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Il gioco della dama: origini, regole e simbologia

Come è diffusamente risaputo, il gioco della dama appartiene alla categoria dei tradizionali giochi “da tavolo” e prevede il confronto di soltanto due giocatori.

L’etimologia del termine “dama” è di chiara derivazione latina, traendo origine dal vocabolo dell’idioma di Cicerone “domina”, che significa letteralmente “signora” e, pertanto, metaforicamente, sta ad indicare il pezzo più importante della serie e, di conseguenza, il gioco nel suo complesso.

Sulle origini del gioco, così come è pervenuto fino ai nostri giorni, le fonti sono abbastanza controverse, potendo essere stato importato in Europa dall’Oriente o dall’Egitto (ipotesi, per la verità, considerata più verosimile), anche se le prime testimonianze certe risalgono al trattato castigliano “Libros de los juegos” redatto nel tredicesimo secolo su disposizione dell’illuminato ed illuminante re Alfonso X, non a caso denominato “il saggio”. Tra i giochi indicati nel trattato, spunta l’ “alquerque”, che sarebbe stato in voga nel bacino del Mediterraneo orientale già nel XV secolo a.C.

Le regole generali del gioco della dama prevedono che il confronto, tra i due contendenti, si svolga su una scacchiera composta da 64 caselle, con la sistematica alternanza di due colori: il bianco ed il nero. Strumenti dei giocatori sono 24 pedine, di cui dodici bianche ed altrettanto dodici nere. Di solito, per tradizionale convenzione, il colore delle pedine viene assegnato per sorteggio ed il contendente a cui toccano quelle bianche dà inizio al gioco. In realtà, cominciare il gioco può rivelarsi vantaggioso e, per questo motivo, dopo la prima mano, le pedine bianche spettano a turno a ciascun giocatore. Ma chiediamoci, a questo punto, quale sia lo scopo del confronto, almeno quello più di immediata evidenza che può determinare la vittoria dell’uno o dell’altro avversario. L’obiettivo che deve prefiggersi ogni giocatore è quello di “prendere” tutte le pedine dell’altro: nel gergo si dice “mangiare le pedine”; in subordine il giocatore deve cercare di confinare le pedine rimanenti dell’avversario in una posizione che non abbiano più libertà di movimento, in quanto interamente circondate da quelle nemiche.

Nell’uso del gioco più comune, le pedine possono essere utilizzate per movimenti solo in avanti ed avanzando solo di una casella per volta in maniera obliqua (occupando le caselle contrassegnate dal colore nero). Quando una pedina entra in contatto con una pedina avversaria che abbia dietro di sé, sempre in posizione diagonale, una casella vuota, può “mangiarla” ed occupare la stessa casella vuota, procedendo all’eliminazione dalla scacchiera della stessa pedina “fagocitata”. Allo stesso modo si può compiere anche il doppio salto, qualora la pedina ne incontri un’altra nelle stesse condizioni, arrivando a poter eliminare anche due, tre o più pezzi con una sola abile e simmetrica mossa. E’, poi, molto importante riuscire con le proprie pedine a raggiungere la prima fila avversaria: a questo punto la pedina si trasforma in “dama”, acquisendo tale dignità con il segno visibile di due pezzi sovrapposti. La dama diventa la figura forte della scacchiera, in quanto ha la possibilità di muoversi sia in avanti sia all’indietro e, aspetto ancora più significativo, può “essere mangiata” solo da altre dame ma non dalle pedine superstiti, che sono costrette a soccombere. Un’altra regola fondamentale consiste nel fatto che il giocatore, quando si trova nella posizione adatta, è sempre obbligato a “mangiare” i pezzi avversari e, tra le varie possibilità di movimento, deve optare per la scelta che gli consenta di eliminare quanti più pezzi sia possibile. Se, infatti, per motivi di strategia, uno dei giocatori volesse evitare di fagocitare un pezzo, l’inflessibile regolamento del gioco prevede il “soffio”, cioè l’eliminazione della pedina o della dama che non ha eseguito la presa di sopraffazione. Questa regola può essere considerata utile allo scopo di scongiurare eccessivi tatticismi e rendere il gioco della dama lineare ed altamente dinamico.

Ai vari commentatori, nel corso dei secoli, non è sfuggito come il tavolo da gioco della dama, unitamente alle sue diversificate combinazioni, possa ricordare un vero e proprio campo di battaglia. Si tramanda che lo stesso Giulio Cesare conoscesse questo tipo di passatempo e ne avesse ricavato utili spunti per sviluppare una forma di strategia difensiva a forma di piramide o di cono. Uno dei primi trattati italiani sul gioco della dama è considerato quello elaborato dal Lanci nel 1837, anche se la dama cominciò a diffondersi a livello nazionale soprattutto tra gli anni Venti e gli anni Trenta del secolo scorso. Il primo campionato di “Dama” si svolse nel 1925 e, dopo la nera parentesi del secondo conflitto mondiale, riprese nel 1948. Nei decenni successivi iniziò a configurarsi l’idea del gioco della dama, non semplicemente come passatempo o come attività sportiva, ma come vera e propria “riflessione della mente”, in grado di stimolare le attitudini individuali del cervello. Quando si parla di “dama”, tuttavia, è impossibile non procedere a qualche paragone, anche se involontario, con il gioco degli “scacchi”, poiché, secondo il comune sentire, “il campo del confronto” sarebbe uguale per entrambe le tipologie. In realtà, non è esattamente così. I cultori del gioco della dama, con un certo orgoglio, rivendicano di adoperare la cosiddetta “damiera”, mentre i cultori degli “scacchi” si servono della “scacchiera”. E non bisogna neanche lasciarsi troppo ingannare dalle differenze tra le regole che disciplinano le due attività. Non vi è dubbio che il gioco degli scacchi presenti regole più complesse e macchinose, mentre le disposizioni in materia di dama, osservandole con uno sguardo di immediata evidenza, si distinguono per maggiore semplicità e comprensibilità, consentendone una maggiore diffusione anche tra i profani. Proprio il fatto che la dama si basa su pochi fattori determinanti, può portare il giocatore a sottovalutare le mosse dell’avversario, commettendo errori banali e mettendo a rischio il conseguimento della vittoria.

Il gioco della dama è anche legato ad un’importante simbologia esoterica, quella della “triplice cinta”, presente all’interno di numerosi siti archeologici italiani ed europei. La Triplice Cinta, costituita in linea generale da un triplice quadrato concentrico, in apparenza richiama il “gioco del filetto”, una sorta di diversivo popolare, antesignano della dama in epoca medievale. Tracce delle incisioni relative alla triplice cinta si rinvengono già nel corso del primo secolo a.C. in ambito pagano, con particolare riferimento ai rituali magici dei sacerdoti druidici nell’Europa celtica. Per alcuni esegeti, si potrebbe trattare delle cosiddette “tre cinte sacre di mura” tanto care alla cultura celtica, capaci di rievocare un passato misterioso fino alla struttura dell’antica capitale del mitico continente di Atlantide. Per altri studiosi, questo simbolo con i Templari avrebbe assunto una connotazione iniziatico-massonica, volendo indicare i tre gradi principali delle iniziazioni misteriche. Fu proprio nella tarda età medievale che si cominciarono a definire “i tavoli da gioco” così come li conosciamo al giorno d’oggi. In chiave esoterico-teologica il lato delle caselle nere/bianche, chiamato scacchiera o damiera, avrebbe voluto esprimere l’immagine della Gerusalemme celeste, presente nel libro dell’Apocalisse di Giovanni di Patmos, mentre il “filetto” disegnato sull’altro lato avrebbe simboleggiato il ruolo ed il valore della Gerusalemme terrestre. Pertanto, se ne ricava la corrispondenza di ermetica memoria: “come in Cielo così in Terra”. Un altro emblematico legame della triplice cinta si può intravedere con i “mandala” di origine orientale, costituiti da quadrati concentrici che vogliono indicare le capacità dell’uomo ad intraprendere il viaggio della conoscenza, fino a raggiungere la perfetta integrazione armonica con il Principio Universale. Ai quattro lati di ciascun disegno sarebbero collocate quattro porte che corrispondono ai quattro punti cardinali.

Dal punto di vista sociale, il gioco della dama viene considerato istruttivo e didascalico, soprattutto quando viene praticato dai bambini e dagli adolescenti. Tra le attività ludiche, la dama è tra quelle che invita maggiormente alla riflessione ed all’autocontrollo, distogliendo gli utenti da altri tipi di distrazioni più alienanti, come i video giochi o i social network, il cui utilizzo prolungato senza adeguata autodisciplina può portare a notevoli effetti negativi. Nel recente periodo di emergenza pandemica, nonostante la sospensione dei tornei ufficiali, la passione per il gioco della dama non si è placata e vi è stata una vera e propria esplosione dei confronti virtuali. La fortuna della diffusione è dovuta al fatto che si tratta di un gioco capace di unire l’anziano al bambino, il nonno al nipote, diventando uno strumento di sensibile coesione sociale e di trasmissione di esperienze da una generazione all’altra.   

E’ necessario precisare che il gioco della dama, pur avendo una disciplina di base fondamentalmente condivisa, alla quale abbiamo accennato in precedenza, ha regole specifiche nei diversi Paesi del mondo, anche se negli ultimi anni è stato intrapreso un processo di unificazione e di istituzionalizzazione del suo regolamento. A ciò si aggiungono anche differenze di carattere semantico e linguistico: ad esempio nelle lingue germaniche, “dam” vuol dire “diga”, a differenza dell’etimologia latina del termine, a cui abbiamo fatto riferimento nella parte iniziale del presente scritto.

Le opere artistiche che raffigurano “soggetti damistici” sono abbastanza diffusi. Tra queste, si distingue l’anfora a figure nere di Exechias che, secondo gli storici, risalirebbe al VI sec. a.C. In essa sono rappresentati i personaggi omerici, Achille ed Ajace che giocano a dadi o alla cosiddetta “petteia”, una sorta di dama del mondo ellenico pre-classico. In epoca tardo medievale, anche se sono gli scacchi ad ispirare di più la vena artistica, non mancano alcuni disegni del gioco della dama, come è il caso di una tavoletta di modeste dimensioni, dipinta nella prima decade del Quattrocento dal pittore Niccolò di Pietro Gerini. Questa singolare tavola ha come soggetto Agostino di Ippona che gioca su una scacchiera con dei pezzi molto simili a quelli della dama. Tale rappresentazione riferita al grande pensatore ha anche un grande valore simbolico, in quanto tendente ad evidenziare un importante momento del processo di conversione del santo. E’ nel diciassettesimo secolo, però, che si moltiplicano le raffigurazioni aventi come soggetto il gioco della dama. In particolare, spicca la figura di un artista, Michail Sweerts, nativo delle Fiandre, con le due opere “Giocatori di dama” e “Un uomo e una donna che giocano a dama”. I protagonisti delle due raffigurazioni sono, rispettivamente, un gruppo di giovinetti nella prima, mentre nella seconda appaiono ricchi esponenti dell’alta borghesia. Di grande pregio sono anche due dipinti sullo stesso tema eseguiti da Per Angelo Caroselli, che fanno comprendere come il gioco della dama si era diffuso nella Roma papalina seicentesca, soprattutto nell’ambito delle scommesse di azzardo. Circa due secoli dopo sarà il genio di Coubert a concepire l’opera denominata “I giocatori di dama”, dove i protagonisti del confronto sono descritti con mirabile naturalezza. Nel ventesimo secolo è, invece, l’estroso Matisse che, in almeno sei quadri, fa riferimento esplicito od implicito al gioco della dama, in un tripudio di felice miscela tra colori accesi e forti.

In questa breve sintesi, ho voluto dedicare un po’ di spazio ad un gioco molto diffuso e popolare al quale, tuttavia, forse non si riconosce la debita considerazione. Al di là delle apparenze ed al netto di qualsiasi approccio superficiale, la “dama” può riservare molte sorprese e la sua conduzione non è affatto scontata. E’ un gioco, potremmo dire, che può essere accostato, in chiave metaforica, ad un particolare stile di vita: non sempre le scelte che sembrano più semplici sono in grado di portare alla vittoria.

Luigi Angelino

Luigi Angelino

Luigi nasce a Napoli, consegue la maturità classica e la laurea in giurisprudenza, ottiene l’abilitazione all’esercizio della professione forense e due master di secondo livello in diritto internazionale. Dopo un percorso giuridico, consegue anche una laurea magistrale in scienze religiose. Nel 2021 è stato insignito dell’onorificenza di “Cavaliere al merito della Repubblica italiana”. Oltre a numerosi articoli, con Auralcrave ha pubblicato la raccolta di storie “Viaggio nei luoghi più affascinanti d’Europa” ed ha collaborato alla elaborazione del “Sipario strappato”. Negli ultimi anni ha redatto varie raccolte di saggi con la Stamperia del Valentino, tra cui Caccia alle streghe, L’epica cavalleresca, Gesù e Maria Maddalena, Omero e la nascita del mito di Ulisse, Di alcune fiabe e ciò che nascondono, Nel mondo dei sogni, Sulla fine dei tempi (selezionato per Casasanremo writers 2023). Tra i volumi pubblicati con la Cavinato editore international, si segnala il romanzo horror/apocalittico “Le tenebre dell’anima” e la sua versione inglese “The darkness of the soul”; la trilogia thriller- filosofica “La redenzione di Satana”; il saggio teologico-artistico “L’arazzo dell’apocalisse d’Angers”; il racconto dedicato a sua madre “Anna”; le indagini accurate su alcuni misteri dello spazio e del nostro pianeta: “Nel braccio di Orione” e “Magnifici Misteri”. Il suo ultimo lavoro, pubblicato nel 2025, dal titolo “Il cuore e la mente”, rielabora in chiave moderna i più importanti miti greci.View Author posts