I migliori dischi del 2021

La pandemia non ha mostrato un comportamento lineare. C’era da aspettarselo.

Ma i demoni del 2020 sembrano essere più addomesticabili e così la fiamma dell’ispirazione ha messo il naso fuori donandoci un anno intenso, di difficile decodifica.

Faticoso creare categorie omogenee, ma al contempo si può osservare che i confini fra le stesse sono sempre più incerti. Forse è necessario un elenco che si insinui fra i generi, registrando il buon movimento nei generi più alternativi e “art” che (si sa) rifuggono il catalogo.

La black e tutti i suoi figli sembrano da tempo orientarsi verso una maturità maggiore, una focalizzazione stilistica che unisce elementi roots e old school, impegno ed una certa eleganza sonora che tende a pulire anziché a contaminare. Come se stessero leggendo la propria storia finalmente da un punto fermo a posteriori, restituendo nuove interpretazioni, riletture più sofisticate e complete.

Tendenza che forse porta ad escludere lavori rap/hip hop/r’n’b anche pregevoli (Lis Nas X, Tyler The Creator, Boldy James and The Alchemist), ma che sicuramente nel genere non può che esaltare il rapper haitiano-americano Mach-Hommy: Pray for Haiti. Tracce che richiederebbero un lavoro di analisi per il quale non ho il necessario background, mi limito perciò a segnalarlo per un ascolto di grande apertura mentale.

Nel jazz come al solito tantissimo materiale. Ho voluto escludere il Vijay Lyer Trio per Ecm sia per motivi di spazio, sia per coerenza verso scelte più peculiari.

Il folk e i suoi dintorni, più o meno alternativi, hanno visto alcune alcuni passaggi particolarmente felici come Cassandra Jenkins e il country old style di Brandi Carlile, mentre il pop ha confermato talenti come Billi Heilish o Taylor Swift, anche se meno in forma rispetto al 2020, e lanciato fiammate come Self Esteem e Japanese Breakfast.

In primo piano allora operazioni di più largo respiro, artisticamente significative e con alle spalle storie solide, radicate. Storie che permettono il lusso del rischio senza doversi fare i conti in tasca, e il lusso della creazione di qualcosa di desiderato, della ricerca di un senso nuovo.

Obiettivo dichiarato è enfatizzare la contrapposizione tra black music e alternative-art rock, a mio parere il leitmotiv del 2021.

Buon ascolto.

10. Arlo Parks – Collapsed in Sunbeams

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Volevo iniziare il conto alla rovescia da Little Simz, rapper e giovane star britannica che al suo quarto album mostra una produzione sorprendente, grande eleganza sommata a potenza e capacità introspettiva.

Invece sono stato folgorato dalla dolcezza del debutto di Arlo Parks, dalla complicità che riesce a creare da subito con la sua personale miscela di parti nobili soul/r’n’b e di un pop acustico urbano-centrico.

La Parks usa la black music spontaneamente, senza finzioni, come un linguaggio personale e quotidiano: la mastica senza ostentarla, come un’abitudine che fa parte del suo vissuto e si percepisce da come entra subito in dialogo col nostro. Un talento comunicativo raro.

9. Wollny/Parisien/Lefebvre/Lillinger – XXXX

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Un quadro astratto. Da guardare nel suo insieme di incastri e rimandi, zeppo di trasversalità e volute incongruenze stilistiche che si compensano e si rincorrono lungo tutto il tracciato, creando una tela fitta, un puzzle di rimandi per restituire freschezza e vitalità, imbarazzi quel che basta, libertà.

Il quartetto del tastierista Wollny crea un frenetico videogame jazzistico a tratti smaccato, figlio di un futurismo decadente, ironico, ipertrofico. Muscolarmente elettronico, capace di sorprendere per la spensieratezza con cui è stato concepito e attuato: una perla nel serioso ambiente jazzistico, motivo in più per tirarci sopra una riga di evidenziatore. Fluorescente ovviamente.

8. The Anchoress – The Art Of Losing

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Un disco che colpisce al cuore e che non nasconde ambizioni mainstream.

Equilibrio difficoltoso se non fosse per la classe di Catherine Anne Davies, qui come The Anchoress, un’eremita e la sua tessitura fascinosa in modo scuro, poetico e patinato assieme.

Si può assimilare al fascino di una contralto come Hanna Reid con i suoi London Grammar; Californian Soil è intenso, ma la malattia di fondo in The Art of Losing è impagabile.

Le mille sfumature della sconfitta, della perdita, gestite raccontando sensazioni forti, azzeccando atmosfere sonore, muovendosi con sapienza nel dosare la drammaturgia.

Una presenza carismatica che si rivela tracciando un deciso (micro) solco nella sua biografia.

7. Squid – Bright Green Field

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Quanto può essere di sostanza un art-pop dall’approccio intellettualmente punk?

Non facciamoci ingannare, la Warp non scherza mai.

Nemmeno gli Squid. Musicalmente lontano dai miei gusti mi sono lasciato attrarre da alcuni momenti più intimi (Pamphlets, 2010) scoprendo poco alla volta dietro alla voluta spigolosità elementi stilistici dosati con esattezza, idee a bizzeffe e una personalità ispirata dai Talking Heads che si snoda riconoscibile lungo tutto l’ascolto.

Autentico frullatore new post punk dagli eccellenti riferimenti e dall’intelligenza tangibile; il discorso non si perde, non incespica, arrivando a momenti sonori di esplicita bellezza, nascosti negli angoli acuti della loro produzione, come nel bel mezzo di G.S.K. ad esempio.

6. Mogwai – As The love Continues

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Per chi fosse rimasto all’EP del 1999 e immediate vicinanze (niente di male, anzi) è obbligatorio dire che i Mogwai hanno percorso un cammino a mio avviso esemplare, che non si può certo descrivere in poche righe.

Ma volendo rendere l’idea posso tranquillamente affermare che questo As The Love Continues, può esserne una sintesi perfetta.

Nulla di nuovo sotto il fronte scozzese, certo, qui i Mogwai non escono dal tracciato che loro stessi hanno costruito in 25 anni. Eppure tutto è semplicemente espresso ad un livello formalmente più compiuto, quadrato. Costruendo un flusso senza intoppi o stanchezze, volto al continuo rilancio melodico e alla creazione di piccole sinfonie compresse e progressivamente perfezionate, intuendo persino la volontà sottrattiva verso una sintesi più diretta, pulendo ulteriormente la scrittura.

Che i Mogwai meritino un posto fra i grandi del genere rock, fra i classici, non lo devo certo dire io.

5. Sault – Nine

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Già nei miei best 2020, l’anonimo e prestigioso collettivo conferma il livello della proposta, rilanciando grazie ad una ulteriore fermentazione in botte pregiata.

Cosa significa esattamente?

Vuol dire che l’operazione è qui ancora più mirata, più prodotta, più attenta e raffinata. Nonostante si faccia di tutto per farla apparire spontanea, autogenerata: e la missione è compiuta.

Una eccellente finzione creata a colpi di “awarness”. Consapevolezza strumentale nel ripercorrere ed attualizzare la cultura afro-americana a partire dagli anni 70, come minimo. Consapevolezza che la riflessione sulle origini, se non inquadrata sistematicamente, può perdere fertilità.

A differenza del lavoro di Madlib e Four Tet presentato qui di seguito, i Sault cavalcano frequenze basse e mirano a rinnovare le matrici soul r’n’b con un funzionale aggiornamento sonoro.

Una sorta di riscoperta tramite una chiave estetica perfettamente inserita nel 2021.

4. Madlib – Sound Ancestors

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Possono due fuoirclasse del sampling, due produttori eclettici e lungimiranti, due enciclopedie sonore viventi, sfornare qualcosa di coerente e leggibile? La risposta non è così scontata se guardiamo alla fruibilità immediata, eppure se allontaniamo l’inquadratura riusciamo a cogliere il progetto, la continuità all’interno di una ramificazione sonora poliedrica.

Madlib, dall’importante storia famigliare, ha lasciato molto del suo materiale degli ultimi anni in mano all’amico Fout Tet: un rischio forte, come forte deve essere stata la fiducia.

Ne esce un quadro che buca il tempo, rilanciando la scommessa sul futuro con dadi ancestrali.

Archetipi incisi nelle cortecce cerebrali mixati con rispetto e consapevolezza.

Una tribalità 4.0 rinchiusa in un prezioso contenitore che fa al contempo da manuale, da piccola enciclopedia. Godibile e colto, divertente e profondo. Unico.

3. Floating Points, Pharoah Sanders & The London Symphony Orchestra – Promises

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Da alcuni anni Sam Sheperd aka Floating Points, sta creando visioni elettroniche intriganti, forti di algoritmi che inglobano eleganza e modernità.

Pharoah Sanders è un gigante del jazz, una leggenda vivente nata nel 1940, apostolo del verbo Free già da quando era allievo di John Coltrane.

La somma di questi due elementi poteva sembrare ambigua sulla carta: è diventata al contrario un gioiello di ispirazione melodica in 9 movimenti, in cui un grande pathos rimane sospeso fra cieli electro e colline orchestrali.

2. Goodspeed You! Black Emperor – G_d’s Pee At State’s End

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Raramente capita oggi di trovarsi di fronte ad un’opera. Non una raccolta, non un album o una colonna sonora: un’Opera.

G_d’s Pee AT STATE’S END è quindi un insieme dinamico di elementi musicali, drammaturgico/narrativi e teatrali/visivi: sia esterni, nel supporto filmico del regista Karl Lemieux che lo accompagna, sia intrinsechi nell’evocazione precisa a cui il sonoro rimanda.

E’ inoltre, ulteriore elemento decisivo, racconto che si innesta in un dna coerente, in una storia, quella della band di Montreal, che parte dal lontano 1997 e in cui ogni tassello è importante, ispirato, comunicativo, utile. Incoraggiato e supportato da una etichetta che ne ha coltivato il lungo percorso, la canadese Constellation.

Lo stile è come sempre preciso, identitario, costruito ora per sovrapposizioni algebriche e potenza fredda, ora tramite episodi emotivi di deliquio, che vanno ad agire nell’intimità.

Vera e propria suite orchestrata in quattro parti, trainata dagli imponenti bassi e dalle aperture melodiche etimologiche, auto-citazionistiche.

Cameristica contemporanea che parte dal rock per trascenderlo. Postumo, progressivo, ambientale: usate i termini che volete, saranno tutti limitanti. Qui è l’ensemble che conta: come fosse un manifesto, come fosse una condanna, come fosse un destino.

1. Low – Hey What

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Cosa può prepararci ad un evento del genere? Niente.

Come lo si poteva prevedere? In nessun modo.

Eppure la straniante bellezza che emerge dall’apparente caos ha il vigore di un nuovo inizio.

Un percorso che affonda le sue radici nello slow core dei primi anni duemila e un concept che si evolve di lavoro in lavoro. Ma il salto è assolutamente inatteso, almeno per me, ascoltatore infedele, plurifrenico, senza padroni.

Le armonie vocali mi fanno pensare più ad uno spirtual-ambient che emerge dal rumore indistinto nel quale viviamo inconsapevolmente immersi; soul sonicamente apolide, quindi universale, che nasce dall’elettricità statica, dalla sofferenza inconscia immersa nelle basi sonore che attingono alle radici della distorsione per sublimarla, renderla pura.