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La questione omerica: Omero è esistito realmente?

Chi di noi durante il proprio percorso scolastico non si è trovato faccia a faccia con i versi dell’Iliade e dell’Odissea, gli antichi poemi epici attribuiti ad Omero? Ma davvero si tratta di un personaggio realmente esistito oppure i famosi poemi furono composti da vari autori ed in diversi tempi?

Non vi è alcun dubbio che i “testi omerici”, per secoli, non hanno soltanto goduto la fama come capolavori di poesia, ma si sono imposti quali fonti eccezionali per conoscere le consuetudini politiche, sociali, religiose e tecniche dei popoli del bacino del Mediterraneo in epoca protostorica, o meglio durante quell’età, ancora avvolta dal mistero, contrassegnata dagli studiosi come “Medioevo ellenico”.

Con l’espressione “questione omerica” si fa riferimento all’annosa diatriba, che ha appassionato storici e filologi di ogni epoca, sull’effettiva esistenza del poeta conosciuto con il nome di Omero e circa l’attendibilità di quanto narrato nell’Iliade e nell’Odissea. La questione affonda radici molto antiche, in quanto già nell’età classica, gli studiosi si interrogavano sull’originalità degli scritti omerici. I dibattiti diventarono più accesi nell’ultimo periodo del Medioevo ed all’inizio dell’Umanesimo, ma si può parlare di vera e propria “questione omerica”, con un significato semantico e strutturato, soltanto a partire da Friedrich August Wolf, negli ultimi decenni del diciottesimo secolo, nonché con la successiva suddivisione degli studiosi dei poemi omerici in unitari ed analitici. In linea generale, gli unitari attribuivano all’estro di Omero la stesura di uno o di entrambe le opere; mentre gli analitici lo consideravano una figura letteraria e leggendaria, disconoscendo del tutto la paternità omerica dei due grandi poemi.

E’ necessario, tuttavia, chiedersi prima di tutto a quale periodo storico retrodatare la stesura definitiva dell’Iliade e dell’Odissea. Secondo la maggior parte degli autori antichi, la prima cristallizzazione scritta dei due poemi  si verificò ad Atene, sotto il governo di Pisistrato, durante il VI secolo a.C. Viene da pensare che l’esigenza di fissare per iscritto le gesta eroiche degli antenati derivasse da una sorta di spirito nazionalista e dalla posizione di egemonia politica e culturale, che la capitale dell’Attica stava acquisendo rispetto alle altre comunità cittadine. La cosiddetta “edizione nazionale” dei testi omerici fungeva da forza catalizzatrice di prestigio e di potenza, inglobando e modificando le versioni locali delle grandi imprese di Achille, di Ulisse e degli altri grandi eroi, protagonisti dei due poemi. I filologi, tuttavia, ritengono che la suddivisione in 24 canti, rispettivamente indicati con lettere maiuscole per l’Iliade  e da lettere minuscole per l’Odissea, risalga all’epoca ellenistica. In particolare, due grammatici alessandrini, Xenone ed Ellanico, evidenziando le notevolissime divergenze di contenuto tra l’Iliade e l’Odissea, furono tra i primi ad avanzare l’ipotesi che le opere fossero state elaborate da due o più autori diversi. Le idee dei precitati filologi furono aspramente avversate dai “tradizionalisti”, come Aristofane da Bisanzio che, forte della sua posizione di direttore della Biblioteca di Alessandria, indicò perfino come “eretiche” le loro legittime ipotesi. Nel diciassettesimo secolo l’abate d’Aubignac, un certo Francois Hedelin, fu uno dei primi a promuovere l’ipotesi che Omero non fosse mai esistito e che l’Iliade fosse derivata dall’unione di canti di differente origine, redatti in epoche diverse. Le argomentazioni del religioso francese sono state considerate poco attendibili e di scarso rilievo filologico: egli, infatti, non conosceva neanche la lingua greca ed aveva tratto le proprie conclusioni dopo l’analisi di traduzioni in lingua latina. Originale fu, invece, l’interpretazione di Giambattista Vico, secondo il quale l’epica omerica doveva essere attribuita al “popolo greco nel suo tempo favoloso”, non potendo essere il frutto letterario di una sola mente. I poemi omerici, pertanto, sarebbero nati con il contributo di intere generazioni di cantori popolari, fino all’attribuzione simbolica e leggendaria ad un unico autore, appunto Omero.

Abbiamo già accennato in precedenza a come il filologo tedesco Friedrich August Wolf  venga indicato come il primo studioso ad analizzare la questione omerica in maniera scientifica. La sua opera, Prolegomena ad Homerum (Introduzione ad Omero), divulgata nel 1795, costituisce ancora oggi una delle trattazioni più complete della diatriba. Nella prima parte dell’opera, si procede ad introdurre criticamente i due poemi omerici, mentre nella seconda parte si affronta più nel dettaglio la questione della composizione, riprendendo la tesi dell’abate d’Aubignac, secondo cui Omero non era mai esistito e i poemi a lui attribuiti derivavano dalla raccolta di più canti di provenienza diversa. Pur non avendo sostenuto alcuna ipotesi originale, a Wolf va riconosciuto il merito di aver dato sistematicità ed unitarietà alle tesi sviluppate da esegeti di epoche precedenti. E’ proprio da Wolf che parte la corrente dei filologi, detti “analitici”, che portarono avanti l’idea della non unitarietà dei due poemi, cercando di metterne in luce ogni discrepanza e contraddizione storica e letteraria.

All’interno della cosiddetta “critica analitica”, è possibile distinguere due principali teorizzazioni: la prima sostiene la presenza di un “antico nucleo” a cui, con il tempo, furono aggiunti altri canti; la seconda, più estremista, indica come altamente probabile la progressiva cucitura di canti differenti raccolti insieme, senza la preesistenza di un “nucleo” originario. Fu Hermann ad inaugurare la tesi del “nucleo primitivo”, avanzando l’ipotesi che all’inizio fossero divenuti popolari due canti principali, l’uno incentrato sull’ira di Achille e l’altro sul ritorno di Odisseo, progressivamente ampliati da cantori di epoche successive. Al filologo tedesco von Wilamowitz-Moellendorff, vissuto a cavallo tra la seconda metà dell’Ottocento ed i primi decenni del Novecento, si deve il tentativo di conciliare le teorie “analitiche” con quelle “unitarie”. Nel suo saggio, Die Ilias und Homer, pubblicato nel 1916, interpretando meglio alcune idee già espresse da altri autori, sostenne che intorno all’VIII secolo a.C., un poeta, conosciuto dai posteri con il nome di Omero, nell’ambito della cultura ionica, avrebbe attinto ad un’ancestrale tradizione di cantori, fondendo i nuclei originari (kleinepen) in un grande poema epico (grossepos). Questa teoria, forse troppo compromissoria per essere accettata nel mondo accademico, tenderebbe a salvare la figura storica di Omero e, nello stesso tempo, tenderebbe a giustificare le notevoli discrepanze filologiche individuate nei testi. Un’ulteriore svolta della questione omerica si deve al giovane grecista statunitense Milman Parry, che inaugurò l’ardita tesi della totale oralità nella formazione dei poemi omerici. Anche se studiosi precedenti avevano già vagliato la possibilità che alcune parti degli stessi fossero state tramandate oralmente, nessuno si era spinto ad affermarne la pura oralità dell’elaborazione. La tesi di Parry è molto importante, non solo per motivazioni ermeneutiche di carattere filologico, quanto per questioni di carattere storico, sulle quali torneremo con un’apposita trattazione. Stando all’idea del grecista americano, i poemi omerici sarebbero stati concepiti in seno ad un sedime sociale che non conosceva ancora la scrittura. La convinzione si fondò sull’analisi delle cosiddette “formule” rinvenute nei poemi omerici, cioè gruppi di due o più parole che si ripetono in numerose parti dei testi, con scarse modifiche apportate soltanto allo scopo di rendere più armonica la narrazione e per assecondare la metrica. Queste formule, poi, sono legate, per lo più, a schemi sociali dell’età ellenica arcaica, come il consiglio, lo scudo dell’eroe, la virtù, la battaglia e similari. Pertanto, stando a Parry e ad altri studiosi che ne seguirono la teoria, le “formule” costituirebbero tracce inequivocabili del culto dell’oralità, rendendo più agevole la memorizzazione dei versi per tante generazioni di cantori. Successivamente Walter Arend, nella pubblicazione del 1933, Die typischen Szenen bei Homer, sviluppa ulteriormente le tesi proposte da Parry, individuando nei due grandi poemi alcune scene tipiche, come la morte dell’eroe, l’orazione funebre o la descrizione delle armi, che si ripetono ogni volta si ripresenti una simile contestualizzazione narrativa. Adoperando un linguaggio moderno, si potrebbe affermare che gli autori avessero adoperato  una metodologia di narrazione complessiva, servendosi di schemi precisi come il “catalogo” o la “ring composition”. In epoca più recente, verso la metà del secolo scorso, il filologo inglese Eric Havelock, sottolineò come l’opera omerica dovesse essere considerata come una sorta di “enciclopedia tribale” redatta a scopo didascalico. I racconti epici dovevano servire ad insegnare la morale imperante nell’epoca dei redattori, facendo riferimento ad un’imprecisata età dell’oro, in cui gli dèi interagivano con gli uomini e questi ultimi aspiravano ad essere eroi, fino all’estremo sacrificio della vita. Secondo questa chiave di lettura, i poemi omerici dovevano essere perciò interpretati in un’ottica socio-educativa.

In epoca contemporanea  la vexata quaestio risulta ancora molto aperta, emergendo interpretazioni anche decisamente antitetiche fra loro. Ad esempio, in totale contrasto sono le ipotesi di Gregory Nagy e quelle di Martin L. West. Secondo il primo, i poemi continuarono a proliferare nella tradizione orale, cristallizzandosi nelle versioni da noi conosciute, più o meno, soltanto intorno al 150 a.C., quando furono redatte le prime edizioni ellenistiche; per il secondo, invece, l’Iliade e l’Odissea presentano strutture linguistiche troppo omogenee, affinchè si possa pensare che siano circolate troppo a lungo solo nella tradizione orale. In più, secondo Martin L. West, le architetture narrative e linguistiche dei due poemi sono troppo diverse per poter essere attribuite allo stesso autore, facendo pensare, invece, a due diversi soggetti, denominati dal critico P e Q che, comunque, avrebbero fatto i conti con una copiosa tradizione epica precedente e non limitata soltanto al mondo ellenico.

Ma chi era Omero? Personaggio reale o leggendario che fosse? Oltre all’Iliade e all’Odissea, al poeta furono attribuite anche altre opere, come gli Inni omerici, i brevi poemetti noti con i titoli di Batracomiomachia e Margite ed altri scritti minori del cosiddetto “ciclo epico”. Anche sull’etimologia del nome “Omero” si sono succedute numerose dispute. Tra le ipotesi più accreditate, vi è quella che traduce il nome del poeta con l’espressione “colui che non vede”. Nelle credenze antiche, infatti, molto spesso la  cecità poteva assumere caratteristiche sacrali e profetiche, compensata da qualità di immensa saggezza. In buona sostanza, coloro che non potevano osservare la realtà materiale, riuscivano meglio a distinguere i valori dello spirito, così come avverrà in uno dei personaggi più famosi della tragedia classica, Edipo. Seguendo un altro filone interpretativo, il nome di Omero, potrebbe essere legato al verbo greco “omerein”, che può essere reso in lingua italiana con “incontrarsi”. I fautori di tale accezione, sottolineano come in epoca antica si organizzassero le “omeridi”, che formavano piccole riunioni in cui si celebravano quei canti che, poi, successivamente avrebbero costituito gli ingredienti più importanti dei grandi poemi ellenici. Sta di fatto che, ancora oggi, non vi è alcuna certezza sul significato etimologico del nome “Omero”.

La biografia tradizionale, che si attribuisce all’autore dell’Iliade e dell’Odissea, è probabilmente inventata, basata su elementi fantasiosi e mitologici. Fin dall’antichità vi sono stati numerosi tentativi di formulare edizioni biografiche del poeta, fino a confluire in un grande corpus formato da sette testi diversi. La trattazione più dettagliata è quella attribuita in maniera pseudo-epigrafica ad Erodoto e, per questo motivo, conosciuta come Vita Herodotea, parimenti ad un’altra narrazione relativa alla vita di Omero, redatta da un autore anonimo, ma riconosciuta alttettanto falsamente a Plutarco. Tra le fantasiose genealogie di Omero, una delle più frequenti era quella che sosteneva che fosse figlio della ninfa Creteide, mentre altre lo inserivano tra i discendenti di Orfeo, il mitico cantore proveniente dalla Tracia che incantava uomini e belve con la sua musica. Risulta chiaro come, in quest’ultima interpretazione, fosse viva l’esigenza di celebrare le origini divine o semidivine di uno dei progenitori della letteratura poetica mondiale. Per quanto riguarda il luogo delle origini di Omero, ben sette città si contendevano la sua nascita: Smirne, Chio, Colofone (i cui riferimenti ricorrono in numerose citazioni) e, in secondo luogo, Itaca, Pilo, Argo e Atene. E’ necessario sottolineare che la maggioranza di queste città è situata in Asia Minore, l’attuale Turchia, nell’area geografica anticamente nota come “Ionia”. Ciò è stato messo in relazione col fatto che la maggior parte dell’Iliade è scritta in dialetto ionico. Tuttavia, è stato anche giustamente osservato che tale elemento potrebbe far propendere per l’ipotesi, secondo la quale la stesura finale dell’Iliade sia avvenuta in “area ionica”, ma non aggiunge alcun elemento certo alla presunta vita reale di Omero. Per il fatto, poi, che nell’Iliade vi sono presenti anche molteplici espressioni proprie del dialetto eolico, così come suggerito da Pindaro, Smirne, abitata sia da Ioni che da Eoli, è considerata la candidata più accreditata per essere eletta “patria” di composizione del poema. Semonide, invece, propendeva per Chio, a causa della presenza di un gruppo di rapsodi che si facevano chiamare “omeridi”, come abbiamo accennato in precedenza a proposito dell’etimologia del nome del poeta. Inoltre, tra gli inni minori che furono attribuiti ad Omero, nell’inno ad Apollo, l’autore si autoproclama “uomo cieco che abita nella rocciosa Chio”. Secondo quanto contenuto nella Vita Herodotea, il vero nome del grande poeta sarebbe stato Melesigene, da tradurre con l’espressione “nato presso il fiume Meleto”, mentre Omero sarebbe soltanto un soprannome derivante dalla sua condizione di cecità, oppure da un altro termine greco che vuol dire “ostaggio”.

E’ da ritenersi di scarso valore storiografico la presunta rivalità tra Omero ed Esiodo, indicati come protagonisti di un racconto fantastico, nonostante le rispettive numerose biografie fossero discordanti sull’esatta collocazione temporale delle loro esistenze. Nell’ Agone di Omero ed Esiodo, redatto da Alcidamante e da altri autori, nel terzo secolo d.C., si immagina una gara poetica tra i due grandi poeti, in occasione dell’elogio funebre in onore di Anfidamante, re dell’isola di Eubea. Esiodo avrebbe recitato un passo delle Opere e giorni, mentre Omero si sarebbe esibito nella narrazione di una scena di guerra contenuta nell’Iliade. Il fratello del defunto, il re Panede, avrebbe assegnato la vittoria del certamen ad Esiodo, in quanto i suoi versi erano dedicati alla pace, mentre nel testo di Omero riecheggiava l’urlo della guerra. E’ superfluo ricordare che si tratta di un racconto di un fatto mai avvenuto e frutto solo della fantasia degli autori. In estrema sintesi, si può affermare che, in base ai dati tramandati dalla tradizione biografica dell’antichità, non vi sono elementi certi o plausibili per poter sostenere la reale esistenza di Omero.

Questa breve trattazione rimanda a sintesi successive su tematiche specifiche, come L’Iliade e la virtù dell’eroe, L’Odissea e la continua ricerca, Il mondo omerico, L’antropologia e la religione in Omero.

Luigi Angelino

Luigi Angelino

Luigi nasce a Napoli, consegue la maturità classica e la laurea in giurisprudenza, ottiene l’abilitazione all’esercizio della professione forense e due master di secondo livello in diritto internazionale. Dopo un percorso giuridico, consegue anche una laurea magistrale in scienze religiose. Nel 2021 è stato insignito dell’onorificenza di “Cavaliere al merito della Repubblica italiana”. Oltre a numerosi articoli, con Auralcrave ha pubblicato la raccolta di storie “Viaggio nei luoghi più affascinanti d’Europa” ed ha collaborato alla elaborazione del “Sipario strappato”. Negli ultimi anni ha redatto varie raccolte di saggi con la Stamperia del Valentino, tra cui Caccia alle streghe, L’epica cavalleresca, Gesù e Maria Maddalena, Omero e la nascita del mito di Ulisse, Di alcune fiabe e ciò che nascondono, Nel mondo dei sogni, Sulla fine dei tempi (selezionato per Casasanremo writers 2023). Tra i volumi pubblicati con la Cavinato editore international, si segnala il romanzo horror/apocalittico “Le tenebre dell’anima” e la sua versione inglese “The darkness of the soul”; la trilogia thriller- filosofica “La redenzione di Satana”; il saggio teologico-artistico “L’arazzo dell’apocalisse d’Angers”; il racconto dedicato a sua madre “Anna”; le indagini accurate su alcuni misteri dello spazio e del nostro pianeta: “Nel braccio di Orione” e “Magnifici Misteri”. Il suo ultimo lavoro, pubblicato nel 2025, dal titolo “Il cuore e la mente”, rielabora in chiave moderna i più importanti miti greci.View Author posts