Oltre la fine del viaggio: il sottotitolo rende bene le due componenti del dispositivo narrativo sul quale è costruito Frieren, manga ideato da Kanehito Yamada, disegnato da Tsukasa Abe e recentemente adattato in anime da Madhouse. Prima componente: piuttosto che come un’avventura, gli eventi che costruiscono la trama di Frieren andrebbero descritti come la parodia di ogni avventura, proprio perché essi hanno luogo solo al termine della parte più rilevante della fabula. Il racconto si apre sul ritorno di un gruppo di quattro personaggi dall’aspetto distintamente fantasy – l’elfa che dà il titolo all’opera, l’eroe Himmel, il prete Heiter e il nano Eisen – al punto di partenza del viaggio che li ha portati a sconfiggere il Re Demone. I quattro vengono celebrati come i salvatori del mondo, prima che il gruppo si divida e che Frieren prenda la sua strada, dedicandosi per diversi decenni al suo passatempo – la ricerca di incantesimi di dubbia utilità. Poco o nulla viene detto di quanto accaduto nei dieci anni di avventura, e il tono particolare dell’opera si fa evidente già nel fatto che ben cinquant’anni passino d’un colpo prima che Frieren torni a incontrare i vecchi compagni. L’ultramillenaria Frieren non è cambiata in nulla, e più volte ripete come quei dieci anni di viaggio abbiano costituito per lei un lasso di tempo irrisorio. Lo stesso non vale per gli altri avventurieri. Himmel, in particolare, è sensibilmente invecchiato, e si lascia morire mentre ammira con gli amici lo spettacolo di stelle cadenti cui avevano assistito cinquant’anni prima, al ritorno dall’impresa.
Da qui la seconda componente del dispositivo narrativo. Gli elfi, ci viene detto, non possono provare amore romantico, e in effetti Frieren mostra una difficoltà quasi autistica nel comprendere ed esternare i propri sentimenti. Eppure, ella non può che piangere la morte del vecchio compagno, al quale era probabilmente legata da una forma di amore non riconosciuto. La morte di Himmel è, dirà in seguito, la “scintilla” che fa esplodere in lei il desiderio di conoscere meglio l’amico. L’intera opera è costruita sulla sproporzione, sulla mancata sincronia tra il tempo vitale di Frieren e quello dei compagni. Da un punto di vista umano, Frieren è praticamente immortale, e per questo il tempo per lei sembra non avere significato. È un’idea diffusa della filosofia del Novecento che sia proprio la finitudine della vita umana a dare un senso alla sua temporalità: poiché Frieren ha a disposizione un tempo infinito, per lei giorni, mesi e anni si svuotano di ogni senso. La natura del tempo inizia a diventarle evidente solo con la morte di una persona cui era legata: l’attaccamento a Himmel la obbliga a interessarsi al tempo umano, la trascina fuori dalla durata omogenea della propria lunghissima vita. Si potrebbe certo dire, riprendendo uno dei titoli più abusati della letteratura mondiale, che Frieren sia spinta alla “ricerca del tempo perduto”, nella misura in cui uno dei suoi scopi è ripercorrere i passi fatti coi compagni. A livello più profondo, però, quella di Frieren andrebbe descritta come la ricerca di una temporalità nella quale il tempo possa andare perduto, di un modo di vivere il tempo, vale a dire, nel quale gli anni trascorsi coi compagni possano acquisire tutto il loro senso, proprio perché si tratta di un intervallo di tempo che non si può recuperare.
Quella di Frieren può essere considerata la drammatizzazione di un’esperienza piuttosto comune, il rimpianto di non aver fatto un uso più saggio del tempo trascorso con delle persone care. Come nota l’anziano mago Fernen riflettendo sui decenni passati prima che si decidesse a restituire un favore all’altrettanto anziano Denken, il quale a sua volta, nonostante i tanti propositi, aveva finito per non fare più ritorno al paese d’origine, gli umani si comportano come se non fossero consapevoli della limitatezza della propria vita. “Un giorno” (quando si dice “un giorno ci tornerò”, o “un giorno ti restituirò il favore”) non rientra nell’orizzonte della loro temporalità. Fernen rende esplicito l’errore di Frieren: il suo regime vitale le consentirebbe di vivere proprio come fanno questi umani dimentichi del tempo; eppure, l’attaccamento a esseri dalla vita limitata la costringe a cambiare registro temporale. Se ancora la si vuole descrivere come un’avventura, Frieren è un’avventura della memoria e del rimpianto. Il rimpianto di essersi sforzata tanto poco di conoscere Himmel (ben rappresentato dal demone creatore di fantasmi che Frieren si trova ad affrontare con Fern, e che mette le due di fronte ai loro cari perduti, Himmel e Heiter) spinge la protagonista a cercare un ritmo diverso per la propria esistenza, un ritmo che sia modellato sulla finitudine vitale tipicamente umana. Nel fungere da “scintilla” di questa ricerca, Himmel svolge la stessa funzione di quella che Proust, nell’opera letteraria che stiamo parodiando in più modi, definiva una “dea del tempo”, un oggetto d’investimento emotivo che spinge alla ripresa nella memoria di eventi passati.
Nell’opera, l’attaccamento nei confronti degli altri si esprime spesso come un apprendistato che consiste nell’imparare a curarsi della temporalità altrui. Frieren dovrà rimediare all’errore commesso coi vecchi compagni imparando a curarsi del tempo dei suoi nuovi amici umani: la maga Fern, affidatale dal prete Heiter prima di morire, e il guerriero Stark, allievo del nano Eisen. Solo le proteste di Fern convincono Frieren che i sei mesi spesi per trovare un certo fiore con cui abbellire una statua siano un tempo sproporzionato per un umano, ma la protagonista sembra iniziare a capire che non è più solo del suo tempo che si tratta. Già la decisione di prendere Fern come apprendista segnala un certo cambiamento in Frieren, che, al termine del primo viaggio, sosteneva che prendere un’allieva dalla vita breve come quella umana sarebbe stato uno spreco di tempo. All’osservazione di Eisen che non è questo che significa avere relazioni con le persone, Frieren rispondeva che invece sì, è proprio questo che significa, implicando che anche i dieci anni della prima avventura avevano avuto poco significato, avendo costituito appena un centesimo della sua vita. Nell’incontrarla nuovamente dopo ottant’anni, è lo stesso Eisen a notare come quel centesimo l’abbia davvero cambiata, e come per la prima volta l’elfa sembri rendersi conto del valore che il tempo ha per gli altri.
Questa sincronizzazione ha luogo anche tra gli stessi esseri dalla vita limitata: il motivo per cui Stark si unisce alle proteste di Fern è la fretta di completare il viaggio prima della morte del maestro Eisen, per poter tornare a riferirgli le tante memorie raccolte coi compagni. Infine, ed è uno degli aspetti più interessanti, ha luogo in alcuni personaggi un apprendistato simile a quello di Frieren, ma di senso opposto. Himmel insisteva tanto nel tappezzare il percorso di statue a sua immagine per evitare che Frieren, una volta passato il tempo dei compagni, si sentisse sola. Il nuovo senso che il viaggio acquisisce sta nel mostrare a Frieren quanto Himmel e gli altri si siano impegnati per creare un futuro a misura della sua durata: la volontà di Himmel di immortalarsi non era mossa da civetteria, ma dalla cura genuina per una temporalità diversa dalla propria. Qualcosa di simile vale per Fernen, allievo dell’elfa Serie, che tenta di uccidere Frieren pur di consegnare alla storia il proprio nome e così, indirettamente, quello della maestra: ma, lo rassicura Frieren, non serve lasciare alcun marchio nella storia, perché la stessa Serie si ricorderà benissimo di lui. È la stessa Serie a confermare di ricordare tutti i suoi allievi e di non essersi pentita di averli presi con sé, per quanto tutti abbiano vissuto brevemente e nessuno di loro abbia lasciato traccia nella storia. La dialettica storia-memoria-finitezza è in effetti tra quelle che caratterizzano tutta l’opera, anche se sembra che la storia compaia più che altro a titolo di fraintendimento: la storia è solo la forma che la memoria di immortali come Serie o Freiren assume agli occhi umani. Consegnarsi alla storia è solo un mezzo per venire ricordati dai propri cari la cui memoria pare destinata a vivere in eterno – Serie per Fernen, Frieren per Himmel.
Un ultimo esempio di cura per la temporalità altrui è costituito dalla maga Flamme, l’antica maestra di Frieren, che, avendola avvertita che un giorno avrebbe commesso un “grave errore” e avrebbe desiderato conoscere meglio gli umani, le lascia in eredità una magia che dovrebbe permetterle di dialogare coi morti. L’ambientazione fantasy fa sì che il rimpianto di non aver conosciuto meglio Himmel non sia l’ultima parola. Ma per utilizzare questo incantesimo serve che Frieren si rechi in un posto preciso: insieme a Fern e Stark, ella dovrà ripercorrere la via verso il luogo dove, ottant’anni prima, la compagnia dell’eroe aveva posto fine alla minaccia del Re Demone. Con un millennio di anticipo, Flamme ha predisposto una nuova avventura per la sua allieva. Frieren si trova a ripetere lo stesso viaggio compiuto con Himmel, Heiter ed Eisen proprio per aver modo di parlare col vecchio amico defunto.
Scrittori e filosofi hanno spesso notato come sia impossibile un’autentica ripetizione, l’esperienza di rivivere degli eventi passati come fosse la prima volta, attraverso una riproduzione volontaria di condizioni passate. Proust sosteneva che l’unico modo per completare la ricerca del tempo perduto fosse la memoria involontaria: il presentarsi di episodi, come il sapore della famosa madeleine della Recherche, che tracciassero ponti insospettati verso il passato colto non come ricordo particolare ma come puro evento. Qualcosa di simile si trova nell’idea di ripetizione di Søren Kierkegaard: le speranze di Constantius, protagonista del libro intitolato appunto La ripetizione, di rivivere le memorie di un precedente viaggio a Berlino ripetendo pedissequamente quanto fatto la prima volta – soggiornando allo stesso hotel, frequentando lo stesso teatro e lo stesso ristorante… – vengono frustrate, al punto che Constantius inizia a disperare della possibilità di una vera ripetizione: “Quando tutto questo si fu ripetuto alcuni giorni, fui preso da tale amarezza, ero così stizzito della ripresa che decisi di ripartire. La mia scoperta non era significativa, ma strana: avevo scoperto che la ripresa non è possibile e me ne ero a più riprese convinto”.
Per quanto ci sia qualcosa di ridondante nel modo in cui il nuovo gruppo ripercorre le tappe del vecchio, la ripetizione del viaggio di Frieren è molto diversa da quella di Constantius. Frieren è presto portata a scoprire che la ripetizione esteriore è solo un espediente. La morale del libro di Kierkegaard era che la ripetizione andasse agita come un movimento interiore, non esteriore; in termini filosofici, la ripetizione è una questione intensiva più che estensiva. Non si tratta di ricreare condizioni esteriori, ma di cogliere il puro evento di ciò che è accaduto una volta e che acquisisce una specie di eternità che può essere recuperata. Riprendendo Kierkegaard, Gilles Deleuze distingueva una ripetizione “nuda”, quale quella tentata da Constantius, da una “vestita”, che ripete in intensità e, anche senza una somiglianza evidente, permette di liberare qualcosa rimasto allo stato solo potenziale alla prima occorrenza.
Il secondo viaggio di Frieren è un esempio di ripetizione intensiva o vestita. Ripercorrere le stesse tappe è un aspetto inessenziale, e anzi, seguendo sempre Kierkegaard e Deleuze, si può dire che paradossalmente l’essenziale nella ripetizione stia nelle differenze, nel modo in cui il ripetuto viene modulato e trasformato rendendogli un’esistenza nuova: tornando dopo ottant’anni in uno dei ristoranti visitati nel viaggio originario, Frieren nota con delusione che, nonostante le promesse del cuoco, il gusto dei piatti è cambiato. Poco importa: il gusto è cambiato, ma in meglio. Un episodio insignificante che fa però da simbolo all’intero viaggio: l’aspettativa di rivivere gli stessi identici eventi è frustrata, ma proprio per questo la vera ripetizione è liberata, e solo le differenze tra i due viaggi fanno vivere entrambi di vita propria, come si vede ancor meglio nel momento in cui Frieren, catapultata da una magia nello stesso passato condiviso con Himmel, Heiter e Eisen che sta cercando di ripercorrere, si adopera in ogni modo per tornare al presente, alla nuova avventura con Fern e Stark. Non è alla ripetizione fine a sé stessa che Frieren è interessata: pur felice di rivedere i vecchi amici, ella è consapevole che i dieci anni trascorsi con loro sono stati più che sufficienti. Non si tratta di aggiungere altro tempo ma di capire cosa davvero abbia avuto luogo, in intensità, nel corso di quegli anni – e parallelamente, di far emergere la vera avventura nel viaggio che sta percorrendo con Fern e Stark, colta questa volta in contemporanea allo stesso svolgersi del viaggio. La ripetizione, scriveva Kierkegaard, è il contrario della reminiscenza: è un “ricordare procedendo”. La si potrebbe quasi descrivere come una paradossale rimemorazione di qualcosa che non è mai stato, e sembra proprio questo ciò che accade a Frieren. Il materiale rimasto allo stato virtuale che il nuovo viaggio le permette di scoprire è quello costituito dall’attaccamento ai compagni, dall’intimità mancata con Himmel, dall’avventura che, forse, è consistita meno nella sconfitta del Re Demone che nel tempo passato a fianco di persone cui si è mancato di dire qualcosa di importante.
Lo stesso Deleuze sostiene che i veri viaggi siano viaggi che si fanno “da fermi”, dei divenire intensivi più che degli spostamenti spaziali. Assume così tutto il suo senso il fatto che l’intero racconto abbia luogo “oltre la fine del viaggio”. Quella compiuta con Fern e Stark è solo il simulacro di un’avventura, una peripezia dettata solo dal desiderio di Frieren di rimodulare il proprio ritmo vitale e di rimediare alla superficialità con cui aveva lasciato che il tempo coi vecchi compagni scorresse. Ma è proprio il fatto che l’avventura vera e propria sia stata disinnescata, che l’opera inizi solo dopo la fine del viaggio, che permette a quella che è la vera avventura di emergere. Più volte ci viene detto che anche il vecchio viaggio aveva avuto qualcosa di ridicolo; Himmel stesso esprimeva il desiderio di vivere un’avventura divertente di cui lui e i compagni potessero ridere in futuro. Ma, almeno per Frieren, la sconfitta del Re Demone ha impegnato tutte le risorse nell’“estensivo”, nel portare a termine la missione, impedendole ogni viaggio “in intensità”, lasciando allo stato latente il potenziale condiviso di affettività. Lo spostamento spaziale è contingente, e persino la magia che, raggiunta la destinazione, dovrebbe permettere di parlare coi morti appare quasi come una burla: tutti i discorsi hanno già avuto luogo, e quello che Frieren deve fare è solo estrarne il senso dalle memorie che ripercorre man mano. Come Eisen spiega all’allievo Stark, sono proprio le avventure senza senso con i proprio amici che producono le più immortali delle memorie, e viene il sospetto che, se il primo viaggio è durato dieci anni, sia stato soprattutto a causa di Himmel, più volte descritto come un “fanatico delle deviazioni”, che avrebbe fatto di tutto per aggiungere all’avventura ogni tipo di interstizi e appendici inessenziali alla sconfitta del Re Demone. È nei tanti flashback, e non nel perseguimento di quella che possiamo immaginare sia una magia farlocca, che Frieren estrae qualche conoscenza dei vecchi compagni, così come è nei momenti di svago con Fern e Stark più che nel proseguire del viaggio che sta l’essenziale della nuova esperienza. Senza che nulla cambi di fuori, tutto cambia di dentro, e Frieren impara già a conoscere Himmel lavorando sul materiale degli stessi ricordi che ha sempre avuto a disposizione.
È così che si saldano i due lati del meccanismo narrativo di Frieren, la parodia e il rimpianto, il comico e il tragico. Il viaggio deve diventare una parodia di sé stesso se la vera avventura, l’avventura in intensità, quella svolta nella rete di relazioni affettive coi compagni, deve essere liberata. Il rimpianto trova così consolazione: non serve arrivare alla meta per parlare coi morti proprio perché, per tutto il corso del viaggio, Frieren non fa altro che parlare con Himmel, ripetendo le memorie del primo viaggio ma estraendo, stavolta, tutto quanto vi era rimasto allo stato virtuale, proprio mentre apprende a curarsi del tempo dei nuovi amici. È “oltre la fine del viaggio” che la vera avventura inizia, lasciando coincidere, nella ripetizione, l’ilarità di una risata e la malinconia di un sorriso.