, su un pianeta lontano o in un universo immaginario. Un classico, per tanti. Figuriamoci per un artista, che difficilmente riesce ad attraversare il proprio tempo senza conflitti; spesso è proprio un irresistibile desiderio di evasione a formare l’embrione della sua opera. Vasco Rossi non ha mai rinunciato a cantare la sua visione del mondo, si pensi a C’è chi dice no, Gli angeli, Siamo soli, Gli spari sopra, fino alle più recenti Buoni o cattivi e Il mondo che vorrei. Ma la sfida più decisa e commovente alle spietate leggi del cambiamento la troviamo in Vivere una favola, prima traccia di C’è chi dice no, LP pubblicato nel 1987 da un Blasco in stato di grazia e sopravvissuto a un decennio di guai e tumulti.

Il disco è ancora una volta ribelle, ma più disincantato dei precedenti, totalmente antitetico all’italo-disco che ha conquistato l’Italia. Già solo il basso che apre con rabbia la title track ci rende l’inquietudine di un animo che vuole essere libero dalle convenzioni, disfarsi delle catene che lo stringono. C’è chi dice no sarà anche l’ultimo album che Vasco suona insieme alla Steve Rogers Band, convinta ormai di poter fare a meno del rocker.

Quando si parla o si scrive di Vasco Rossi è opportuno tenere a mente che la sua, almeno fino agli anni ’90, è stata una musica tipicamente di protesta. Pur non menzionata direttamente in Vivere una favola, nell’87 la politica italiana è vicina all’orlo di una crisi che sancirà la fine della Prima Repubblica. Economicamente, dopo il boom edilizio che aveva tuttavia deformato i centri storici e trasformato i sobborghi in giungle di cemento, l’Italia stava già crollando, distrutta da trent’anni di speculazioni e abusivismi. Neanche il mare era stato risparmiato, con paesaggi costieri snaturati da ammucchiate di alberghi e hotel per soddisfare la libertà e la ricchezza di pochi.

Vivere una favola è la soluzione, quasi infantile e per questo più sincera, a una realtà insufficiente che pian piano chiude gli orizzonti. Le città continuano a estendersi, a mutare aspetto in un inesorabile processo di urbanizzazione e sviluppo tecnologico. La società intrappola le persone in una rete di competizioni: chi è furbo e accetta le trasformazioni del mondo prevale, chi resta indietro soccombe.

Grande la città
grande, guarda là
grandi novità
macchine veloci
genti più capaci
guarda quante società
quante non si sa
quanti vincono
altri muoiono
io non lo so

Nel mezzo c’è l’io lirico, che osserva e non riconosce ciò che lo circonda, verso cui prova stupore e un certo senso di alienazione, come contribuisce a farci capire l’anafora dei primi tre versi della strofa qui sopra (Grande/grande/grandi). Poi, più avanti, il rifiuto delle imposizioni si rafforza: Io non voglio correre […] io non voglio perdere. Persino chi è felice a ridere e scherzare nei prati suscita avversione. L’artista cerca l’impossibile, un altrove che lo faccia sentire finalmente leggero, lontano da un sistema intrinsecamente corrotto, ipocrita (guarda quante verità). Nel contrasto dialettico tra la semplicità delle parole scelte e la profondità del sentimento espresso c’è tutta la grandezza del cantautore:

Cosa non farei
io non voglio correre
e tu non riderai
cosa non darei
per stare su una nuvola

La nuvola diventa, nelle ultime due strofe, prima un’isola e poi una favola. Tre elementi che indicano pace e bellezza, di cui troppe volte il mondo si dimentica. La ricerca di un luogo ameno sempre più distante è inevitabile, e alla fine la dimensione favolistica, con la sua magia e le sue infinite possibilità, è la meta dove trovare la cura al proprio logoramento interiore.

Edoardo Crasta

Edoardo Crasta

La sua immaginazione ha tre sfoghi: la poesia, la musica e il cinema. Incuriosito da ogni forma di comunicazione, vive indagando i segreti del linguaggio, sua materia di studio, ma sogna un mondo di poche parole.View Author posts