Andrew Fletcher: l’elogio alla normalità che salvò i Depeche Mode

Il mondo della musica ha la tendenza a polarizzarsi verso i fuoriclasse. Ci si esalta condividendo il video che ritrae quella particolare piroetta del cantante in mezzo alla folla urlante o sottolinea quanto potesse essere con il cuore a pezzi il songwriter quando ha scritto quella canzone significativa. C’è molto poco spazio per l’affetto o il romanticizzare figure più “umane”: come Ringo Starr nei Beatles, Meg White per i White Stripes o Jason Newsted dei Metallica. Musicisti finiti nel posto giusto al momento giusto che, con le loro caratteristiche, han saputo aiutare un progetto molto più grande di loro in maniera non convenzionale e alle spalle di talenti eccentrici. Poca tecnica, pochi brani scritti, “potevo esserci io al suo posto, potevi esserci tu”.  

Parliamo di persone “normali”, incastrate in un contesto come mattoncini del tetris piazzati a dovere, che invece di far scomparire file di blocchi, qualche problema lo risolvevano. Perché non si vince per forza con undici fuoriclasse in campo o il PSG a quest’ora avrebbe mezza dozzina di Champions League nella loro bacheca calcistica. Serve anche l’ordinario per far risaltare il fuoriclasse. I colleghi della band sarebbero i primi ad essere d’accordo. Mille batteristi avrebbero potuto suonare con Jack White, e dopo ci han suonato, ma quello stile così infantile e primitivo lui lo cercava solo in Meg. Ogni settimana senti mormorare i metallari di quanti eroi a quattro e cinque corde esistevano per sostituire Cliff Burton, ma poi scelsero Jason, che sopportava quel clima di negatività intorno a lui al limite del bullismo, manco fosse stato lui a guidare il bus che uccise il suo predecessore.

Andrew Fletcher per tanti era il miracolato. Il cartonato sullo sfondo tra un animale da palcoscenico come Dave Gahan e un songwriter del calibro di Martin Gore dalle hit infinite. Andrew era lì dietro, uno di quei tastieristi che si narrava avessero numerini sulle note per ricordarsi i pochi accordi che gli toccava suonare dal vivo. L’uomo che invitava i fan ad applaudire, tenere il tempo o persino a farti pensare “se ce l’ha fatta lui, avrei potuto farcela persino io”.

Vince Clarke se ne andò quasi subito per formare una band dal successo “minore” (dove per minore significa fare un numero di milioni di copie superiore all’attuale carriera di una Adele), Alan Wilder è il più acclamato dai nostalgici per quel suo essere una sorta di minotauro metà musicista e metà produttore, mollò alla decade successiva. Andrew invece, da co-fondatore, è rimasto silenziosamente longevo. Da quando ebbe l’idea di formare una band proprio con Vince da ragazzini. Ragionando che forse, seguendo i dettami del punk, si potesse fare elettronica pur non essendo dei cervelloni come i Kraftwerk. Se con una chitarra in mano potevi fare tre accordi, forse anche un sintetizzatore suonato ad una mano poteva bastare per scrivere una canzone che sarebbe stata ricordata.

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Enjoy The Silence

Una volta scoperto questo però, i pezzi li scriveva qualcun altro, perché Andrew nemmeno aveva ben chiaro come avrebbe potuto aiutare. Sarebbe stato più utile con il basso? Con la tastiera? Più il tempo passava e maggiore si faceva in lui la consapevolezza di essere bravo con un altro strumento: la penna. Non si trattava dei testi delle canzoni, ma di congiungere gente e stringendo accordi. Perché quello bravo a interpretare, c’era. Quello che sapeva comporre melodie, pure. Persino in cabina di produzione non mancava mai il talento. Non sempre però tutte queste figure sapevano comunicare tra loro.

Non è certo un’esagerazione: a metà anni novanta c’erano tre uomini e una carriera solista di Martin Gore pronta a partire, lui fu quello a tenere i piedi più saldi e rimettere insieme i cocci. Nell’ultimo ventennio Dave Gahan voleva emanciparsi e scrivere una quota canzoni dei Depeche Mode e la band si trovò a pianificare come non scontentare nessuno. Dietro alle divergenze, alle difficoltà, alle incomprensioni, c’era Fletcher. Uno che a scacchi ci giocava fin da ragazzo e sapeva come non farsi mangiare ulteriormente altri pezzi nella formazione. Anche perché da metà anni novanta gli erano rimasti solo il re e la regina.

Così, quando si accendevano le luci sul palco e iniziava la magia descritta in 101 o Touring The Angel, gli applausi e le videocamere andavano principalmente altrove. Quando si scendeva da lì però, iniziava buona parte del suo show. Fatto di conferenze stampa, i comunicati ufficiali o accordi da prendere. Anche quando magari non era nelle migliori delle condizioni ed era lui ad affrontare un esaurimento. Lo spettacolo doveva continuare, perché “The handshake seals the contract, from the contract, there’s no turning back”, come scrivevano nel frattempo i suoi colleghi in Everything Counts. Indietro non ci si doveva guardare, perché i Depeche Mode dagli anni ottanta sono usciti vivi e senza ricorrere a revival nostalgici per fare in modo di essere ricordati.

Bisognava concentrarsi allo spettacolo successivo, a come sarebbero risaliti nuovamente tutti tre (più due) insieme sulla pedana dello stadio. Restituire ancora al pubblico il loro diritto di ignorare Fletcher sul palco ed esclamare “se ce l’ha fatta lui…”. Lasciandoli ingenuamente convinti che sia così. Illudendoli che sia davvero così banale avere successo, rimanere in equilibrio sulla cresta dell’onda magari limitandosi al ruolo di mero un cofondatore. Chiedetelo a Lol Tolhurst dei The Cure se fosse altrettanto semplice essere normali in una band di alieni, per quattro decadi consecutive.

Per riuscirci devi essere straordinariamente normale.

Andrew John Leonard Fletcher lo era.

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