Cos’è il Jazz: 5 album chiave per scoprirlo

I film di fantascienza hanno sbagliato tutto: quando gli extraterrestri arriveranno sulla terra non perderanno tempo a distruggere la tour Eiffell o la Casa Bianca, saranno troppo impegnati a cercare di capire il senso della musica jazz. Cosa c’è di più strano di un gruppo che suona la stessa canzone, sera dopo sera, ma rendendola ogni volta diversa? Come si fa a decifrare questo linguaggio? Come si fa a individuare l’epicentro di quella qualità inafferrabile nota come swing, tanto decantata dagli appassionati di jazz ma così difficile da spiegare o misurare? Come si fa a cogliere la struttura di un codice in cui molte cose sembrano spontanee, inventate sul momento e invece sono guidate da regole di base solide come la roccia? Soprattutto, come si fa a penetrare l’essenza di una pratica così indefinibile che, quando all’icona del jazz Louis Armstrong fu chiesto di definirla, si dice abbia ammonito il suo interlocutore così: “se hai bisogno di chiedere cos’è il jazz, non lo saprai mai”.

Per alcuni questo genere popolare, nato a New Orleans agli inizi del novecento dalla cultura afroamericana e poi diffusosi in tutto il mondo è più di una musica, aspirando a divenire un modello sociale. La sua complessità ci parla di un pluralismo dove non c’è posto per il pensiero unico ma solo per un’espressione liberta senza vincoli di alcun tipo. Le sue linee melodiche a volte frenetiche ed estenuanti, il suo ritmo che incalza, rimbalza, sfugge senza essere mai catturato e senza tuttavia perdere continuità nella narrazione, dimostrano che il jazz prende forma dal non-equilibrio, proprio come la vita. Un essere vivente è un insieme di ritmi: il ritmo cardiaco, delle onde celebrali, ormonale e circadiano. Tutti questi ritmi sono possibili grazie al non-equilibrio che è il modo più straordinario che la natura ha inventato per rendere possibili i fenomeni complessi.

Questo è ciò che dice il trombettista Wynton Marsalis nel suo libro Come il jazz può cambiarti la vita su questa musica:

“È un modo di stare al mondo e un modo di stare con gli altri”, capace come è “di fornire sia agli interpreti che agli ascoltatori un nuovo senso di se stessi e una comprensione più attenta degli altri esseri umani. Un percorso illimitato di scoperte che comprende il riconoscimento e la maturazione delle responsabilità individuali oltre al rispetto delle varie culture nel mondo.” 

Sono arrivata al Jazz iniziando ad ascoltare la musica nera. Aretha Franklin, Otis Redding, Stevie Wonder, Nina Simona, Nat King Cole, Ray Charles sono i miei miti fin da bambina. È da loro che si deve partire se non sì conosce il jazz perché blues e rhythm and blues permettono un ascolto facile avvicinandoci a quella radice comune che unisce questi tre generi musicali. Rami di uno stesso albero che affonda le sue radici nei vecchi canti degli schiavi africani nelle piantagioni di cotone, negli Spirituals, nei Gospel e nella musica popolare americana di fine Ottocento. Il blues insieme alle contaminazioni bianche fece da cornice primaria al jazz strumentale. Un complesso groviglio di linee melodiche che partecipano alla costruzione di un edificio sonoro dall’architettura sempre logica, ma a volte confusa; denso come la pietra, ma pieno di belle illuminazioni. I titoli che ho selezionato per voi, per avvicinare i neofiti a questo genere, sono dei classici incisi negli anni ‘50 e ‘60. Una selezione non esaustiva e in qualche modo soggettiva dei migliori album jazz di sempre.

Louis Armstrong ed Ella Fitzgerald: Ella and Louis (Verve, 1956)

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È doveroso avvicinarsi al Jazz con Louis Armstrong ed Ella Fitzgerald, questo è il primo di tre album che i due artisti hanno registrato insieme. Lui uno dei padri fondatori del genere, trombettista e cantante dal timbro grave, lei voce cristallina e imponente. Il contrasto dei loro timbri impreziositi dal magistrale accompagnamento dell’Oscar Peterson Quartet, si fonde in una simbiosi unica che ha permesso a questo album di entrare nella Grammy Hall of Fame Award. Oltre ad eleganti brani swing come “Cheek to Cheek”, potrete godere di lenti e romantici standard come “Nearness of you”, “Tenderly”e “Stars fell on Alabama”.Questi due giganti della vocalità afroamericana ci danno un esempio perfetto di cosa significhi dialogare con la musica, grazie ad un’inarrivabile ricchezza di sfumature e soprattutto grazie alla loro grande umanità che li rende interpreti straordinari.

Billie Holiday: Billie Holiday Sings (Clef, 1952)

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Billie Holiday è considerata una vera leggenda del jazz. Il suo genio, la sua trasgressione e voglia di riscatto, incarnano pienamente il senso profondo di questo genere musicale. Le sue prime registrazioni scuotono per la loro forza emotiva, ma con l’invecchiamento precoce dovuto alla dipendenza dall’eroina e dall’alcol, la sua voce perse gran parte della sua elasticità, ma non la sua emozione. La tipica malinconica e tristezza delle sue interpretazioni è frutto delle sofferenze subite durante l’infanzia e in qualche modo hanno contribuito all’unicità di questa grande artista.

Questo è il suo primo album registrato in studio oltre ad essere il primo con soli brani originali. Nel 1956 fu ristampato con il titolo Solitude, con quattro brani extra registrati in una seconda sessione nell’aprile del 1952 ma con gli stessi musicisti. Accompagnata dalla chitarra di Barney Kessel, il basso di Ray Brown e il pianoforte di Oscar Peterson, la Holiday ci regala versioni indelebili di “I Only Have Eyes For You”, “You Go To My Head” e una toccante interpretazione di “Solitude” di Duke Ellington.

Chet Baker: Chet (Riverside, 1959)

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Chet Baker è stato l’icona della scena jazz “cool” della West Coast negli anni ’50. Assomigliava a James Dean non solo nei tratti del viso ma anche nella sua natura carismatica e al tempo stesso distruttiva. La sua musica profumava di quella freschezza tipica della gioventù,  purtroppo perse in breve tempo questa peculiarità e il suo splendore venne inghiottito dal degrado a cui conduce inevitabilmente l’abuso di droghe. Conosciute sono le sue interpretazioni vocali ma in questa raccolta di romantiche ballate si può godere dell’esclusività del suono della sua tromba nella sua espressione migliore. Le selezioni sono di compositori del calibro di Cole Porter, Rodgers & Hart e Dietz-Schwartz, eseguite con un approccio sobrio, elegante e pulito. Il piano di Bill Evans, sommesso e riflessivo, e la chitarra del superstar Kenny Burrell fanno da preziosa cornice a versioni eterne di standard come “How High The Moon” e “It Never Entered My Mind”.

Miles Davis: Kind of Blue (Columbia, 1959)

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Considerato non solo come uno dei più grandi album jazz, ma anche come una delle più grandi realizzazioni musicali del XX secolo, è un album che anche i non amanti del genere dovrebbero possedere. I suoi 46 minuti d’improvvisazione, straordinariamente raffinata, hanno rappresentato per più di una generazione la prima tappa nel viaggio di scoperta del jazz. Il genio di Miles Davis, supportato dal suo sestetto, è stato artefice, con sole nove ore di studio, di un capolavoro che ha lasciato un segno indelebile nella storia della musica oltre ad essere tra i primi esempi di jazz modale. John Coltrane e Cannonball Adderley al sax, Jimmy Cobb alla batteria, Paul Chambers al contrabasso e Bill Evans al piano producono vera magia. Dal mormorio iniziale del pianoforte di “So What” alla triste sordina finale di “Flamenco Sketches”, kind of blu non stanca mai e il suo linguaggio così ricco di sfumature avrà sempre qualcosa di nuovo da sussurrarci.

Bill Evans Trio: Waltz For Debby (Riverside, 1962)

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Pianista sensibile e raffinato, Evans fu il pioniere di un singolare approccio al pianoforte dato dal suo interesse per la musica classica. L’Album è la registrazione dell’esibizione tenutasi il 25 giugno del 1961 al Village Vanguard, noto jazz club di New York. Il trio di Evans con Scott LaFaro al basso (che morì in un incidente d’auto solo dieci giorni dopo) e il batterista Paul Motian quella sera mostra un’alchimia unica e irripetibile. Per via della morte precoce di LaFaro la collaborazione tra i due artisti durò solo qualche anno ed Evans dopo di allora fece solo poche incisioni non riuscendo a trovare un bassista con cui replicare la stessa perfetta fusione. In questo album eccellono entrambi in una splendida “This Foolish Heart” e ovvimante in “Waltz for Debby”, valzer struggente che Evans ha dedicato a sua nipote.