Solo per passione: la storia della fotografa Letizia Battaglia

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Oggi ho visto una rondine svolazzare lungo il corridoio di un edificio che si alzava ed abbassava precipitosamente: voleva ritrovare la libertà. Avessi avuto una macchinetta fotografica, non avrei esitato ad immortalare quel momento, ma mi sono dovuto accontentare dei miei occhi.

Prima di diventare la fotografa che è diventata, Letizia Battaglia era una rondine in gabbia: le sbarre erano fatte di pregiudizi nei confronti delle donne dell’epoca che non avevano diritto a vivere la vita che volevano con chi volevano, e non potevano vivere una vita che esulasse dallo schema: procrea, cucina, casa.

Si era sposata giovanissima, a sedici anni, credendo di aver trovato l’uomo giusto ed un’agiatezza di fondo, ma la sua voglia di esprimere sé stessa era così forte che quel matrimonio e quello stato di repressione la “stava uccidendo” psichicamente, fino a che non capì di voler trovare un pertugio che le avesse permesso di scappare da quella gabbia e volare. 

Non conoscevo la sua storia, ma vedendo la serie in due puntate di Roberto Andò sulla sua vita – Solo per passione – ho provato grande ammirazione per il suo coraggio di librarsi in volo da quell’enorme porto di vita qual è Palermo.

Il film, interpretato dalla splendida Isabella Ragonese, racconta la sua vita segnata dalle passioni e dall’amore per tutto quello che faceva. Senza quell’amore per la vita che la contraddistingueva, sarebbe rimasta in quella clinica psichiatrica, dove fu curata, senza essersi presa cura di sé stessa.

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Prima che nel 1971 iniziasse la carriera di fotografa, Letizia Battaglia non aveva minimamente idea di cosa significasse fotografare: lei stessa non aveva mai studiato fotografia, ma quando per la prima volta scattò una foto, capì che con la luce poteva scrivere ed esprimersi come i suoi amati poeti -solo per citarne due: Ferlinghetti e Pasolini- che riuscivano sempre a cogliere il punctum.

Così Letizia iniziò a collaborare con L’Ora, -nel 1969- quotidiano di Palermo diretto al tempo da Vittorio Nisticò; ma la sua svolta umana e professionale avvenne quando, dopo una breve parentesi milanese, ritornò a Palermo, dove la mafia, non solo d’estate, ma tutti i giorni, minuti e i secondi mieteva vittime su vittime.

Siamo nel 1974 e Letizia Battaglia -assieme a Franco Zecchin- assume la direzione fotografica de L’Ora.

Finalmente è riuscita a crearsi uno spazio ed un nome: anche una donna poteva ritrovarsi sulla scena di un crimine e scattare una foto che denunciasse le atrocità della mafia. Purtroppo, ma anche per fortuna, si trovava sempre nel posto giusto al momento giusto;

Piersanti Mattarella, Boris Giuliano, Carlo Alberto Dalla Chiesa sono solo alcuni degli uomini fotografati da lei, che con il cuore in mano scattava una foto ad un altro uomo che per colpa della mafia erano stati tolti dal mondo.

Ad ogni scatto però Letizia non perdeva la voglia di combatterla, e non perdeva la voglia neanche di ritrarre la sua città, fotografando famiglie, bambini e bambine, come la famosa “bambina con il pallone”.

Il suo sguardo rivolto sempre agli altri, la sua “pietas” la voglia di fare qualcosa di concreto per la sua città -la prima galleria fotografica del sud Italia fu la sua Galleria d’informazione fotografica-, sono solo alcune delle cose che mi hanno fatto commuovere vedendo il film di Roberto Andò, ma quello che mi ha lancinato è stato “vedere” il suo sdegno di fronte alle atrocità delle morti e delle vite spezzate.

Letizia Battaglia credeva fortemente nel genere umano e che ognuno di noi avesse il diritto di esprimere le sue potenzialità, libero dalle gabbie della nostra società.

Solo la passione e solo per passione possiamo sentire il vento della libertà: questa è la grande lezione del film di Roberto Andò, andato in onda sulla Rai e questo mi fa sorridere perché è servizio pubblico e meno male.

Qualora ve la foste persa, la trovate su Raiplay, invece chissà se la rondine che ho visto stamattina avrà trovato una via di uscita. Penso proprio di sì, ce n’è sempre una.