Freaks Out: Le creature oniriche di Gabriele Mainetti ci portano alla scoperta di una storia eroica

Questo articolo racconta il film Freaks Out di Gabriele Mainetti in un formato che intende essere più di una semplice recensione: lo scopo è andare oltre il significato del film e fornire una analisi e una spiegazione delle idee e delle dinamiche che gli hanno dato vita.

Potrà riuscire il cinema italiano, culla del Neorealismo, a divincolarsi dalle origini mutando in ambizioni dal sapore più internazionale? La risposta è certamente sì, perché le pellicole nostrane hanno sempre colpito i pubblici più vari nel panorama europeo e mondiale. Da Ladri di biciclette in poi, la nostra rappresentazione dell’esistenza è stata omaggiata da molti registi tra i più importanti di tutto il mondo. Ma con le nuove tecnologie applicate ovviamente anche alla Settima arte, e per includere un pubblico ancora più vasto, dopo anni di tentativi più o meno riusciti e soprattutto contando sulle nuove leve di “film-maker”, l’arte su pellicola del nostro Belpaese in barba a molti detrattori si è evoluta ricreando a modo suo una riscoperta ribalta internazionale. Il caso più rappresentativo è certamente quello di Gabriele Mainetti.

Il regista romano, classe 76’, dopo aver fatto per molto tempo l’attore sia in film, che fiction nazionali riesce mettere a frutto la sua grande passione per la regia, prima con cortometraggi, tra cui spicca Basette che raccoglie attori romani di grande talento come Marco Giallini e Valerio Mastrandrea, per poi esordire con il botto nel 2015 con Lo chiamavano Jeeg Robot. Ancora una volta la Capitale italiana come nella sua opera prima viene scelta come quadro nelle vicende dei protagonisti, ma viene girato anche molto in Calabria, precisamente a Camigliatello Silano, utilizzando, oltre che la natura silana anche la stazione del piccolo centro montano che ricorda molto quella romana di Tiburtina negli anni 40’ del 900’. La cronaca fiabesca intrisa di storia, ma anche di quelle sane favole popolari romane, ammalia nella sua delicata costruzione, mettendo in scena gli ultimi in cerca di riscatto e trasformatisi in seguito in eroi senza macchia.

Questa sorta di famiglia (perché ricordiamolo sempre, famiglia è dove c’è amore e rispetto reciproco), attraverso l’occupazione tedesca a Roma durante la Seconda guerra mondiale, si metterà a confronto con gli orrori del conflitto, ma anche con la voglia di farcela e rimanere “umani” in un mondo sull’orlo dell’abisso. Mainetti sfrutta abilmente i suoi studi cinematografici in America per trarre ispirazione da Tim Burton e le creature che nel corso di una carriera immensa ha creato, istituendo in salsa italiana alcuni personaggi che potrebbero fare invidia addirittura al regista di Burbank. È proprio il mantenere questa “italianità” senza scadere nell’imitazione esterofila che rende il prodotto cinematografico sorprendente per il suo scavare affondo nelle diversità e nelle esistenze di persone decisamente non convenzionali.

Le maschere infauste che affrontavano un dolore più tangibile in Lo chiamavano Jeeg Robot e che nascondevano in alcuni casi personalità mostruose, questa volta vengono soppiantate da quelli che in apparenza potrebbero essere considerati dei mostri, ma che invece nascondono animi nobili. Il circo “Mezzapiotta” formato da un cast straordinariamente a suo agio e composto dall’irrinunciabile Claudio Santamaria, Giorgio Tirabassi, Pietro Castellitto e la sorprendente Aurora Giovinazzo, così delicata ed emotiva da raggiungere da quasi esordiente nel mondo del cinema “serio” già livelli altissimi nell’arte dell’interpretazione e che siamo pronti a scommettere che farà tanta strada in questo mondo, sulle orme delle grandi personalità attoriali femminili italiane.

Questo pot-pourri di attori romani è completato dall’attore tedesco Franz Rogowski, anche lui incredibilmente bravo nella sua lucida follia e l’attore calabrese Max Mazzotta, quest’ultimo partigiano sgangherato che guida altrettanti sgangherati, recitando anche nel suo dialetto d’origine. Anche l’estetismo musicale dice ampiamente la sua, con le musiche a cui Mainetti ha contribuito a creare, e da qui si comprendono anche i gusti musicali del regista, ventenne alla fine degli anni Novanta, con brani eseguiti al piano dal folle nazista Rogowski/Franz del calibro di Sweet Child O’Mine”dei Guns N’ Roses e Creep dei Radiohead. La pellicola ha un effetto rinvigorente per il nostro Cinema, con un autore già maturo, nonostante le poche opere cinematografiche all’attivo, e con una genialità tale, da trattare un tema così usato, e trasformandolo in un qualcosa di piacevolmente inconsueto.