Vai al contenuto
Home » Places » L’impressionante foresta dei suicidi in Giappone

L’impressionante foresta dei suicidi in Giappone

Con il triste nome di “foresta dei suicidi” è conosciuta Aokigahara, chiamata anche Jukai, che in giapponese significa letteralmente “mare di alberi”, un’enorme distesa di vegetazione di 35 chilometri quadrati situata nella parte nord-occidentale del Fuji nell’arcipelago nipponico. Si tratta di un luogo impressionante per la presenza di rocce laviche, caverne di ghiaccio che sembrano quasi dei labirinti, alberi ed arbusti così fitti che, grazie alla loro particolare posizione ravvicinata, frenano perfino l’azione del vento, rendendo la foresta stranamente silenziosa, con la conseguenza di alimentare maggiormente leggende sinistre.

Aokigahara si estende dunque alla base del monte Fuji, formatasi dopo l’eruzione del vulcano Nagaoyama verso la metà del nono secolo dell’era cristiana. Il suo aspetto colpisce il visitatore, presentandosi come luogo oscuro ed inaccessibile. La maggior parte dei turisti ha la percezione di trovarsi in un labirinto caratterizzato da una fittissima vegetazione, per lo più formata da conifere, da cipressi, dalle cosiddette “querce giapponesi” (quercus crispula) e da particolari arbusti, come “i fiori della neve giapponesi”, che crescendo assumono una struttura tondeggiante con petali delle inflorescenze bianche. La visita della foresta è consigliata solo in presenza di guide esperte, anche se non sono pochi gli escursionisti che si avventurano, facendo affidamento soltanto sul proprio senso dell’orientamento oppure segnando il percorso con nastro adesivo, per poter ritrovare la via d’uscita. Questa tecnica è invisa all’organizzazione preposta alla tutela del parco, trattandosi per la maggior parte di area protetta.

Come abbiamo detto in apertura, la foresta è nota soprattutto per l’altissimo numero di suicidi che qui sono stati consumati nel corso del tempo. E’ il luogo dove avviene il più elevato numero di suicidi dell’intero Giappone ed è segnalato al secondo posto nel mondo dopo il Golden Gate di San Francisco. Il numero più alto di corpi ritrovati è stato registrato tra la fine degli anni Novanta e l’inizio del nuovo millennio: nel 2003 sono stati contati 105 cadaveri e l’anno successivo ben 108. Da allora il governo giapponese ha deciso di non divulgare le statistiche, allo scopo di non danneggiare troppo l’immagine del parco, a causa dei suicidi, e di non favorire un insano spirito di emulazione. La fama della foresta, tuttavia, risultava già ampiamente e, forse, irrimediabilmente compromessa. I reporter hanno documentato l’impiccagione e l’overdose di farmaci come i metodi più utilizzati dagli aspiranti suicidi. La terribile consuetudine ha indotto i funzionari locali a collocare nella foresta una nutrita cartellonistica in lingua giapponese ed in inglese, con l’invito ai disperati aspiranti suicidi a ripensarci magari rivolgendosi a specialisti nella cura delle malattie psichiatriche. Negli ultimi decenni è stata costituita anche una specie di ronda, con la partecipazione di poliziotti, di civili volontari ed anche di giornalisti, con l’intento di dissuadere gli sventurati dal loro tremendo progetto oppure allo scopo di raccogliere le spoglie di coloro che hanno già lasciato questa dimensione terrena.

Secondo un’antica leggenda, il “mare di alberi” di Aokigahara sarebbe popolato da fantasmi o, comunque, da strane creature, o spiriti senza pace, chiamati yurei. Questi esseri si impossesserebbero dell’anima dei visitatori della foresta, tormentandoli fino ad indurli al suicidio contro la loro stessa volontà. Alcuni sopravvissuti hanno raccontato di aver vissuto la sensazione, o la suggestione,  di essere stati chiamati per nome nel bel mezzo della foresta. Un’altra antica tradizione giapponese vuole che in questo luogo venissero abbandonati i malati che non potevano essere curati presso i nuclei familiari. Sarebbero proprio gli spettri di queste povere vittime, lasciate morire nella solitudine e nel terrore, a perseguitare i visitatori del nostro tempo. Le anime sventurate sarebbero intrappolate in una sorta di dimensione intermedia, né vive né morte, costrette a vagare per l’eternità fra gli alberi, con l’unica consolazione di trascinare i nuovi arrivati nella stessa disperazione.

Al di là degli aspetti macabri e leggendari, la foresta presenta alcune caratteristiche naturali veramente uniche, come le grotte laviche, che hanno tratto origine dalle eruzioni del Fuji. Come si diceva prima, poiché è molto facile perdersi, sono suggerite soltanto escursioni in gruppo e guidate da professionisti del settore. Uno dei tragitti più spettacolari parte nelle adiacenze della Grotta dei Pipistrelli ed arriva fino al Lago Sai, attraversando buona parte dell’ecosistema della foresta. Di grande fascino è la grotta del ghiaccio di Narusawa, un vero e proprio regno sotterraneo ghiacciato, anch’essa formatasi a seguito di una delle tante eruzioni del monte Fuji. All’interno della grotta si possono ammirare pilastri di ghiaccio che misurano oltre tre metri di lunghezza, mentre il visitatore compie un percorso ad “otto” che lo riporterà al punto di partenza. La grotta non è consigliata a coloro che soffrono di claustrofobia, toccando nel suo punto più basso i 21 metri di profondità. La temperatura nella grotta si aggira intorno allo zero grado centigrado per tutto l’anno, ma ovviamente durante la stagione invernale le stalattiti assumono dimensioni più considerevoli . Alcuni secoli fa, proprio per il regime rigido della sua temperatura per tutto l’anno, la grotta era adoperata per la conservazione di semi e di bachi da seta. Una menzione degna di nota merita anche la grotta del vento di Fugaku che si estende a 200 metri di profondità. In questo antro quasi infernale, facendo riferimento ad un linguaggio di tipo “dantesco”, si possono notare impressionanti sculture naturali laviche, nonché colonie di muschio chiaro dal colore variopinto. Un’altra curiosità della grotta è che essa non emette echi, in quanto la parete di roccia basaltica riesce ad assorbire perfettamente i suoni.

La “foresta dei suicidi” è diventata, negli ultimi tempi, molto popolare nella cultura di massa. Nello scorso decennio sono stati girati ben tre film sul tema: Grave Halloween, nel 2013,  con protagonista una giovane donna che si reca nella foresta per ritrovare il corpo di sua madre, una scienziata scomparsa; La foresta dei sogni, nel 2015, sul dramma di due uomini che arrivano in quel luogo con l’intento di suicidarsi; Jukai-La foresta dei suicidi, che tratta di una ragazza che viaggia fino ad Aokigahara  per cercare la sorella gemella. Segnalo, inoltre, come la cupa atmosfera della foresta abbia ispirato alcuni gruppi black metal: in particolare, la band black metal austriaca Harakiri for the Sky, nel 2014, ha intitolato il suo secondo album proprio con il nome di Aokigahara.

Un discorso a parte merita il Monte Fuji, ai piedi del quale si estende la “foresta dei suicidi”. Si tratta, infatti, della montagna più alta e più conosciuta del Giappone, nonché il fulcro dell’ampio parco nazionale Fuji-Hakone-Izu. La montagna è visibile dalla città di Tokyo nei giorni sereni, sorgendo ad ovest della metropoli e precisamente nell’isola maggiore di Honshu, a metà strada tra le prefetture di Shizuoka e di Yamanashi. La vetta del Fuji ha una configurazione giuridico-amministrativa davvero singolare: è l’unico luogo del paese nipponico che non è inserito nella giurisdizione di alcuna prefettura. Come si usa dire, “la cima del monte Fuji appartiene solo al Giappone”.  Il  monte Fuji non è un luogo così importante soltanto per motivazioni geografiche e paesaggistiche, ma è un vero e proprio simbolo nazionale, mitizzato ed idealizzato, nonchè raffigurato in numerose opere d’arte, come le 36 raffigurazioni elaborate da Hokusai. In estrema sintesi, si può dire che il Fuji sia uno dei luoghi “sacri” più cari alla religiosità nipponica.

La mitologia scintoista, infatti, considera il Fuji una delle tre montagne sacre del Giappone, tanto da far ritenere il pellegrinaggio fino alla sua cima tra i rituali più diffusi nell’intero Paese. Un’antica leggenda popolare racconta di una coppia che viveva ai piedi della sacra altura, ma che non riusciva ad avere figli, pur essendo dedita alla preghiera nei confronti degli dèi quotidianamente. La coppia invecchiò senza la soddisfazione di avere figli, ma poi trovò, in una folta siepe formata da bambù, un cestino di vimini che conteneva una neonata. Agli anziani coniugi la bimba apparve come un dono delle divinità della montagna che finalmente avevano esaudito il loro desiderio. Ella fu chiamata Principessa Gloria e, quando crebbe, diventò una bellissima ragazza, di cui molti si innamorarono perdutamente. Gloria sposò il governatore del territorio, a cui confessò, quando i genitori adottivi morirono, di essere la Dama Immortale del Monte Fuji, inviata sulla terra solo per accontentare le suppliche dei due poveri vecchi. Alla loro morte, la fanciulla non era più legata alla vita sulla terra ed era destinata a tornare sulla cime del monte, che rappresentava la sua vera casa. Per consolare il marito, gli donò uno specchio magico, nel quale l’uomo poteva ammirarla ogni volta che fosse stato mosso dal desiderio di rivederla. Lo sposo, tuttavia, non rispettò i patti, non limitandosi a contemplare la magnifica immagine della fanciulla riflessa al di là dello specchio. Egli cercò invano di seguirla nella nuova dimensione celeste, ma lo specchio si frantumò, consumandosi fra le fiamme. Questa sarebbe l’immagine poetica e mitologica per spiegare come mai, ancora oggi, si vede tanto fumo uscire dalla vetta del monte Fuji, nonostante esso sia classificato come “vulcano dormiente”. La precitata figura femminile viene in genere identificata, nella letteratura fantastica nipponica, con la dea Konohanasakuya hime, figlia del dio del Monte e congiunta del dio del Cielo. Nel dodicesimo secolo, le tradizioni scintoiste si mescolarono con la cultura buddista, grazie ad un sacerdote ascetico, Shugendo Matsudai Shonin, che fondò uno dei templi più importanti della successiva religiosità giapponese: il Dalnichi Nyorai.

 Aokigahara, la foresta dei suicidi, luogo macabro e misterioso, si pone quasi in contrasto con le aspirazioni mistiche e soprannaturali del monte Fuji. Come in tutte le tradizioni metafisiche, presenti nell’immaginario di ogni popolo, anche l’evolutissimo e supertecnologico Giappone non ha saputo resistere alle speculazioni interne della coscienza individuale e collettiva sulla lotta tra il bene ed il male, tra la luce e l’oscurità…

Luigi Angelino

Luigi Angelino

Luigi nasce a Napoli, consegue la maturità classica e la laurea in giurisprudenza, ottiene l’abilitazione all’esercizio della professione forense e due master di secondo livello in diritto internazionale. Dopo un percorso giuridico, consegue anche una laurea magistrale in scienze religiose. Nel 2021 è stato insignito dell’onorificenza di “Cavaliere al merito della Repubblica italiana”. Oltre a numerosi articoli, con Auralcrave ha pubblicato la raccolta di storie “Viaggio nei luoghi più affascinanti d’Europa” ed ha collaborato alla elaborazione del “Sipario strappato”. Negli ultimi anni ha redatto varie raccolte di saggi con la Stamperia del Valentino, tra cui Caccia alle streghe, L’epica cavalleresca, Gesù e Maria Maddalena, Omero e la nascita del mito di Ulisse, Di alcune fiabe e ciò che nascondono, Nel mondo dei sogni, Sulla fine dei tempi (selezionato per Casasanremo writers 2023). Tra i volumi pubblicati con la Cavinato editore international, si segnala il romanzo horror/apocalittico “Le tenebre dell’anima” e la sua versione inglese “The darkness of the soul”; la trilogia thriller- filosofica “La redenzione di Satana”; il saggio teologico-artistico “L’arazzo dell’apocalisse d’Angers”; il racconto dedicato a sua madre “Anna”; le indagini accurate su alcuni misteri dello spazio e del nostro pianeta: “Nel braccio di Orione” e “Magnifici Misteri”. Il suo ultimo lavoro, pubblicato nel 2025, dal titolo “Il cuore e la mente”, rielabora in chiave moderna i più importanti miti greci.View Author posts