Berlinale: il cinema d’esistenza

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Agnès Varda parlava del cinema come la più grande forma di comunicazione sostenendo quanto non fosse indispensabile comprendere, ma sentire e avvertire qualcosa; qualsiasi cosa, anche lo smarrimento di chi del cinema ne ha fatto la sua esistenza.

Della settima arte come potremmo parlarne se non come la più alta espressione di empatia umana?  

Gambe lunghe e mani avvolgenti, il cinema è una storia infinita di immaginazioni, di teste sommerse e affogate in un acquario di ribellioni e rivoluzioni: una coperta cucita di parole e sentimenti indipendenti.

Il cinema europeo inizialmente altro non è che un cinema da pochi soldi, dentellato da una storia di oppressione e appartenenza a sentimenti bellici, deterrente di divieti e censure.

Il Terzo Reich ha mortificato quell’arte cinematografica che fino al 1930 in Germania era stata l’espressione più avanguardistica, luogo di affermazione di nouvelle vague di giovani artisti , di film impegnati politicamente e legati a temi sociali ed esistenziali quali il suicidio e la prostituzione e degli ultimi creativi come L. Sagan. Arte cinematografica sfruttata e resa infedele servitrice di un contesto avido di emarginazione e folle crudeltà; niente a che fare con la “follia creatrice”, compagna di parole divergenti da attese di un cinema nuovo e di produzione rivoluzionaria.

Il cinema europeo è perfettamente posizionato in contesti di manifesti sociali, attento scrutatore di rilevanti politicizzazioni ed esecutore di viaggi identificativi nella parte più profonda del genere umano.

Il regime nazista ha soffocato l’Espressionismo degli anni Venti, incubandolo in un vortice di sfrenate e assurde manie di controllo non soggette a corrette sentenze e dirette ad un abisso culturale vuoto di emancipazione e rispetto sociale. Nel 1951 l’America tra proibizionismo e sale da ballo, e dannati artisti rinchiusi nelle loro Factory, porta a Berlino il primo Festival dedicato al cinema europeo e non solo.

La Berlinale diventerà il traguardo di un cinema predisposto alla riscossa emotiva e partecipativa del soggetto, immergendolo in flussi dai dialoghi impegnati;registi complessi nonché architetti di seduzioni  rivoluzionarie e radicali cambiamenti; ben distanti ancora dal Pasolini e dal suo amore libero e scevro da imposizioni corporali e fisiche, ma ben concentrati sull’esordio di giovanissime del cinema che danno luogo a banchetti lussuriosi d’amore, consumato in posti perfetti o imperfetti (non importa), ovunque, sinagoghe o cascine distrutte dalla guerra, accarezzando la gentilezza fisica e mentale, senza quella opprimente costrizione di dover dividere mente e cuore come le parti di una città sdoppiata tra due anime; senza la prepotenza di dover trascinare, da Est a Ovest, il velo lunghissimo di una sposa infelice.

Eröffnung der 72. Berlinale
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Un Festival che premia il ripiegamento sociale interno, la condanna a dispostici sentimenti di rivalità e contrasti. La Berlinale nel 1951 inizia con un film di Alfred Hitchcock, la guerra è esistita davvero e i mezzi sono pochi, ma ora serviamocene come mezzo di ispirazione, rendiamolo periodo nero colpendo lo “scorretto”, ferendo chi, nel ‘44 a Venezia, premiò l’antisemitismo! Raggiungiamo la Corea e poi il Brasile, parlando di società minori, di identità; i nuovi corti, volti all’immagine di una gioventù coraggiosa, educatori di un Jean-Luc Godard , esempio e sostenitore del sistema marxista, progettatore di spietati e sapienti ragazzini parigini, vogliosi di risse rivoluzionarie lontane dalle sale da tè di una Parigi disegnata e ben vestita, ma fredda come l’Europa, ARIDA di parole in sistemi dittatoriali e impositori, predestinati ad anni di satira e commedia, Maestra Franca Valeri e chi per lei, appassionati dalla crudezza di un dialogo a tu per tu con la vita equiparato ad una partita con il destino e con la morte per mano di perfezioni: Bergman, fanatico dell’introspezione e di una psicologia assiduamente intoccabile. Entrambe, introspezione e psicologia, accomodate tra Persona e il contesto politico ambientale di un’epoca graffiata da imperative ambizioni volte alla rinuncia progressiva di un futuro già futuro.

Il cinema europeo necessita costantemente di manifestazioni interiori in un mondo definito culturalmente ed esteriormente. Dal 10 al 20 febbraio, la Berlinale ha portato all’attenzione le riprese di un mondo che sembra non esistere ma in realtà esiste; un mondo documentato con i mezzi di chiunque e i contenuti di una realtà che si presta ad occhi creativi e petti sentimentali, sistematiche denunce. Un festival in cui si parla di Mamma Africa e di ribellione brasiliana contro un contesto socioculturale che ancora non si è liberato dal giogo e dalle catene di un fascismo sudamericano forte di propagande elettorali volutamente disinformate. È importante ribadirlo, ed è importante porlo all’attenzione di chi l’Occidente se lo mangia a colazione impolverando lotte affamate di libertà e parole delle tante Marielle Franco.

In un momento di lotte al potere tra bizzarre follie di capi di Stato che giocano al telefono senza fili aspettando il fraintendimento di una parola, sia purscandita, la Berlinale grida, attraverso i suoi corti, l’imposizione di un’epoca che sembra ripetersi, di un’epoca interrotta e schiaffeggiata dalla terribile morsa politica tra mangiafuoco e burattini; un contesto di rinuncia e di ritiro sociale. La Berlinale parla di “altro mondo”, di terrorismo e strette di mano tra vicini di casa e parenti lontani, imponendo le luci su estetiche rivoluzionarie, editate dall’emergenza di autori che nei ranghi e nei limiti non ci vogliono stare. A febbraio un festival democraticamente cinematografico, coraggioso di promettenti personalità libere dai disegni imposti da settori economici.

Berlinale, un tappeto rosso che fa da prolunga tra vecchie e nuove generazioni che sinceramente si impegnano per uno sviluppo unico e chiaro di unione tra un paese fatto di tante e troppe cose, e la collettività anch’essa unica e identitaria. 

In una città fucilata dentro, batte forte quest’anno la riscossa e la rottura di un vetro di giudizi; basta un divano e la promessa di non scottarci appena seduti, toccando i temi che tutti naturalmente evitiamo quotidianamente e che, sia davanti ad un amico o all’amore della nostra vita o ad uno sconosciuto, ci sprona a vivere con il giudizio e affrontarlo per ucciderlo. Proprio di questo tratta il film, vincitore del Premio Encounters, Mutzenbacher di Ruth Beckermann, romanzo tremendamente erotico quanto vero, ascoltatore di un imbarazzo inclusivo e ben accolto che narra le prime esperienze di chi tra i 16 e i 99 anni ha voglia di parlare di una sessualità tutta personale, tutta inclusiva, piegata soltanto sulle capacità fisiche che crescono/invecchiano con noi, occupando esordienti ambienti di recitazione lasciati a chi l’attore non pensa affatto di farlo. Quasi a ricordare lo scandalosissimo racconto di violenza, radicale quanto provocatorio, nel film DAU.Natasha di Ilya Khrzhanovskiy e Jekaterina Oertel, vincitore dell’Orso d’Argento nel 2020, pellicola cruda di corpi trapanati da azioni indegne di soggetti realissimi. Un silenzio assordante che applaude il ventisettesimo film di Hong Sangsoon che chiude la Berlinale del corto, portandoci in una libreria di Seul e facendoci immergere nella Corea ferma a un tempo culturale che spazia tra sete e tazze da té. Ad Alcarràs di Carla Simòn e ai suoi conflitti tra una ragazzina che si smalta le unghie e un padre padrone, figlio di servitù mentali, indifferente a generazionali compromessi e audaci tenerezze, va l’Orso d’Oro.

Infine, tra i numerosi progetti, un delizioso dolcetto fatto tutto in casa, Leonora addio di Pietro Taviani, dedica drammatica a Luigi Pirandello, che incide sulla casualità tra tempestose alternanze, felicità e sofferenze. Taviani immagina un Pirandello triste nella riflessione, “sul dolce della gloria e sull’amaro che è costata” mentre riceve il Nobel. Leonora addio si guadagna un posto al Festival come chiara rappresentazione di un’Italia che a guerra finita, lentamente torna a casa e torna alla vita. È un’attualità che si ripete, tanto vecchia, quanto contemporanea.  

La Berlinale è un abito dal petto in sù di una signora benestante strappato da schiavitù e dimenticanze nella pancia, assente nei salotti che ospitano la considerazione

“La Berlinale, un forum indispensabile per la comunità cinematografica e globale”