Italia fuori dai mondiali: quando (forse) per vincere basterebbe… tornare bambini

Maracanazo. Questo il termine coniato dai Brasiliani per descrivere la cocente sconfitta subìta nel 1950 dalla nazionale verdeoro contro i rivali dell’Uruguay, in casa propria – al Maracanà – e nel contesto di una finale mondiale. A dirla tutta, la formula di quel torneo non prevedeva fasi ad eliminazione diretta, solo gironi, ma la partita contro la squadra guidata da Juan López Fontana rappresentò lo scontro decisivo per l’assegnazione del titolo più prestigioso: nonostante le doti di palleggio e la disorientante anarchia brasiliane, Schiaffino e Ghiggia guidarono la rimonta de La Celeste, fissarono il risultato sul due a uno per gli ospiti e portarono la coppa Rimet a Montevideo per la seconda volta dopo vent’anni.

Fortunatamente il suffisso –azo ben poco si adatta al nome dello stadio Barbera, altrimenti saremmo stati costretti a inventarci dei neologismi piuttosto amari: la sconfitta con la Macedonia rappresenta, infatti, molto probabilmente, il punto più basso toccato dalla Nazionale italiana nell’età del calcio moderno, cosicché qualche riflessione in merito sorga spontanea. Numerosi i problemi sistematici e istituzionali che potrebbero essere trattati: la perplimente strutturazione dei campionati professionistici, la scarsa qualità dei vivai, la scarsezza di giocatori nostrani all’interno dei grandi club di Serie A. Grandi questioni, è vero, ma il calcio giocato si svolge sul campo, in novanta minuti, tra le emozioni, i pensieri e i caratteri di undici individui (più l’allenatore e lo staff): dunque, mi son detto, se proprio devo fare discorsi da bar, perché non estrapolare una piccola deduzione innanzitutto sulla base di questi presupposti pratici, specie considerando che pochi mesi fa la nostra Nazionale, tra record di imbattibilità e vittoria degli ultimi Europei, entrava di diritto nella storia del calcio mondiale? Data questa ripidissima discesa dalle stelle alle stalle, non è probabile che i problemi del gruppo siano stati soprattutto di natura psicologica e mentale?

Partiamo da un presupposto: spesso i ragazzi di Mancini sanno far girare palla, giocando fluidamente in orizzontale e abbastanza bene nello stretto, ma in alcune partite (soprattutto se queste sono importanti e perlopiù di fronte ad avversari sulla carta più deboli, dunque più schiacciati all’indietro) pare crearsi un potentissimo campo magnetico che impedisce ai nostri anche solo di tentare la penetrazione nell’area di rigore avversaria e la conseguente finalizzazione. Ebbene, pure dopo aver constatato che le divise degli Azzurri non sono mai state manomesse tramite calamite di sorta, viene da chiedersi: perché sussiste questo rigetto per il dribbling e per l’uno contro uno? Non sono queste le soluzioni che vengono spontanee persino ai bambini di tutti i campi del globo?

Ora, che immagini ci suggerisce il tentativo di saltare da soli l’avversario? Facile dirlo: senso di rischio, estro e intuizione, in contrapposizione alla scelta del passaggio semplice, che vive di sicurezza, scienza e ragione. Gli ultimi anni di storia del calcio ci hanno offerto una grandissima interprete del calcio del passaggio semplice: la Spagna. La Roja, vincitrice degli Europei 2008 e 2012, nonché dei Mondiali 2010, grazie al suo altissimo tasso tecnico individuale è stata in grado di apprendere dal coevo insegnamento di Guardiola e di esprimere in misura ancora più accentuata l’essenza del Tiki Taka (d’altronde, Guardiola un giocatore fantasioso e intuitivo che rompeva le maglie avversarie lo aveva, Lionel Messi: i suoi dettami teorici si fondavano anche sulle sortite individuali del suo pupillo), filosofia di gioco fondata su un calcio semplice, orizzontale e paziente, in grado di trovare l’imbucata mortale alla prima svista avversaria, quasi mai grazie a doti come l’accelerazione o il dribbling propriamente inteso: giocatori come Busquets, Xavi, Iniesta o David Silva hanno sempre fatto sì uso del disorientante dribbling di corpo, ma per preparare l’apertura delle linee di passaggio, più che per superare il diretto marcatore entro spettacolari assoli – come invece erano soliti fare un Ronaldinho, un Baggio o un Maradona. Lasciato per il momento appreso questo filo, per rispondere in maniera un po’ banale alla domanda ‘come mai gli italiani non dribblano?’ occorre dipanare sinteticamente il filo della storia di questa disciplina.

Breve storia della tattica calcistica

Lo sport più seguito al mondo nasce a fine Ottocento, per essere precisi il 26 Ottobre 1863 – ma meglio non dilungarsi. Per qualche decennio il senso del calcio si sviluppa nei termini di un dribbling game che, a poco a poco, si evolve in un passing game più organizzato: dai primordiali e totalmente offensivi 1-1-8 anglosassone e 2-2-6 scozzese, già almeno al 1887 abbiamo testimonianza della Piramide di Cambridge (2-3-5), un modulo che rappresenta il primo grande passo verso una qualche concezione di gioco corale; questa soluzione funzionerà molto bene e a lungo, a tal punto da non subire modifiche rilevanti per un trentennio circa. Quando nel 1925 la regola del fuorigioco mutò – anche qui non spiego oltre, i più interessati approfondiranno, se non sanno già – e per i difensori diventò più difficoltoso attuare l’off-side, l’evoluzione tattica dello sport subì un’accelerazione improvvisa: lo scopo di questo cambiamento, quello di rendere più spettacolari le partite, dovette per forza di cose cercare di essere contrastato dagli allenatori di ogni dove, che certo non avevano piacere nel vedere la propria squadra subire valanghe di gol.

I primi rimedi tattici a questa novità furono escogitati a inizio anni ‘30 da Vittorio Pozzo e da Hugo Meisl, alla guida rispettivamente di Italia e Austria (utilizzatori del Metodo/WW, un 2-3-2-3), nonché da Herbert Chapman, allora allenatore dell’Arsenal (inventore del Sistema/WM, un 3-2-2-3). Principalmente a partire del Sistema si è poi sviluppato il calcio moderno, che da un lato ha annoverato esempi di gioco propositivo e offensivo (la principale linea storica si sviluppa dapprima sulla base di modelli sudamericani – la Diagonal di Fluminense e Flamengo, la Maquina del River Plate di Pedernera e il 4-2-4 del Brasile di Pelè – e continentali – il Sistema Ungherese/MM di Sebes e Puskás, il calcio anglosassone -, per poi trovare piena realizzazione nel Calcio Totale olandese, nel Milan di Sacchi e infine nel corpus guardioliano – di Barcellona, ma anche di Monaco e Manchester), mentre d’altro canto si è fondato su concezioni difensivistiche e di contropiede (l’Italia è assoluta maestra di questa scuola di pensiero: si pensi all’Inter di Herrera e al Milan di Rocco, che negli anni ‘60 attingevano a piene mani alle idee del Verrou di Rappan – anni ‘30 – e ai vari Mezzo Sistema e Vianema italiani – anni ‘40; solo con la Zona Mista di Trapattoni e con il già menzionato Sacchi si assisterà a dei tentativi di rivoluzione anche nel Belpaese). Il calcio così detto offensivo e propositivo si prefigge l’obbligo di far esondare da ogni parte il talento, le grandi giocate e un’attitudine impavida: si difende alti, si pressa, si cerca di segnare un gol in più dell’avversario, non di subirne uno in meno; al contrario, il calcio difensivistico ricerca la chiave della vittoria nella logica opposta, dunque nella tattica applicata, nel gioco dettato dall’assenso razionale e dalla scelta più sicura. Ovviamente si assiste sovente all’attuazione di mescolanze tra i due stili, così come accade che alcuni tratti tipici dell’uno siano prestati all’altro (il concetto di ripiegamento e contropiede può benissimo essere piegato a finalità totalmente offensive nella fase di ripartenza, così come quello di possesso palla può essere volto alla mera difesa del risultato: dominare il gioco può anche significare voler rimanere sullo 0 a 0, dunque avere finalità prevalentemente difensivistiche, così come subìre il gioco può anche sottintendere la ricerca di occasioni da gol adatte alle caratteristiche fisiche e tecniche dei miei giocatori – per quest’ultimo caso si pensi ai miracolosi Celtic di Stein e Nottingham Forest di Brian Clough).

Detto ciò, che dire della situazione di crisi che ci attanaglia ormai da molti anni – a partire senz’altro dal 2006, con le eccezioni del 2012 e del 2021? Probabilmente il calcio italiano, dal post Sacchi in poi, è a più riprese ripiombato nel lato più distruttivo delle sue istanze catenacciare (proprio quelle istanze che, invece, erano trascurate dai più grandi esponenti del calcio all’italiana, i vari Foni, Valcareggi, Herrera e Rocco, i quali proponevano implicitamente atteggiamenti comunque offensivi: ad oggi il solo Conte pare seguire il loro cinico esempio), nella sua storica avversione al gioco vis-à-vis (il che è evidente da un punto di vista cronologico: se in Olanda, come visto, o in Spagna si attingeva ben presto alle idee sudamericane e continentali degli anni ‘50, in Italia bisogna attendere Trapattoni per assistere ad un’idea di gioco a metà tra la marcatura a uomo e il calcio a zona, dunque per poter abbattere parzialmente il tabù del catenaccio), riuscendo tutt’al più ad esprimersi diversamente o in maniera sporadica (si pensi alle filosofie di Zeman, Gasperini, Prandelli, Italiano, Sarri e Andreazzoli), o piegando ai suoi bisogni un’idea di gioco profondamente ambigua ed eclettica a causa della sua orizzontalità, quella guardioliana (e qui riprendiamo il filo lasciato sospeso: questo è ciò che è successo alla Nazionale di Mancini), che, pur proclamata quale ultima erede della tradizione totale, può essere adottata con intenzioni del tutto distorte rispetto a quelle originarie – di modo che, come detto in precedenza, non si miri a giocare per segnare, bensì per non prendere gol, tenendo la palla lontano dagli avversari.

I grandi risultati ottenuti tra il 2018 e il 2021 – come dicevamo all’inizio, l’imbattibilità di 37 partite e la vittoria dell’Europeo – si spiegano probabilmente come frutto di un momento storico che ci ha visto toccare il fondo nel 2017 con la Svezia, portandoci a vivere momentaneamente sull’onda di una leggerezza e di una spensieratezza quasi necessarie, derivanti dalla consapevolezza di non poter fare peggio di quanto fatto poco prima; di qui si spiegherebbero anche in questo modo i frequenti risultati ottenuti, in termini di bel gioco, dagli allenatori sopra menzionati, alla guida di squadre storicamente di medio-piccola caratura, quali Sassuolo, Atalanta o Empoli: senza pressioni mediatiche ci si può divertire e sbizzarrire, è evidente.

Probabilmente il disastro sportivo si innalza sulle fondamenta della paura; pur essendo vero che i fattori su cui lavorare sono molteplici, sfumati e complessi, intanto dovremmo esprimerci di nuovo sul campo senza timore, quali che siano gli interpreti, e rimanendo nell’ordine di idee per cui il risultato è da sempre, almeno sul lungo termine ed entro un’ampia varietà di casi, una statistica conseguenza dell’abilità e del talento messi in mostra. I nostri limiti sono perlopiù mentali, quelli tecnici certo non possono essere chiamati in causa nel contesto delle partite giocate da settembre fino ad oggi, contro squadre di gran lunga inferiori a noi; purtroppo, a diffondere quest’ansia generalizzata sono, purtroppo, proprio i media e i tifosi, che da noi (e meno altrove) sono pronti a mettere alla gogna la vittima sacrificale di turno dopo quattro-cinque partite giocate sottotono, giudicando, giudicando e giudicando ancora senza pietà. Ma d’altronde, si sa, il calcio per gli italiani è una cosa troppo seria per essere praticata e vissuta come un semplice gioco, già un certo Churchill se n’era accorto molto tempo fa:

“Gli italiani perdono le partite di calcio come se fossero guerre e perdono le guerre come se fossero partite di calcio”