Tutte le carte in regola per essere un artista: Piero Ciampi

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Magnifici Perdenti
La sconfitta come rinascita

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Se esistesse un inferno dei perdenti, degli sconfitti per vocazione e dei falliti, diviso a gironi come nella Commedia dantesca, Piero Ciampi apparterrebbe di diritto alla schiatta dei dissipatori di talento.

Quelli che sarebbero stati i migliori, per manifesta superiorità, per talento, se solo avessero voluto; quelli che hanno preferito la vita al successo, il cuore al cervello, la dissolutezza alla disciplina, come se le cose non potessero mai coesistere, nemmeno per cinque minuti.

Piero era un poeta, su questo non dovevano esserci discussioni.

Era l’unica qualifica a cui teneva, tanto da impuntarsi e riuscire a farselo scrivere perfino su quel passaporto sgualcito con cui faceva superare i confini nazionali al suo stile di vita da bohemienne schizoide e alcolizzato.

Ma Piero era anche un musicista, un cantautore di traverso, sghembo rispetto alla grande tradizione italiana; non aveva la raffinatezza e il gusto melodico di Gino Paoli, la chiarezza e il talento cristallino di De André, l’estetica del bello e dannato Luigi Tenco.

Piero Ciampi era a un tempo minore e superiore a tutti i grandi citati; Piero non faceva il poeta, Piero era un poeta e le sue canzoni erano la sua vita.

Come era stato per Rimbaud e per Bukowski.

Il fallimento assurgeva con lui a vessillo e stile di vita; tutte le volte che l’occasione per il successo si presentava ghiotta, limpida davanti ai suoi occhi, Ciampi trovava il modo di svicolare, facendo così della sua esistenza un vero e proprio manifesto del fallimento, in direzione ostinata e contraria al successo, metro di paragone insostituibile per l’Italia borghese e provinciale degli anni del boom.

Nato a Livorno nel ’34, sfollato in campagna da ragazzino per sfuggire ai tragici bombardamenti sulla sua città, aveva studiato a Milano, schivando il primo traguardo della sua vita – quello del diploma di liceo – agli ultimi cento metri, sottraendosi al risultato quasi acquisito come avrebbe fatto per tutta la sua parabola.

Durante la leva obbligatoria viene fuori tutto il suo spirito anarchico, quello del ribelle senza una causa: provoca i nonni, attacca briga e cerca la rissa, poi delizia le camerate componendo poesie improvvisate lì per lì. Gianfranco Reverberi, futuro compagno di avventure musicali e allora giovane commilitone, racconta di come fece innamorare la figlia del Comandante scrivendole ogni giorno lettere che facevano impallidire quelle di Cyrano De Bergerac.

Congedatosi, si mantiene suonando coi complessini tipici dell’epoca; si adatta al contrabbasso, imparando da solo, e canta come i francesi. Ma il suo stile mal si addice agli anni ottimistici del boom, che peraltro Piero odia; scappa in Francia, gira l’Europa spezzando cuori e dormendo dove capita. Studia Brassens e conosce Celine: a Parigi lo conoscono come Piero l’Italianò, e così si farà chiamare al rientro, quando, coi buoni uffici di Reverberi, che intanto si è fatto un nome nell’ambiente, incide il primo disco.

Manco a dirlo, senza nessun successo.

Un po’ Boris Vian, un po’ Bukowski, Ciampi è troppo di lato rispetto alla corrente dei cantautori coevi. Scrive per gli altri ottenendo qualche successo, una sua canzone, portata a Sanremo niente meno che da Gigliola Cinquetti, si piazza tra le prime. Ma Piero è troppo dissipatore e il successo lo può vedere solo da lontano.

Intanto sposa Moira, un’irlandese e ci fa un figlio: niente da fare anche qui, la donna fuggirà poco dopo portandosi via il bambino, non deve essere facile stare accanto a un cavallo pazzo come Ciampi. Tanto che Gabriella, la successiva moglie, fa praticamente lo stesso.

Sono loro due le “due donne (…) belle, bionde, alte snelle” che “(…) per lui non esistono più”, che canta in Ha tutte le carte in regola, suo autoritratto e testamento poetico.

Gaetano Pulvirenti, ex discografico RCA e Karim, un pazzo con ogni evidenza, gli affida un lavoro dietro la scrivania, a dirigere la neonata Ariel. Ovviamente anche la piccola etichetta fallisce poco dopo. Piero si tiene a galla solo col suo fascino e la sua vena poetica: beve come un pesce, litiga con tutti, gioca d’azzardo, ma riesce sempre a cadere in piedi.

Il suo carisma fa sì che comunque qualcuno disposto a pagarlo per incidere o per tenere un concerto si trovi sempre: lui incassa, non si presenta o lo fa solo per attaccare briga e sparisce per sperperare tutto.

Soldi e talento.

Gli anni Sessanta passano così, tra qualche capolavoro che non porta a nulla, vagabondaggi sentimentali e geografici e grandi occasioni buttate alle ortiche. I Settanta arrivano e saranno il decennio più proficuo.

E l’ultimo.

Gino Paoli lo ripesca non si sa dove, sempre più nel tunnel dell’alcol e riesce a fargli ottenere un contratto e un sostanzioso anticipo alla RCA, dove lo presenta – un po’ credendoci, un po’ bluffando – come il più grande talento mai visto.

Risultato: Piero incassa e sparisce a spendere fino all’ultima lira, ovviamente senza incidere una canzone.

Fa amicizia con Nada, l’ex enfant prodige, che incide un album con le sue canzoni; vorrebbe fare lo stesso Ornella Vanoni, nome di ben altro peso all’epoca, ma Ciampi è sparito, in giro chissà dove per il mondo a bere e sperperare e non se ne fa nulla. Forse l’ultima grande occasione.

Nel frattempo però incide i suoi lavori migliori, dopo che la RCA ha continuato a pagarlo per non fare nulla, credendo comunque nel suo talento. Piero Ciampi, del 1971, Io e te abbiamo perso la bussola del 1973 e nel 1976 Dentro e fuori: tutti capolavori che non vendono quasi nulla.

Ha tutte le carte in regola
Per essere un artista
Ha un carattere melanconico
Beve come un irlandese

Se incontra un disperato
Non chiede spiegazioni
Divide la sua cena
Con pittori ciechi, musicisti sordi
Giocatori sfortunati, scrittori monchi

Ha tutte le carte in regola
Per essere un artista
Non gli fa paura niente
Tantomeno un prepotente

Preferisce stare solo
Anche se gli costa caro
Non fa alcuna differenza
Tra un anno ed una notte
Tra un bacio ed un addio

Ha tutte le carte in regola lo descrive alla perfezione, ma anche i ripetuti Vaffanculo della superba Adius faranno storia, o i versi in rima de Il Vino.

A metà degli anni Settanta, il calciatore del Padova Ezio Vendrame diventa suo grande amico e compagno di poesia ed eccessi; durante una partita allo Stadio Appiani, mentre è in possesso della palla, lo vede inaspettatamente sugli spalti, interrompe il gioco prendendo il pallone con le mani e corre a omaggiarlo.

Dopo aver passato tutta la sua vita a programmare una morte per cirrosi, Piero si ammala di tumore alla gola, e muore il 19 gennaio del 1980, a quarantasei anni. Non vedrà mai il decennio dell’edonismo, e forse è meglio così.

Ad assisterlo fino all’ultimo Mimmo Locasciulli, cantautore, suo primo ammiratore e medico.

Ciampi è stato uno dei più grandi misteri della musica italiana, un talento parimenti grande per la musica e per lo sperpero. Oggi è oggetto di culto e riscoperta e la sua musica è ascoltata anche dai più giovani: quel bel vaffanculo che ti porti nella tomba di Adius, almeno quello, l’ha scongiurato.

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