Felix Mendelssohn, il romantico DJ

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“Persino la più piccola frase musicale può assorbire e trasportarci via dalle città, dai paesi, dal mondo e da tutte le sue cose terrene.”

Voglio iniziare con le parole di Felix, Felix Mendelssohn, genio rivoluzionario del romanticismo che apparve a Schumann come il Mozart del secolo XIX  e a Goethe come un corrispettivo della propria poesia.

Per lui la musica fu soprattutto una questione d’avvenimenti intimi della vita sentimentale tradotti in linguaggio di suoni.

È grazie a lui se, come direttore di orchestra, si ebbe la prima esecuzione moderna della Passione secondo Matteo di Johann Sebastian Bach; un’esecuzione che diede inizio alla riscoperta del sommo musicista barocco, allora pressoché dimenticato.

Ma non è solo questo il suo merito.

Felix ha saputo anticipare i tempi di quella che oggi chiamiamo “musica ambient” e della “sound art”, quella varietà di espressioni e forme artistiche che hanno al centro del loro interesse il suono e l’ascolto.

Aveva intuito l’importanza di mettere al centro i suoni al di là di tutto, tanto da chiamare alcuni suoi brevi componimenti per pianoforte “Songs without words” e cioè “Romanze senza parole”. Brani che rappresentano le confessioni di una trepida e castigata natura romantica; capolavori in miniatura ricchi di lirismo strumentale che diedero enorme fama all’autore. C’è in essi il condensato di tutte le conquiste tecniche raggiunte dal pianoforte in quel periodo, uno strumento che il musicista riesce a far cantare meglio della voce umana riuscendo a esprimere tutti i sentimenti dell’animo, raffigurati e proiettati su uno sfondo di sognante poesia.

“Quello che mi esprime la musica non è pensato per essere espresso a parole.”

È ancora Felix a esprimersi in questo modo.

Il suo stile compositivo è in grado di evocare sensazioni di impasse cognitiva che ci trasmettono totale introspezione.

È l’atmosfera di un brano a mettersi al centro della scena proprio come la musique d’ameublement di Satie.

Musica senza parole, dunque, perché non ce ne è bisogno.

Tra queste “Songs Without Words” ce ne è una, in particolare, l’Op.117 in Mi minore, che amo particolarmente e che ha una forza espressiva enorme e una tecnica compositiva rivoluzionaria capace di anticipare le linee melodiche sovrapposte (che oggi chiameremo loop), i suoni bassi sui tempi forti e quelli medio-acuti sui tempi deboli (in pratica i pilastri della techno).

Questa è la versione originale del brano:

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E questa è la versione che con il mio alias artistico GIADAR ho riarrangiato in chiave techno ambient per come suonerebbe oggi sul piatto di un dj.

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