Il Ladro di Orchidee: Jonze alle prese con un adattamento controverso e ricco di colpi di scena

Questo articolo racconta il film Il Ladro di Orchidee di Spike Jonze in un formato che intende essere più di una semplice recensione: lo scopo è andare oltre il significato del film e fornire una analisi e una spiegazione delle idee e delle dinamiche che gli hanno dato vita.

A volte, soprattutto nel campo artistico, il blocco creativo rappresenta un vero e proprio baluardo di gomma, che si propina irrimediabilmente dietro l’angolo. Spike Jonze, che di storie stralunate nella sua carriera ne ha raccontate alcune delle più singolari, approfitta di questa “falla cognitiva” dell’artista proprio per narrare una vicenda che ha dell’incredibile. Il regista di Rockville trae linfa per la sua sceneggiatura dal saggio di Susan Orlean Il ladro di orchidee da cui fa nascere un adattamento godibile che muta via via, dalla commedia ad un drammatico dai toni grotteschi. In principio Jonze voleva fare il film ispirato totalmente al libro della scrittrice di Cleveland, ma proseguendo nella scrittura della sceneggiatura, incontra notevoli difficoltà insieme al collega e amico di una vita Charlie Kaufman e al fratello fittizio Donald, entrambi co-sceneggiatori della pellicola, e con il terzo citato che compare addirittura nelle royalty del film, ma che in realtà non esiste (ma è funzionale allo svolgersi della storia).

Alla fine i “tre” concordano che sarebbe più saggio trarne un adattamento, inserendo toni biografici ed intitolando il lavoro proprio “Adaptation”, (nella distribuzione italiana il film ha ereditato il titolo dal saggio originale) che oltre a rievocare la trasformazione degli scritti da libro in sceneggiatura, ricorda anche l’adeguamento evolutivo delle orchidee, esattamente come descritto dal naturalista e biologo Charles Darwin. Da queste piante monocotiledoni, che per quanto ci possano sembrare fragili, in realtà possiedono un grande spirito di adattamento, così le persone e le storie che compongono la pellicola, destinate irrimediabilmente a trasformarsi in base ai soggetti che incontrano o che sono costretti a frequentare. L’esercizio di metacinema che ci ricongiunge al primo capitolo cinematografico di Jonze, quell’Essere John Malkovich che si conclude dove inizia proprio la sua seconda pellicola del 2002, ci trasporta in un turbinio che potrebbe fare sfuggire qualche particolare essenziale anche allo spettatore più attento.

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La sovrapposizione dei livelli narrativi è talmente densa, che viene condita dall’immancabile “voice over”, usato in maniera quasi dominante, e che si amalgama alla perfezione con i flashback che a volte sembrano illogici e fuorvianti. La decostruzione continua di una narrazione assolutamente non convenzionale è supportata da un cast accorato che determina la riuscita della pellicola ed è composto in primis da Nicolas Cage, all’anagrafe Nicolas Coppola, attore feticcio dell’intero cinema hollywoodiano, che per più di un trentennio è stato partecipe di grandi classici del cinema, per poi autorelegarsi in blockbuster che sì, gli concedono contenziosi cachet, ma che non rispecchiano più l’amore per la Settima arte. Oltre al nipote dell’immenso Francis Ford Coppola, compare Meryl Streep nei panni della scrittrice Orlean che man mano figlia di quell’adattamento evolutivo, quasi si fonde con il vero ladro di orchidee Chris Cooper, a dir poco perfetto nei panni del “redneck”, figura tipicamente americana e che gli frutterà un Oscar come miglior attore non protagonista.

Il film gira fondamentalmente sul blocco creativo dello sceneggiatore Kaufman, amante del suo mestiere, creativo, ma in piena crisi lavorativa e di identità, soppiantato da quel fratello e da una sua sceneggiatura decisamente banale e che nella pellicola fa sospettare più volte a chi osserva se il personaggio sia reale o semplicemente frutto della mente del protagonista. Su questo gioca l’abile regista, che aveva iniziato con i videoclip per Mtv: Chi ha passato la trentina ricorderà sicuramente la sua regia nelle clip musicali di Fatboy Slim o R.E.M., ma anche dello show “jackass”, sempre per l’emittente musicale che ebbe un grande successo all’inizio degli anni 00’. La stramberia della pellicola diciamocelo non è per tutti, soprattutto oggi, con miriadi di prodotti pre-confezionati e figli dell’evasione ad ogni costo, che le piattaforme streaming ci propinano continuamente e che chissà perché in molti continuano a guardare, ma per chi non vuole soffermarsi al primo strato di comprensione del soggetto, la pellicola apparirà un approfondimento su diversi temi, che spaziano dal desiderio, alla frustrazione, ma anche all’amore per la semplicità. Nonostante tutto, Jonze tratta tutto con estrema naturalezza, figlio di quel cinema anni 90’ che strizzava l’occhio anche al nonsense e che tratta apertamente i disagi esistenziali con una cinica disillusione, ma che in fondo insegue gli ancestrali dubbi umani e la ricerca della felicità in una ossimorica “complessità semplice”.