Tom Jobim, Águas de Março: la più bella canzone brasiliana di sempre

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La canzone “Águas de Março” è stata composta interamente nel marzo 1972 da Antônio Carlos Brasileiro de Almeida Jobim, detto Tom, come faceva affettuosamente la madre. Uno dei padri della bossa nova.
Questa canzone nel 2001, in un sondaggio condotto dal quotidiano Folha de S.Paulo con 214 giornalisti, musicisti e altri artisti brasiliani fu nominata la migliore canzone brasiliana di tutti i tempi.

Il brano parla, come dice il titolo, della “pioggia di Marzo”, il passaggio dall’ estate brasiliana all’autunno. Periodo in cui si intensificano le piogge. Per giungere verso un nuovo inverno che in verità in Brasile non è mai rigido.

Ci sono decine di interpretazioni, ma la versione più conosciuta è quella straordinaria interpretazione di Jobim stesso con Elis Regina. Unica tra le tante.

In generale è rinomata la tendenza dei cantautori brasiliani a soffermarsi talvolta sulle vocali un istante in più del previsto, quasi a non voler lasciare in modo traumatico una parola, ma ad accompagnarla con una scia sonora di umanità. Questo modo di cantare, unitamente al ritmo della canzone, che all’inizio sembra quasi inciampare, appare volutamente poco preciso, netto. L’ armonia si ripete modificandosi nel tempo, il brano sembra rallentare e poi scivolare, mentre le voci dell’uno e dell’altra si rincorrono, si accompagnano, sovrapponendosi solo alla fine brevemente, quasi a toccarsi e poi lasciarsi andare.

L’alternarsi della voce maschile e femminile, il ritmo impreciso, il dolce soprassedere sulle vocali, ci conduce appunto in una condizione di sospensione. Mentre l’ orchestrazione metà classica metà jazz, mantiene quel senso di magia.

É pau, é pedra, é o fim do caminh
É um resto de toco, é um pouco sozinho
É um caco de vidro, é a vida, é o sol
É a noite, é a morte, é um laço, é o anzol
É peroba no campo, é o nó da madeira
Caingá candeia, é o matita-pereira

É legno, é pietra, é la fine della strada
É un resto di tronco, é (qualcuno) un po’ solo
É un pezzo di vetro, é la vita, é il sole
É la notte, é la morte, é un laccio, é l’amo
É un albero in un campo, é il nodo del legno,
Caingá candela, é il Matita-Pereira 

É madeira de vento, tombo da ribanceira
É o mistério profundo, é o queira ou não queira
É o vento ventando, é o fim da ladeira
É a viga, é o vão, festa da cumeeira
É a chuva chovendo, é conversa ribeira
Das águas de março, é o fim da canseira

É flauto, tuffo dalla sponda del fiume
É il profondo mistero, è il volere o non volere
É il vento che soffia, è la fine della discesa
É la trave, il vuoto, la festa del tetto
É la pioggia che cade, l’incontro con il ruscello
Delle piogge di marzo, é la fine della fatica

Elis Regina & Tom Jobim - "Aguas de Março" - 1974
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La pioggia descritta è l’ occasione che ci conduce ad una visione rallentata, di riposo per certi versi miope, non focalizzata, netta. Il testo stesso rimanda a tante immagini che si susseguono senza soffermarsi.
E’ il modo, forse l’unico, per descrivere la felicità, la speranza, senza perdere quel filo di malinconia, tanto cara alla bossa nova.

Lo stesso Jobim dichiarò che veniva da un periodo difficile e cercava “una canzone che veniva in un momento in cui voleva riposare ”.

Questa canzone ci mette nella condizione in cui la realtà diventa un luogo ospitale, ricco e diventa nuovo, in quell’enfasi tanto a cara a Oscar Wilde, quando diceva :

“Lo scopo dell’arte non è la semplice verità ma la complicata bellezza. L’arte è in fondo una forma di esagerazione delle cose, e la selezione di queste medesime cose, che ne è l’anima, non è altro che una forma intensificata dell’enfasi.”

L’intimità può esprimersi solo in una sorta di equilibrio tra il mondo esterno e la propria collocazione interiore. E’ l’arte nella forma più alta di espressione.

Questo approccio ricorda la pittura di Matisse.
I suoi colori assumevano forme mai nette e precise, ma creavano come descrisse nel suo saggio “Notes d’un peintre”, un luogo nuovo, “un lenitivo, un calmante cerebrale”.

Con lo stesso intento Matisse crea un mondo nuovo, con immagini che cedono ad un ricordo collettivo, in cui ognuno celebra un senso proprio di intimità. Con il sapore della realtà in forma sublimata.

I suoi dipinti quando rappresentano finestre, balconi, si esprimono in forme a rendere questa condizione di serenità, di protezione, di equilibrio, di interiorità e di luce esterna. Una caratteristica della sua pittura che nasce soprattutto nel periodo provenzale, dove il clima, la luce, i colori sono più tenui ed accoglienti. Ma poi trascina questa percezione fino alla fine della sua carriera in tante altre formule estetiche. E le sue forme volutamente asimmetriche sono articolate e rasserenanti.

Questa canzone come le opere di Matisse scoprono un modo di vedere la realtà, la scoprono perché in parte ce l’abbiamo già dentro, in parte la interiorizziamo. In questo modo l’arte diventa la guida con cui vivere ed osservare il mondo, la sua spiegazione in forma sublimata.

Il nostro Wilde dice :

“La vita imita l’arte più che l’arte non imiti la vita… i Greci .. sapevano che la vita non soltanto acquista dall’arte la spiritualità, la profondità del pensiero e del sentimento, il travaglio o la serenità dello spirito, ma ancora che può modellarsi persino sulle linee e sui colori dell’arte e rispecchiare la dignità di Fidia o la grazie di Prassitele. Da ciò l’ ostilità dei Greci contro il realismo. Essi erano avversi al realismo per ragioni puramente sociali. Sentivano che il realismo rende brutta la razza, e avevano perfettamente ragione”

Articolo pubblicato originariamente su arturosanninoblog.it e concesso ad Auralcrave per la ripubblicazione.