Royal Blood, un “Typhoon” di evoluzione nel rock moderno

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I Royal Blood, duo rock britannico, nasce nell’East Sussex, Brighton per la precisione, dall’idea di Mike Kerr, bassista e cantante, e Matt Swan, batterista australiano, trasferitosi in Gran bretagna.

Solitamente i gruppi come li si conosce usualmente sono formati da almeno 3-4 persone, ma loro no. Tentano infatti, dal 2011, riuscendoci con successo, i primi concerti in Australia

Kerr torna poi in UK, perde per strada Swan che lascia la band, e reincontra il batterista Ben Thatcher, ex compagno di suonate ed amico di vecchia data, formando così l’attuale e inusuale band a due.

Basso effettato, cattivo e melodico quanto basta, e batteria dura e ritmante, più voci effettate a dovere e piano o keytar come spezia.

Proprio il basso effettato non fa mai rimpiangere la chitarra elettrica, e tiene alto l’onere della classe rock, dandole quel tocco in più di evoluzione e anticonformismo, un rock pesante ma allo stesso tempo melodico, un 4 corde che sa graffiare e ritmare allo stesso tempo, oppure produrre riff degni di nota, come uno dei primi singoli “Lights out”, che a farlo sentire in giro, in tanti scommettevano ci fosse di mezzo anche un’elettrica effettata tramite una miriade di pedali disseminati in studio e palchi e invece no. Le pedaliere sono solo per il basso, e ogni tanto qualche turnista accompagna con la tastiera, in studio e anche in live, suonata da Kerr, il factotum e deus ex machina, o meglio, in machina, della band. Ampiamente apprezzati da band come Arctic Monkeys, cominciano a partecipare dopo il 2013 a diversi concerti nella “Britannia” più rockettara, più viva e dura, sia in palchi di città indoor, dove il pubblico era principalmente dato da cittadini in fase di relax post lavorativo, che palchi più impegnativi, dove il pubblico pagante veniva dall’Europa e non solo.

In Italia, nella parte universitaria e underground di varie città, iniziano a diventare qualcosa di culto e ammirati e amati, come un icona ma che non si vedono, dato che ancora, nel 2014 i concerti europei sono rari e soprattutto come band spalla. Una gran gavetta insomma.

Glastonbury è il loro palco della consacrazione, ma non perché suonano loro in prima persona, ma perché un batterista a caso, ossia il portatore di bacchette e ritmo degli AM, Matt Helders, suona con una loro maglietta. Ahimè ancora i RB, non hanno ancora inciso un disco, e proprio magari grazie a Herlders, estimatore della parte più underground della musica inglese, dato che anche loro (Arctic monkeys) vengono da là. Nessuna cosa costruita in laboratorio-studio. Tutto nato dall’amicizia e voglia di suonare, e nel 2013 primo singolo, Out of the Black, che inizia a riscuotere un gran successo tra i giovani e non solo. Con Little monster, del 2014, raggiungono il disco d’oro e il famigerato platino, dalla mitica Figure it out, del disco omonimo. Incredibilmente l’evoluzione migliora e si evita pure la crisi del secondo disco “How Did We Get So Dark?” dove troviamo la magnifica “Lights out”, con un basso cattivo  e una batteria altrettanto pressante, la voce di Kerr più sicura di sé e a tratti tendente all’Hip hop, con uno stile variegato, che è sia hard rock, con tratti di R&B e alternative, ma ancora un po’ Police in “Reggatta de blanc”, più che police, sting e copeland.

Ma la maturazione e finalmente la fine della gavetta, la si nota non solo da questi dischi, pieni di evoluzione che mostrano l’anima graffiante e accattivante dei Royal Blood, che nel mentre arrivano in giro per il mondo affermandosi a livello di band come i prima citati Arctic Monkeys, e venendo apprezzati da un tale noto come Jimmy Page, che imbracciava una chitarra, sempre in giro per il pianeta, che nel mentre girano anche i due ragazzi inglesi.

Nel 2019 escono due singoli, ma solo nei live, uno è Boilermaker, che andava spesso in radio (in Italia va ancora su Virgin) e king, mentre per il disco occorre aspettare la fine dei vari lockdown dati dal covid19, e nel 2021 esce Typhoons che prende nome dal singolo omonimo.

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Typhoons, è un disco figlio di figure it out, con cui sembra essere legato in linea diretta, date le melodie simili ma con un sound nettamente più studiato e migliorato, ricercato e levigato al punto giusto da rendere le varie graffiature, come un qualcosa di armonico e melodico. Il testo di Kerr è un perdersi nei propri pensieri, un testo figlio del Lockdown che tanto ha condizionato le varie vite di noi tutti. Le paranoie, e lo stacco della spina dalla quotidianità, i vari composti chimici che circolano nelle vene di ciascuno di noi, che ci condizionano, o che non funzionano come dovrebbero, o meglio che modulano l’umore nei vari alti e bassi, quasi in una visione realistica di un Matrix. Tifoni emozionali, terrori e paure costanti e continue si mixano bene a una batteria a tratti quieta e a tratti che si fonde col ritmo del riff del basso che la rende paradossalmente quasi vicina alla dancefloor con gli effetti sonori ridotti al minimo sindacale.

Il magnifico riff del che entra in testa dalla porta principale e chiunque vorrebbe provare a riprodurlo con la chitarra (si può bene dai, ultime due corde, ndr), presente nelle storie di Instagram di sportivi amatoriali o viaggiatori, in quanto fornisce quel ritmo acceso e guerrigliero quasi emozionale, come sarebbe la mente di Kerr che lotta con vigore contro i propri pensieri negativi e contrastanti, come si evince dall’eco che ripete il doppio titolo dato dalla voce falsettata del leader campionata ogni strofa, quasi a rimarcare un pizzico di follia altalenante e ribelle.

 Un pezzo rock al punto giusto da caricare l’animo e abbastanza levigato da riuscire a mantenere un discreto apprezzamento in radio. Una traccia che si fonde ottimamente col resto del disco, che oltre la terza traccia produce una sequenza di 11 pezzi fusi tra loro in maniera ottima che modernizza senza imbastardirlo, lo stile del duo, un disco che viene alla luce con la voglia di piacersi e piacere, che riprende a tratti la bass line di un altro duo, francese, ossia i Daft punk, e ci sono perfettamente riusciti, confermando l’apprezzamento da parte del pubblico, anche grazie a un gioco come fifa21, venendo apprezzato da popolazione tipicamente abituata ad altre sonorità, riscuotendo un discreto successo dato dalle vendite e dal continuo uragano di evoluzione metereo-sonora, non sempre apprezzato direttamente dai critici, ma che dopo tempo riesce ancora a far parlare di se.