La figura di Meister Eckhart non è esattamente all’ordine del giorno: nacque a Hochheim (o a Tambach-Dietharz) e visse a cavallo tra XIII e XIV secolo. Ecco, per quanto formalmente lo si possa definire ‘teologo domenicano’, la bolla papale In Agro Dominico che nel 1329, un anno dopo la sua morte, lo condannò come eretico ci indirizza l’attenzione, piuttosto, sul suo lato di filosofo e mistico. Tra i maggiori esponenti di una corrente di pensiero tutta renana – quella di Ildegarda di Bingen e Giovanni Taulero, per intendersi -, il nostro possiede una personalità irriverente come pochi, se si pensa che, pur nei panni di ecclesiastico, chiedeva senza esitazione a Dio di liberarlo dalla religiosità tradizionale (‘Prego Dio che mi liberi da dio’). Persino due figure agli antipodi come Hegel e Schopenhauer lo stimarono, considerandolo alla stregua di un fondatore dell’idealismo continentale: è interessante offrine un prospetto o, diciamolo pure, un trailer, sulla base di uno degli scritti più eclatanti della sua opera, i Sermoni tedeschi, attingendo al commento Beati sono i poveri nello spirito.
La beatitudine aprì la sua bocca di saggezza e disse: “Beati sono i poveri nello spirito, loro è il Regno dei Cieli” […]. La povertà è di due tipi: v’è una povertà esteriore […], ma di questa non voglio dire altro: c’è però un’altra povertà, una povertà interiore che è da comprendere. Vi prego di essere poveri in tal modo per capire questo discorso […]: non mi comprenderete se non vi rendete uguali a questa verità di cui ora vogliamo parlare.
Attingendo al celebre passo di Matteo 5, 3 von Ochheim sembra distinguere l’aspetto exoterico della miseria, quello inteso secondo il senso comune, da un altro più ermetico, che potrà essere compreso solo se sperimentato sulla propria pelle quale vera e propria condizione dell’animo.
Il vescovo Alberto dice che è un uomo povero (di spirito) quello che non può accontentarsi di tutte le cose create da Dio […], ma noi prendiamo la povertà in un significato più alto: è un uomo povero quello che niente vuole, niente sa, niente ha. Voglio parlare di questi tre punti, e vi prego di comprendere, se potete, questa verità.
Ed ecco subito la prima sorpresa: ora, lettore, probabilmente tutti e due siamo stati sommersi fino alle orecchie di retorica cristiana fin da bambini. Non dirmi che non ti aspettavi una bella sentenza catechistica del tipo ‘Gesù non intende i poveri senza soldi, ma quelli super religiosi che porgono l’altra guancia’. Eh no!! Senti Eckhart, che subito ci dice di non parlare nei soliti termini! Povero è chi ‘niente vuole, niente sa, niente ha’. Cosa significa?
In primo luogo, diciamo che è un uomo povero quello che niente vuole: alcune persone non comprendono bene questo senso, e si tratta di quelli che nella penitenza e nell’esercizio esteriore si tengono ben aggrappati al proprio io personale, che ritengono importante. […] Questa gente sa davvero poco della verità divina: queste persone sono chiamate ‘sante’ a motivo dell’apparenza esteriore, ma interiormente sono asini […]; esse dicono che è un uomo povero quello che niente vuole, ma lo interpretano così, che l’uomo debba vivere senza mai compiere il proprio volere, in niente, e piuttosto sforzarsi di compiere la volontà di Dio […]. Possono raggiungere il Regno dei Cieli per la buona intenzione, ma di quella povertà di cui ora voglio parlare non ne sanno nulla […]. Finché l’uomo ha questo in sé, voler compiere la volontà di Dio, un tale uomo non ha la povertà […], infatti egli ha ancora un volere con cui vuole soddisfare la volontà di Dio […]. Se l’uomo deve avere vera povertà deve essere così vuoto della propria volontà creata, come lo era quando non esisteva. […] Finché avete la volontà di compiere il volere di Dio e avete il desiderio dell’eternità e di Dio, voi non siete davvero poveri […]. Quando ero nella mia causa prima non avevo alcun Dio, e là ero causa di me stesso: nulla volevo, nulla desideravo, perché ero un puro essere che conosceva sé stesso nella gioia della verità. Allora volevo me stesso e niente altro; ciò che volevo, lo ero, e ciò che ero, lo volevo: là stavo libero da Dio e da tutte le cose. Perciò preghiamo Dio di diventare liberi da dio, e di concepire e godere eternamente la verità laddove l’angelo più alto, la mosca e l’anima sono uguali, là dove stavo e volevo quello che ero, ed ero quello che volevo.
Eckhart, per quanto non condanni la ricerca della povertà esteriore o la povertà interiore – intesa come scelta di farsi servi di ideali devozionali verso l’altro -, ritiene queste due scelte di vita ben distanti dal vero significato di ‘povertà dello spirito’. Se vivere nella sobrietà dei mezzi e delle possibilità economiche consiste in un virtuoso ma enorme fraintendimento del brano evangelico, lo è persino ‘voler compiere la volontà di Dio’, ossia fare quel che, patristicamente parlando, è ritenuto quale interpretazione più autentica e profonda del passo stesso: il che implicherebbe, infatti, voler ottenere un premio in cambio delle proprie buone azioni, dando adito ad un atto egoico!
Ma allora ‘non volere niente’ significa starsene tutto il giorno a fissare il muro senza fare nulla, fingendo di non avere desideri? Non avere aspirazioni? Tutto il contrario: per il Renano proprio vivere nell’eterna mancanza di aspettativa permette, qualora lo si voglia, sia di godere senza riserve di tutto quello che la vita ha da offrire, sia di scegliere un’esistenza misurata e senza troppi lussi. Così nasce la libertà: entrare nel Regno dei Cieli significa, dunque, innanzitutto rigettare ogni pensiero intrusivo, di quelli che ci fanno essere invidiosi del collega che ha ottenuto una promozione o del compagno di classe che ha preso un voto più alto. Compi il gesto di allontanare quel pensiero vincolante o osservalo senza troppa angoscia, e scoprirai il Paradiso: allora potrai fare tutto quello che ti pare con buona pace d’animo! A tal punto sarebbe possibile diventare bravi ad allontanare i pensieri più ossessivi e ansiogeni, tanto da imitare la condizione proprio del non-divenuto, ossia di colui che ancora non è nato, che per antonomasia sta nella quiete più profonda.
Inutile sottolineare la grandezza dell’ultima affermazione: ‘preghiamo Dio di diventare liberi da dio’ significa sbarazzarsi della concezione totemica e schiavizzante di una divinità trascendentale e tipicamente intesa, portando a una vera e propria nascita di Dio – quale senso di libertà da ogni sensazione negativa – all’interno del proprio animo.
In secondo luogo, è povero l’uomo che niente sa: talvolta abbiamo detto che l’uomo dovrebbe vivere in modo da non vivere né per se stesso, né per la verità, né per Dio, ma ora andiamo più avanti dicendo che l’uomo che deve avere questa povertà deve vivere così da non sapere neppure che egli vive né per se stesso, né per la verità, né per Dio […]; egli deve essere così vuoto di ogni sapere da non sapere, né conoscere, né sentire che Dio vive in lui […]. Perciò noi diciamo che l’uomo deve essere così privo del suo proprio sapere come lo era quando non era ancora, e che lasci Dio operare quello che vuole, e se ne stia vuoto […]. Si pone ora la grossa questione: in che cosa risiede essenzialmente la beatitudine? Alcuni maestri hanno detto che essa sta nella conoscenza, altri che sta nell’amore; altri dicono che sta nella conoscenza e nell’amore […]: noi però diciamo che non sta né nella conoscenza, né nell’amore. Piuttosto, v’è qualcosa nell’animo da cui fluiscono la conoscenza e l’amore, e questo qualcosa non conosce e non ama […]. Chi conosce questo qualcosa sa dove risiede la beatitudine: esso non ha né un prima, né un poi, non attende nulla che gli capiti […], piuttosto esso gode in se stesso come fa Dio: io dico perciò che l’uomo deve stare così libero e vuoto da non sapere, né conoscere, che Dio opera in lui, perché in questo modo può possedere la povertà. I maestri dicono che Dio è un essere, un essere dotato di intelletto che tutto conosce, ma io dico: Dio non è né essere, né essere dotato di intelletto, e neppure conosce questo o quello; perciò, Dio è privo di tutte le cose.
La riflessione, poi, si addentra in termini più intuibili che comprensibili razionalmente: la prosa di Echkart, sintatticamente semplice, ma allo stesso tempo densa e pregna di immagini ai limiti della potenzialità logica, tenta di far comprendere al lettore il grado di quiete a cui egli debba aspirare, introducendo concetti altrove definiti come ‘Nulla’ o ‘Distacco’.
Ma la terza povertà di cui voglio parlare è quella estrema, quella dell’uomo che niente ha. Fate qui molta attenzione: ho detto spesso […] che l’uomo deve essere libero da tutte le cose e tutte le opere, interiori ed esteriori, in modo da poter essere un luogo proprio di Dio […]. Ma ora diciamo qualcosa di diverso: se l’uomo è libero da tutte le creature, e da Dio, e da se stesso […], allora diciamo che l’uomo […] non è nella più vera povertà; infatti, per il proprio agire, Dio non cerca nell’uomo un luogo in cui operare, ma la povertà nello spirito è quando l’uomo se ne sta così privo di Dio e di tutte le sue opere che Dio, in quanto voglia operare nell’anima, sia lui stesso il luogo in cui vuole operare. E questo lo farebbe volentieri, giacché Dio compie la sua opera propria quando trova l’uomo povero in questo modo, e l’uomo subisce così Dio in sé, e Dio è un luogo proprio del suo agire. […] Noi diciamo dunque che l’uomo deve essere così povero da non avere e da non essere alcun luogo in cui Dio possa operare: quando l’uomo mantiene un luogo mantiene anche una differenza: perciò prego Dio che mi liberi da Dio, perché il mio essere essenziale è al di sopra di Dio, in quanto noi concepiamo Dio come inizio delle creature: in quell’essere di Dio, però, in cui Egli è al di sopra di ogni essere e di ogni differenza, là ero io stesso, volevo me stesso e conoscevo me stesso per creare questo uomo che io sono. Perciò io sono causa originaria di me stesso secondo il mio essere, che è eterno, e non secondo il mio divenire, che è temporale.
L’intuibile lascia poi spazio al puro misticismo, secondo modalità di riflessione tipiche dell’apofasi, della teologia negativa e della via negationis, ossia quelle modalità di indagine che procedono per concetti di per sé inesprimibili e, proprio per questo, definibili vagamente, solo attraverso l’esplicazione dei propri contrari, intesi alla maniera di una coincidentia oppositorum cusaniana.
Nel suo stile scrittorio e nei suoi contenuti Eckhart si rivela una figura profondamente originale, in grado di richiamare ora tutto il Platonismo latamente inteso, insieme con certi sfondi di Nonno di Panopoli e della poesia innografica bizantina, ora istanze più tipicamente sciamaniche (penso anche al Parmenide di Angelo Tonelli) e orientali: chissà che linguaggio sceglierebbe di adottare oggi, se pure in un contesto di assoluta rigidità trovò la forza e lo spazio di esprimersi come già fece allora.