Drive My Car: dentro la trama, la spiegazione e il finale del film

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Questo articolo rivela elementi importanti della trama e della spiegazione del film Drive my Car di Ryūsuke Hamaguchi, svelandone il significato, gli eventi e le prospettive migliori per apprezzarne i pregi. Se ne suggerisce dunque la lettura solo ed esclusivamente dopo aver visto il film, e non prima, per evitare di perdervi il gusto della prima visione.

Il confessionale, nella pratica religiosa, è un luogo tutt’altro che paritario. Vi si svolge infatti un dialogo in cui solo uno dei due soggetti è chiamato ad aprirsi, a fronte a un interlocutore che, in posizione di netta autorità, resta muto fino al momento dell’assoluzione. Non è casuale, nei confessionali, la presenza di una grata di separazione: l’ammissione dei propri peccati avviene davanti non a un uomo, ma a un funzionario di Dio. Il processo di catarsi riguarda uno solo dei due astanti, in quanto l’altro ricopre l’unico ruolo di confessore.   

Diverse invece sono quelle pratiche di confronto in cui entrambe le persone coinvolte si confidano e si disvelano vicendevolmente, facendosi carico l’uno della croce dell’altro: il superamento della crisi riguarda tutti e due allo stesso modo, creando un rapporto di mutua formazione. Il teatro, in tal senso, può essere visto come luogo simbolico di confidenza: nel gioco di ruolo fra attore e spettatore, la relazione che si istaura è un momento di crescita tanto per chi assiste, quanto per chi recita. Si tratta di un esercizio non dissimile dall’intimità fra due amanti, che prevede sempre un gioco di ruolo, o dal dialogo fra due amici al bancone di un bar, a tarda notte. Soprattutto, la confessione che diventa reciproca confidenza è tipica dell’archetipo narrativo del viaggio: immobilizzati nello spazio condiviso e limitato di un mezzo di trasporto, i due interlocutori compiono un viaggio non solo orizzontale lungo la geografia del territorio, ma anche verticale attraverso le profondità dell’animo proprio e altrui.  

Teatro, intimità erotica, scambio amicale e automobile come luogo di confidenza e superamento di un lutto sono elementi ricorrenti in Drive my car del regista nipponico Ryūsuke Hamaguchi, film drammatico di grande introspezione psicologica che nel corso di questo 2022 sta facendo incetta di premi in tutto il mondo ed è dato per favorito alla prossima edizione degli Oscar. Curiosamente anche il suo grande rivale nella recente cinematografia internazionale, È stata la mano di Dio del nostro Paolo Sorrentino, è una storia di formazione che ha come centrale un lutto superabile solo attraverso la pratica artistica e la condivisione. Le specificità di Drive my car, tuttavia, lo rendono un’opera unica e complessa, perfettamente inserita nella cultura giapponese e allo stesso tempo universale nella sua riflessione sul dolore. Occorre fare un passo indietro per comprenderne la portata, i riferimenti e le dinamiche psicologiche espresse e il finale che a molti è parso enigmatico e che in realtà, nella sua sintetica capacità di suggerire, risulta di struggente delicatezza.  

Un gioco di destino, fantasia e tragedia  

Il precedente film di Ryūsuke Hamaguchi, su soggetto di Haruki Murakami e vincitore nel 2021 del Gran premio della Giuria a Berlino, si intitola Il gioco del destino e della fantasia. Si tratta di un racconto a episodi incentrato su temi quali le relazioni, il risentimento e gli incroci del caso. Il gioco di ruolo teatrale è presente soprattutto nel terzo e ultimo capitolo, in cui due sconosciute si incontrano scambiandosi per vecchie amiche del liceo e, una volta svelato l’equivoco, decidono di continuare a fingere di conoscersi da sempre per potersi fare carico l’una del peso esistenziale dell’altra. L’opera, oltre a rappresentare uno spaccato puntuale e approfondito delle peculiari dinamiche socioculturali del Giappone, risalta per il tocco dell’autore, delicato anche nell’affrontare tematiche crudeli e capace di rinvenire la poesia nella quotidianità, lo straordinario nelle relazioni comuni. Si tratta di un film carico di rispecchiamenti e rimandi duali, leggero malgrado la forte portata emotiva delle storie e purtroppo scarsamente distribuito nelle sale in Italia.  

Di tutt’altro avviso è Drive my car, la cui indubbia selettività è evidente innanzitutto dalla durata di quasi tre ore. Protagonista è l’attore e regista teatrale Yūsuke Kafuku (Hidetoshi Nishijima), che ha una relazione sentimentale e artistica con la sceneggiatrice Oto (Reika Kirishima). Abitudine di quest’ultima è concepire le proprie storie e raccontarle al marito di continuo, soprattutto nei momenti di erotismo e intimità. Yusuke vive per il lavoro e per la propria compagna e, quando viene a sapere dei suoi continui tradimenti, decide di tacere. Un’improvvisa emorragia cerebrale tronca la vita di Oto, precipitando Yusuke in una crisi che ne investe anche la carriera artistica. L’occasione per ricominciare una nuova vita professionale arriva due anni dopo, con l’incarico di dirigere Zio Vanja di Anton Čechov, proprio l’opera durante la quale Yusuke aveva subito un crollo nervoso in apparenza definitivo, a ridosso della morte di Oto.  

Il regista si sposta così, a bordo della sua fedele Saab rossa, alla volta di Hiroshima: durante il viaggio verso quella città, che per la storia del Giappone è una ferita aperta tanto quanto lo sono quelle del protagonista, si collocano i titoli di testa dell’opera. Non si tratta di una scelta casuale: il racconto vero e proprio della catarsi di Yusuke inizia al quarantesimo minuto di film con il suo trasferimento. Ad accompagnarlo è un mezzo di trasporto che per lui è luogo dell’anima più recondita, un guscio inviolabile che gli dà conforto e allo stesso tempo lo imprigiona nel passato. La Saab era presente durante i viaggi con Oto e alla scoperta dei di lei tradimenti, ed è lì che Yusuke si rinchiude ad ascoltare le cassette con la voce registrata della defunta compagna: si tratta delle stesse storie che lei gli raccontava a letto, in una stanza di un buio tanto denso quanto lo è l’ombra che grava sulla sua vita. La macchina per Yusuke è una corazza impenetrabile: sarà però un curioso gioco del destino, nuovamente, a dischiuderla.  

Due solitudini che si incontrano  

La produzione dello spettacolo per cui è stato chiamato, conoscendone le instabilità emotive, impone a Yusuke un’assistente che gli faccia da autista. All’inizio reticente, proprio in quanto la Saab rossa rappresenta per lui l’ultima ancora ad un mondo perduto, fatto di illusioni da tenere in vita, il regista trova nella giovanissima Misaki, sua autista, prima una figura di compagnia e poi un vero e proprio riferimento di dialogo e interscambio. Lei ha esattamente l’età che avrebbe la figlia di Yusuke e Oto, se solo fosse sopravvissuta. Come Yusuke, anche Misaki è reduce dal lutto di una persona a lei vicina, la madre, e non fa che interrogarsi se avrebbe potuto salvarla o meno. A Misaki stessa è dedicato l’imperativo/invito che dà il titolo al film: «Drive my car». Se l’automobile rappresenta per Yusuke l’indicibile del proprio passato, il lutto che non vuole superare, lasciare che un’altra persona la guidi vuol dire concederle di farsene carico e rispondere di conseguenza. Il modello non è quello del confessionale ma della crescita insieme, dell’appartenenza reciproca intesa, per dirla con Giorgio Gaber, come «avere gli altri dentro di sé». Yusuke e Misaki, nel loro essere al contempo compromessi con i propri demoni e volenterosi di oltrepassarli assieme, sono due solitudini che si incontrano.  

Oltre a Misaki, nella vita di Yusuke subentra anche il giovane e promettente attore Kōji Takatsuki, scritturato per il ruolo da protagonista nello spettacolo. Kōji, probabile ex-spasimante di Oto e in lutto quanto Yusuke per la scomparsa della donna, è tanto talentuoso quanto isterico e sregolato. Il suo rapporto con Yusuke è, all’inizio, quello archetipico dello scontro di opposti: maestro anziano, impassibile e legittimo compagno di Oto l’uno, giovane allievo impulsivo e rivale amoroso l’altro. La parte cui è destinato Kōji nella rappresentazione, inoltre, è la stessa che aveva visto il tracollo di Yusuke due anni prima. Ritorna qui il leitmotiv del teatro come gioco di specchi, tanto caro a quel cinema d’autore occidentale che nel rapporto fra mentore e allievo, e fra opposti e consimili, ha trovato un tema centrale, da Ingmar Bergman al più recente Sils Maria (2014) di Oliver Assayas.  

Il rapporto fra Yusuke e Kōji non avrà una conclusione positiva per entrambi. Inizialmente conflittuale, la loro relazione sembra migliorare proprio un attimo prima che Kōji venga arrestato in quanto colpevole di un’aggressione. I dialoghi avuti con lui, a tarda notte dopo le prove e seduti al bancone di un bar, hanno l’effetto, per Yusuke, di osservare la sua storia con Oto in modo più distaccato e con occhi diversi, ma non solo: data l’assenza forzata dell’interprete principale, la rappresentazione di Zio Vanja ha bisogno di un nuovo protagonista. La parte toccherà proprio a Yusuke, che non solo nella rivalsa su quello che per lui era al contempo erede, rivale, nemico e amico, ma soprattutto nel recuperare il ruolo su cui si era bloccato anni prima, troverà riscatto e catarsi dal suo passato. È quanto Kōji, vittima del suo stesso vissuto esattamente come rischiava di esserlo Yusuke, non è riuscito a fare, abbandonandosi all’autodistruzione istintiva.  

Un finale che guarda al passato per aprirsi al futuro  

Diversamente si conclude il rapporto fra Yusuke e Misaki. I due, tanto diversi quanto simili, si rispecchiano in quella capsula al di fuori del tempo che è la Saab rossa. Da sede di chiuso isolamento in se stessi, la macchina è diventato luogo di comunione. Un viaggio verso la casa d’infanzia di Yusuke è l’occasione per aggiungere una terza dimensione alle prime due che abbiamo citato precedentemente: il regista e la sua autista non si spostano più solo in orizzontale e in profondità, ma anche attraverso il tempo, alla ricerca del rimosso e alla ricognizione di una forza interiore che sembrava sepolta.  

Se sulla sorte di Yusuke il film ci aggiorna in modo esplicito, mostrandocene il trionfale ritorno sulle scene, il futuro di Misaki appare più interpretabile. La scena finale del racconto la mostra, tempo dopo, a bordo della Saab rossa di Yusuke, da sola, in compagnia di un cane: Yusuke le ha forse ceduto l’automobile, come segno di totale affidamento o di liberazione personale dal peso del passato? I due hanno continuato a coltivare un rapporto anche dopo gli eventi narrati nel film? Ciò che importa è che appare chiaro come anche Misaki abbia superato il proprio lutto, finalmente serena e pronta a iniziare una nuova vita grazie all’esperienza condivisa con il teatrante. 

L’occhio registico di Ryūsuke Hamaguchi, nel raccontare la storia di due soggettività che solo nel reciproco scambio riesco a fare i conti con se stesse, indugia sui primi piani e nobilita i personaggi, dando spazio con sobria messa in scena alla delicatezza dei gesti e delle espressioni. Drive my car è un film che deve molto all’apparato dialogico della sceneggiatura, ma non risulta mai verboso: la raffinatezza della scrittura, capace di incrociare temi universali e affidarli a interpreti così ben definiti, ne fa una delle opere più struggenti di questa stagione cinematografica. La macchina da presa segue i personaggi e ne esalta i processi interiori di elaborazione del lutto e auto-accettazione. «Le lacrime del mondo sono una quantità costante. Per ognuno che comincia a piangere altrove, un altro si ferma», afferma Samuel Beckett in Aspettando Godot, opera citata all’interno del film: eppure, in Drive my car, assistiamo a quel miracolo relazionale per cui il dialogo riesce a far cessare, al contempo, le lacrime di entrambi.