La saggezza di re Salomone è diventata nel corso del tempo così leggendaria e proverbiale, tanto da svincolarsi quasi dal personaggio storico o presunto tale di riferimento. Salomone, stando alle testimonianze dell’Antico Testamento biblico, sarebbe stato il terzo re d’Israele, successore e figlio di Davide, la cui stirpe si sarebbe allungata fino ad abbracciare Gesù Cristo. Il regno di Salomone viene, in linea generale, datato tra il 970 ed il 930 a.C., un periodo eccezionalmente lungo, considerata l’età storica. Figlio di Davide e Betsabea, che era stata moglie di Urìa l’Ittita, Salomone viene indicato come l’ultimo re del regno unificato di Giuda e di Israele: un periodo che gli Ebrei delle epoche successive avrebbero idealizzato come una sorta di “età dell’oro”. Di Salomone trattano i Libri dei Re e i Libri delle Cronache, mentre non sono state individuate fonti redatte nel suo tempo. Alcuni accademici della scuola tradizionale ne sostengono la certa storicità, mentre altri lo considerano non realmente esistito, o quanto meno la trasfigurazione idealizzata di un’altra figura. La stragrande maggioranza degli studiosi, tuttavia, concorda sull’impossibilità di un regno retto da un’unica persona per un periodo così lungo.
Secondo le ricostruzioni delle fonti disponibili, la costruzione del tempio ebbe inizio verso la metà del X secolo, compiendosi in sette anni. Ricordiamo che il numero sette, in tutta la sapienza biblica, aveva un valore altamente simbolico e potrebbe essere stato indicato per sottolineare la grandezza e la magnificenza dell’opera attribuita a Salomone. Si pensi che Erode, invece, impiegò circa quarantasei anni per completare l’edificazione del secondo tempio, non riuscendo nemmeno a riplasmarlo nella forma primigenia.
Cercare di fare chiarezza sul tempio di Salomone significa addentrarsi in un mistero tuttora irrisolto. Alcuni esegeti appartenenti alla cosiddetta “scuola minimalista” ipotizzano che il grandioso tempio sia stato in realtà edificato da re Giosia alcuni secoli dopo. Lo stesso sovrano avrebbe fatto in modo di retrodatare l’effettiva costruzione al tempo di re Salomone, per acquisirne maggiore prestigio ed autorevolezza. La scuola massimalista, invece, ne attribuisce la paternità a Salomone, pur evidenziando le notevoli incongruenze ed esagerazioni riportate dagli autori dei testi confluiti nell’Antico Testamento. In primis è stato sottolineato come le descrizioni bibliche del Tempio, di cui, comunque, non sono state trovate ancora tracce, siano del tutto incompatibili con gli spazi disponibili nella piccola Gerusalemme di Davide. E’ verosimile pensare che le strutture, delineate nei testi biblici, siano stato oggetto di progetti elaborati nel corso dell’età persiana, anch’essi retrodatati allo scopo di conferire un valore di maggior pregio.
La tradizione biblica ci parla di tre anni che servirono al terzo re d’Israele per pianificare la costruzione del tempio che fu affidata a maestri esperti Fenici. La struttura portante dell’edificio, infatti, richiamava i modelli in voga nelle città fenice. Salomone avrebbe pagato l’opera con la grande quantità di oro e di argento che Davide gli aveva lasciato proprio per la costruzione dell’imponente omaggio a Dio. Il racconto biblico appare volutamente esagerato: si parla di 100.000 talenti d’oro che corrispondevano a 5.000 tonnellate e di 1.000.000 di talenti d’argento che corrispondevano a 30.000 tonnellate. Alla costruzione del tempio avrebbero partecipato circa 30.000 uomini ridotti in uno stato di semischiavitù, in considerazione dell’ambizione di Salomone di concludere in tempi brevi l’intera edificazione. Il tempio era, con ogni ragionevole probabilità, lungo 60 cubiti, cioè 27 metri, largo 20 cubiti (9 metri) ed alto circa 14 metri. Qualche fonte parla di un’altezza ancora più maestosa: 120 cubiti, cioè 54 metri. Una lettura anche poco attenta dei già citati libri biblici evidenzia, nei vari passi, misure marcatamente contraddittorie. Al completamento del tempio, questo rimase vuoto per tredici anni, dopo i quali iniziarono i rituali preparatori per la consacrazione a Dio. Non sono note le motivazioni di tale ritardo, se dovuto a cause di carattere tecnico oppure a qualche credenza di tipo scaramantico. Per quanto riguarda la festa della dedicazione del tempio, ancora una volta emergono le discordanze dei testi biblici. Secondo la versione del primo libro dei Re, Salomone fece coincidere l’evento con la festa delle capanne, che durava sette giorni, congedando il popolo l’ottavo giorno. Secondo, invece, quanto riportato nel secondo libro delle Cronache, il terzo re d’Israele fece durare ciascuna delle due feste per sette giorni, con la conseguenza che l’intero ciclo di festeggiamenti durò 14 giorni.
Per quanto riguarda la composizione interna del mitico tempio, come detto in precedenza, non ne restano tracce, nonostante i notevolissimi sforzi compiuti dagli archeologi. Una delle cause principali è forse dovuta ai grandi lavori messi in atto per la costruzione del secondo tempio. I tentativi di ridare forma al tempio originario si basano su alcuni reperti rinvenuti del secondo tempio, nonché su elementi contenuti nel Tanakh, che rappresenta il compendio dei testi sacri dell’Ebraismo. E’ inutile dire come le tante ipotesi differiscano fra loro, anche su elementi di carattere sostanziale. In linea generale, tuttavia, si considera più verosimile, la ricostruzione dell’antico tempio così come delineata nell’Easton’s Bible Dictionary e nell’Enciclopedia Judaica. Secondo tale filone, il tempio era suddiviso in tre parti principali: il Debir, l’Echal, l’Ulam. Il Debir, che potremmo indicare con il termine italiano di “oracolo”, o ancora meglio con l’espressione latina di “sancta sanctorum”, formava la sala più interna, cassonata in legno di cedro, con i muri ed il pavimento rivestiti d’oro, dove era collocata l’arca dell’alleanza. In questa sala erano presenti anche due cherubini in legno d’olivo, con ali aperte ed allargate, alla maniera delle sculture egizie e fenicie. Il profeta Ezechiele scrive che il re di Tiro, che era anche sommo sacerdote presso il suo popolo, viveva nel giardino di Dio. Anche la presenza dei cherubini sembra voler riecheggiare alcuni scenari contenuti nel libro della Genesi a proposito del giardino dell’eden. E’ probabile che i costruttori del tempio di origine fenicia abbiano suggerito a Salomone alcune immagini tipiche della propria cultura. La cella era priva di finestre ed in alcuni testi viene evidenziato come molti fedeli la considerassero come le residenza terrena di Dio. L’Echal, chiamato anche “casa maggiore” o “luogo sacro”, oppure “tempio”, aveva i muri rivestiti di legno di cedro, con intarsi di cherubini , palme e fiori, in parte adornati di oro. Alcune catene d’oro separavano la “casa maggiore” dal “sancta sanctorum”, il cui ingresso era rigorosamente vietato se non al sommo sacerdote e soltanto in particolari ricorrenze annuali. L’Ulam era il portico est di ingresso al tempio e, secondo la testimonianza del secondo libro delle Cronache avrebbe misurato i 120 cubiti di altezza, apparendo di fatto come una torre vera e propria. Non si sa con certezza se un muro separasse tale ingresso dalla camera successiva, mentre in merito alle dimensioni delle due colonne del portico, Boaz quella di sinistra e Jachin quella di destra, i riferimenti biblici sono ancora una volta discordanti. Attorno al tempio, sul versante meridionale, occidentale e settentrionale erano collocate alcune camere che fungevano da magazzini o forse anche come sale di udienze. Inoltre, stando ai riferimenti biblici, intorno al tempio, si trovava il cortile dei sacerdoti, chiamato anche “corte interna”, sulla quale erano fissate alcune travi di cedro. In questo luogo, secondo quanto affermato dal poeta Geremia, si riuniva il popolo per lodare e pregare Dio, dove i sacerdoti officiavano il culto davanti all’altare dei sacrifici, al lavacro bronzeo e a dieci lavatoi.
Abbiamo già detto come Salomone si fosse avvalso dell’aiuto dei Fenici, per la costruzione del tempio, sia in termini di materiali che di competenza ingegneristica. In particolare, il terzo re di Israele fece affidamento sui capaci architetti inviati dal re di Tiro, Hiram. In particolare, molto prezioso si mostrò il contributo di Hiram, figlio di padre fenicio e di madre israelita, da non confondersi con l’omonimo e già citato sovrano. Peraltro il personaggio del ramaio ha ispirato il fortunato e suggestivo romanzo, La chiave di Hiram, pubblicato da Christopher Knight e da Robert Lomas nel 1996. Il testo, seppure in maniera romanzata, intende ripercorrere i primi passi della tradizione muratoria, a cui il tempio di Salomone è fortemente legato, sulla quale ci soffermeremo in seguito. Tornando alla struttura del tempio, essa rievoca quella dei templi Alalakh in Siria e Hazor in Galilea, edificati nel XIII secolo a.C. Erodoto, inoltre, ci descrive le due grandi colonne del tempio di Tiro, una di smeraldo e l’altra d’oro, elementi che ci fanno pensare ad una grande somiglianza delle due colonne Boaz ed Jachin del tempio di Salomone. Anche l’altare di bronzo è mutuato dalla religiosità fenicia, in quanto l’altare israelitico classico era fatto di terra o di pietra grezza. La disposizione del tempio con sale destinate a diverse funzioni, dalla più esterna a quella più interna, ricorda i più antichi templi egizi, dove la camera più isolata era considerata residenza della divinità. Uno degli esempi più calzanti è rappresentato dal tempio di granito situato nei pressi della Sfinge di Giza. C’è da aggiungere, inoltre, che alcuni obelischi egizi erano concepiti per incarnare le stesse funzioni mistiche delle due colonne Boaz ed Jachin. In estrema sintesi, si potrebbe dire che il tempio voluto da Salomone per rendere omaggio al proprio Dio, non era la copia esatta di nessun altro della sua epoca, ma risentiva degli influssi di quelli più importanti e vicini alla tradizione israelitica, anche se di diversa provenienza culturale.
Vi sono ancora molti dubbi sulla reale posizione del tempio di Salomone. Si pensa che esso sorgesse sulla parte più orientale delle due colline che, al giorno d’oggi, formano nella città di Gerusalemme la cosiddetta spianata di Haram, al centro della quale si erge la Moschea di Omar. Il sito considerato più probabile è quello ad ovest della “cupola di roccia”, dove si ritiene possa essere stato collocato l’altare di bronzo. A ciò si aggiunge che la letteratura islamica riporta che la Moschea era stata edificata su una roccia che aveva antiche tradizioni sacre. Gli archeologi ritengono che il sito sia stato scelto anche dall’imperatore romano Adriano per far innalzare la statua in onore di Giove, dopo che Gerusalemme fu chiamata Aelia Capitolina, a sua volta costruito sul tempio voluto da Erode.
I testi biblici ci narrano di numerosi saccheggi e depredazioni al tempio, a cominciare dalle truppe del faraone Sheshonq d’Egitto, fino al tremendo attacco del re Nabucodonosor II che lo distrusse, portando tutti i suoi tesori a Babilonia. Secondo quanto riportato nel libro di Esdra, i tesori furono poi restituiti agli Ebrei, da parte di Ciro il Grande di Persia, al termine dell’esilio babilonese.
Al di là della sua esatta configurazione storica, il tempio di Salomone, ha goduto attraverso i secoli di immensa fama, diventando una metafora della sapienza e della sacralità mistica e religiosa. Dal punto di vista strettamente confessionale, l’allegoria semantica del tempio trascende la dimensione ebraica, occupando un posto di assoluto rilievo anche nel Cristianesimo e nell’Islam. In ambito musulmano, infatti, facendo riferimento a quanto riportato nel Corano, il profeta Maometto nel suo miracoloso viaggio notturno avrebbe viaggiato dal “tempio santo”, situato a La Mecca, fino al “tempio ultimo”, individuato a Gerusalemme con il presunto sito dove sorgeva il tempio di Salomone sul monte Moriah. Nello stesso Corano, Salomone è presentato come ideatore del tempio ed uomo di straordinaria sapienza. Nel Cristianesimo, grande importanza è stata data alle parole di Gesù, così come descritte nei Vangeli, che avrebbe distrutto il tempio e lo avrebbe riedificato in tre giorni, volendo, secondo la ricostruzione teologica, alludere alla propria resurrezione. In epoca medievale, quando le truppe dei Crociati riuscirono ad impadronirsi di Gerusalemme e dei territori circostanti, re Baldovino II permise ai Poveri Cavalieri di Cristo di occupare una parte del monastero fortificato di Nostra Signora di Sion. Da qui nacque la tradizione dei Cavalieri del Tempio di Salomone, conosciuti comunemente come Templari, che avrebbero trovato e custodito tesori e segreti raccolti tra le rovine dell’antico tempio. Al momento si tratta di speculazioni, più o meno fantastiche, sviluppate dalla letteratura dei secoli successivi e ripresa con forza negli ultimi decenni del secolo scorso. La stessa Cappella Sistina, a Roma, sarà costruita ricorrendo a proporzioni geometriche simili a quelle adoperate per l’edificazione del tempio di Salomone.
Sui vari oggetti che, secondo la tradizione, erano custoditi nel tempio di Salomone, un discorso a parte merita l’arca dell’alleanza che, come abbiamo detto in precedenza, era collocata nella sala più interna, il sancta sanctorum. La sua storia è ampiamente trattata nel libro dell’Esodo, costituendo uno degli oggetti simbolici più misteriosi del mondo antico. Secondo le testimonianze bibliche si sarebbe trattato di una cassa di legno di acacia con il coperchio d’oro, nella quale erano custodite le Tavole della Legge affidate da Dio al patriarca Mosè durante la presunta apparizione sul monte Sinai. Per la sua straordinaria funzione, l’arca dell’alleanza rappresentava il segno visibile della presenza di Dio tra i fedeli del popolo d’Israele. Si credeva che, oltre alle Tavole della Legge, nell’arca vi fossero altri simboli significativi delle fede israelita, come un vaso in cui era raccolta la manna recuperata da Aronne, nonché la verga fiorita adoperata dallo stesso sacerdote. Certi filoni aggiungono anche il mitico bastone di Mosè e l’olio riservato ai rituali di unzione dei sacerdoti e dei re d’Israele. Il primo libro dei Re ed il secondo delle Cronache, tuttavia, sembrano riportare che nel periodo di massimo splendore del tempio di Salomone, l’arca dell’alleanza contenesse soltanto le tavole mosaiche. Sta di fatto che dopo il saccheggio babilonese, dell’arca non vi è più alcun riferimento nei testi biblici. Anzi il II libro dei Re offre una descrizione dettagliata di tutti gli oggetti sacri condotti a Babilonia, ma dell’arca dell’alleanza non vi è alcuna traccia. Nel Nuovo Testamento i riferimenti all’arca sono molto poveri di contenuto, suonando piuttosto come riferimenti nostalgici alla grande tradizione del passato e non come citazioni rivolte ad un oggetto sacro vero e proprio. Soltanto nel libro dell’Apocalisse di Giovanni di Patmos, il significato simbolico dell’arca dell’alleanza sembra riecheggiare l’importante funzione di custode della Legge che aveva avuto in epoca mosaica. L’autore, al momento della settima tromba, descrive la seguente visione: “si aprì il tempio di Dio che è in cielo e apparve nel tempio l’arca dell’Alleanza. Vi furono lampi e tuoni e un terremoto e una forte grandinata”. In tale contesto, l’arca è immaginata in una sorta di santuario celeste, una sorta di trasfigurazione onirica del tempio di Salomone, rendendosi visibile soltanto nel giorno del giudizio. In merito alle ipotesi sulla sorte dell’arca, dopo l’invasione babilonese, ne parlo diffusamente nel mio libro La ricerca del divino, Ed. CTL, Livorno 2021.
Il filosofo e rabbino Maimonide, più noto in epoca medievale con l’appellativo di Mosè Maimonide, riporta la notizia che l’arca dell’alleanza, insieme ad altri tesori e ad un’imprecisata serie di documenti segreti, sarebbe stata nascosta in uno dei sotterranei del tempio, durante uno dei tanti attacchi alla città di Gerusalemme. Alcune testimonianze del XII secolo, successive all’insediamento di Baldovino in Palestina, attestano la presenza di numerosi cunicoli e di cisterne d’acqua nell’area del monte Moriah. Nel 1990 tali testimonianze sono state confermate da alcuni rilevamenti radar che individuarono vicino al cancello di Hulda, in prossimità delle antiche stalle di Salomone, spazi vuoti che erano stati colmati con terrapieni di macerie. Cronache di imprese militari dell’età medievale, nonché diari di viaggi di pellegrini, come il reportage di Johan von Wurburg, riferiscono che proprio nelle antiche stalle del re Salomone erano state adattate le scuderie dei cavalieri Templari. Ciò che il misterioso ordine fece per ritrovare gli antichi resti del tempio rimane ancora oggi un enigma, ma si sa per certo che i suoi componenti non si limitarono al ruolo di protettori della fede cristiana, cercando di far venire alla luce, secondo le credenze dell’epoca storica coeva, oggetti considerati sacri, o perfino, ingenti ricchezze. Da qui prese vigore anche la leggenda della ricerca del sacro graal, il calice che avrebbe contenuto il sangue di Gesù Cristo durante l’ultima cena, nonché le relative numerose varianti interpretative.
La proverbiale sapienza attribuita al terzo re d’Israele, unitamente alla fama acquisita dal tempio da lui stesso concepito, ha trovato grande fortuna anche nei sistemi etici e rituali massonici, in particolare nella configurazione di determinati spazi sacri e nell’utilizzo di alcuni simbolismi ritenuti come originati da quel medesimo ed idealizzato luogo di culto. Nella concezione massonica, il tempio di Salomone è concepito come erede diretto dei templi egizi per la celebrazione degli “antichi misteri”. Le due colonne Jachin e Boaz, ciascuna legata ad una precisa simbologia, sono presenti in ogni tempio massonico.
Nel corso della storia, Salomone è stato considerato il protettore dei filosofi, degli astrologi e dei maghi. Una certa tradizione fantastica gli ha attribuito poteri soprannaturali, che il terzo re d’Israele avrebbe esercitato tramite un anello, in cui era incastonato un talismano con il quale poteva esercitare uno strano potere sulle creature. Salomone sposò la figlia del faraone per rafforzare il suo potere in campo internazionale, ma il primo libro dei Re parla anche di 700 principesse per mogli e 300 concubine. Oltre all’ovvia constatazione che si tratta di un numero esagerato, sembra quasi che ci troviamo di fronte ad un sovrano dedito al vizio piuttosto che saggio e probo. Tuttavia, è stato giustamente sottolineato come il tre ed il sette rivestissero un ruolo simbolico importantissimo in ambito ebraico: il sette si riferiva al legame di Salomone con il mondo materiale, mentre il tre con il mondo spirituale. L’ideatore del tempio non fu esente neanche dal grave peccato dell’idolatria, avendo accettato nel suo pantheon numerose divinità straniere, allo scopo di dare un volto cosmopolita al suo regno. Egli si distaccò dal’idolatria soltanto in tarda vecchiaia, quando cioè iniziò ad allontanarsi dal mondo materiale.
Accanto al tempio, sorgeva anche il sontuoso palazzo di Salomone, non a caso denominato “foresta del Libano”, con chiaro riferimento al materiale adoperato per la costruzione. Il palazzo sorgeva sul lato sinistro del tempio, fra la cima della collina e la fortezza della città di Davide. La planimetria del palazzo reale corrispondeva ad un doppio quadrato, con misure ben 5 volte maggiori l’atrio del tempio e 5/2 rispetto alla navata del tempio. Anche il doppio quadrato si è inserito nella tradizione massonica, implicando la costruzione geometrica con il cosiddetto segmento aureo.
In conclusione, si può dire che il tempio costruito grazie alla lungimiranza ed alla pietas del terzo re d’Israele, edificio che sorgeva in un luogo tuttora considerato sacro dalle tre religioni monoteiste, Ebraismo, Cristianesimo ed Islam, incarnava lo splendore dell’epoca della rivelazione di Dio al popolo prediletto, attraverso la magnificenza della custodia dell’arca dell’alleanza e della tavole della legge. Il tempio, unitamente alla eccezionale sapienza attribuita allo stesso Salomone, al quale sono stati attribuiti in maniera pseudo- epigrafica alcuni libri della Bibbia di diversa provenienza, come i Proverbi, la Sapienza o perfino Il Cantico dei Cantici, sul cui tema occorrerebbe una trattazione a parte, con il passare dei secoli ha assunto un valore simbolico e diacronico di mediazione tra il divino e l’umano, proiettandosi nella dimensione escatologica e salvifica della Gerusalemme celeste.