Paris, Texas: Wenders riscrive il “Road movie” attraversando i vari strati dell’intimità umana

Questo articolo racconta il film Paris, Texas di Wim Wenders in un formato che intende essere più di una semplice recensione: lo scopo è andare oltre il significato del film e fornire una analisi e una spiegazione delle idee e delle dinamiche che gli hanno dato vita.

Da sempre il concetto di viaggio inteso come scoperta di se stessi o come fuga da qualcosa è un pensiero americano nato dopo la Seconda guerra mondiale. I più immagineranno la generazione beatnik con a capo lo scrittore Jack Kerouac alla ricerca di nuove esperienze, ma addirittura un giovane Ernesto Guevara ed il suo amico Alberto Granado in sella alla Poderosa II in viaggio per il grande continente latino per prepararsi bene alla vita adulta. Ma se in questo caso di mezzo c’è un regista tedesco che è più attaccato all’emotività che alla scoperta in sé, bé lo spostarsi da una parte all’altra abbraccia dei contorni decisamente differenti. Wenders, a pochi passi dalla sua totale consacrazione agli annali del Cinema con l’opera dell’87’ “Il cielo sopra Berlino”, riesce ad edificare un percorso accidentato alla ricerca dell’amore perduto, ma anche della riconciliazione con se stessi.

Il film è nettamente diviso in tre parti, perché se all’inizio si può considerare il viaggio come una vera e propria fuga dal passato, la parte centrale dell’opera accarezza l’espiazione dovuta al ravvedersi di un forte shock emotivo. L’umanità e la parola che Travis ritrova dopo un vagabondaggio durato quattro anni, avviene soprattutto grazie al figlio ritrovato, che instilla in lui la voglia di riconquistarlo in modo tenero, si pensi alla scena in cui lo va a prendere a scuola inghingerandosi per bene per sembrare a detta sua un “padre ricco” e riaccompagnandolo a casa in una maniera molto particolare: entrambi imitano la camminata dell’altro ai lati opposti della strada. Da questo si ben comprende l’arte Wendersiana che tra campi e controcampi manifesta l’affetto che germoglia tra padre e figlio.

La pellicola, girata interamente in 35mm e che Wenders soprattutto nella terza parte dell’opera (quella in cui Travis ricomincia a viaggiare con il figlio ritrovato) riesce a focalizzare la macchina da presa sul piccolo Hunter, alle prese con quello che potremmo definire il viaggio di riconciliazione da Los Angeles a Houston, carpendone il punto di vista. Chiaramente per il bambino è tutto nuovo, dai tramonti rosso fuoco alle insegne al neon, enfatizzando il peso che ha il paesaggio in tutto il contesto. L’elemento naturale è visto come fonte di mutamento negli animi sia del novello viaggiatore, sia che nuovamente nel genitore. La rivisitazione del viaggio che Wenders ha adoperato adattando il concetto americano al suo stile e certamente non il contrario, si è rivisto qualche decennio dopo anche in un altro regista straniero che ha provato a raccontare l’America tramite le proprie strade: Wong Kar-wai.

Paris, Texas - 1984 Trailer italiano
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Il regista di Hong Kong in “My blueberry nights” ha quasi ripercorso anche se in contesti emozionali differenti, sempre una ricerca di cambiamento attraverso l’incontro condito dalla smania di ritrovare qualcuno o qualcosa. A volte e soprattutto nel contesto statunitense è facile trovare degli “stranieri” che apprendono meglio la cultura americana degli stessi americani, come avrebbe detto uno stizzito Louis Garrel ad un ingenuo Michael Pitt in “The Dreamers”, del capolavoro Bertolucciano. Wenders, come protagonista sceglie un attore americano principe del caratterismo che a volte imprigiona certi attori, ma che nel caso di Harry Dean Stanton con il suo viso particolare riesce appieno ad entrare in simbiosi con l’animo del suo personaggio, mettendo in luce una prova super-convincente. Il cast è completato da Dean Stockwell, Aurore Clément e soprattutto Nastassja Kinski, figlia del celebre Klaus, amico e collaboratore di un altro grandissimo del cinema tedesco come Werner Herzog. La Kinski è semplicemente eterea ed irraggiungibile dall’amore perduto Travis/Stanton, confermandosi sin da subito come cardine narrativo ed abilmente collocata da Wenders in un dialogo molto convincente dove marito e moglie attraverso il vetro di un locale di bassa lega si dilungano su vari stati d’animo e colpe reciproche.

Il flusso di coscienza dei due diventa “carne”, una creatura viva che ci fa ben comprendere la genesi dell’abbandono da parte della donna, ma anche il profondo rimorso che però non ammalia più l’uomo che si sente profondamente spaesato e tradito. Il regista tedesco con quest’amalgama di cinema americo-tedesco trasforma la ricerca umana in qualcosa di più che un semplice viaggio, ma la chiusura di un cerchio esistenziale, condito da un’insolita consapevolezza di un uomo oramai perduto attraverso i meandri delle strade americane.