La macchinazione: Un’opera che apre ulteriori fonti di lettura sul delitto Pasolini

Questo articolo racconta il film La Macchinazione di David Grieco in un formato che intende essere più di una semplice recensione: lo scopo è andare oltre il significato del film e fornire una analisi e una spiegazione delle idee e delle dinamiche che gli hanno dato vita.

Analizzando la storia d’Italia dalla Unità ad oggi, emerge ampiamente come i destini in negativo di un Paese così bello e dannato citando Fitzgerald si siano decisi da metà degli anni Settanta del Novecento alle fasi stragiste che avvelenarono il Paese prima della metà degli anni 90’. Questo perché nella frammentazione di una Nazione che ebbe sì vantaggi da una ripresa economica che non ebbe eguali dopo la fine del Secondo conflitto mondiale, si sono trovate a convivere diverse forze lecite o meno che prima tenevano imbavagliato il cambiamento, ora lo hanno completamente soffocato. Anche di questo parlava “Petrolio” l’ultimo romanzo rimasto incompiuto di Pier Paolo Pasolini. Gli scritti vennero pubblicati con alcuni rimaneggiamenti grazie agli appunti trovati dell’autore stesso, quindici anni dopo la morte, nel 1992. Il romanzo, concepito come un’opera dantesca ed a dire di Pasolini potrebbe essere stata comunque la sua ultima opera letteraria, dato che lo assorbiva in modo quasi enciclopedico, era concepito con l’intenzione di sfiorare le 2000 pagine.

L’opera avrebbe dovuto attaccare il sistema politico, inviso già tra massoneria e malaffare e cercare di fare luce sulla morte del presidente dell’Eni Enrico Mattei, probabilmente ucciso dalla CIA in combutta con i Servizi segreti francesi e con l’aiuto di quello che sarà il suo successore alla guida proprio dell’Ente Nazionale Idrocarburi: Eugenio Cefis. Quest’ultimo, aveva già in mente il passaggio della più grande azienda italiana dal nazionale alla multinazionale, così da favorire il tramonto della tentata indipendenza energetica tentata da Mattei per eludere le compagnie petrolifere americane che la facevano da padrone nell’approvvigionamento dell’Europa occidentale. La presunta eminenza grigia della politica italiana si auspicava per il proprio Paese un presidenzialismo autoritario, stile colonnelli greci, e dove pescò anche l’MSI di Almirante con l’aiuto di frange deviate delle Istituzioni e del Repubblichino e comandante della X Flottiglia Mas durante il fascismo Junio Valerio Borghese, che tentò un colpo di stato proprio all’inizio degli anni Settanta per poi fuggire vigliaccamente in Spagna con l’avallo della Intelligence americana.

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Fatto sta che a Cefis, presunto fondatore e capo della loggia massonica P2, gli succedettero il duo Umberto Ortolani/Licio Gelli (coinvolti tra l’altro nelle stragi ad opera di frange fasciste come quella avvenuta alla stazione di Bologna il 2 agosto 1980) ed improvvisamente nel 1977 emigrò in Svizzera trascorrendoci il resto della propria esistenza, terminata del 2004. Proprio su queste vicende che hanno plasmato un Paese in pieno stato confusionale, avvelenato sin dalle fondamenta e troppo impegnato in futilità, il regista e sceneggiatore David Grieco erige un’opera attenta e che fortunatamente si discosta dal Pasolini “Ferrariano” interessato più che altro al lato sessuale dell’intellettuale al posto di approfondire temi cardine nella vita dell’uomo. Grieco, che fu attore, amico, ma anche assistente alla regia di Pasolini, esprime in modo molto accurato alcuni lati caratteriali dell’intellettuale. Ne descrive gli ultimi tre mesi di vita che andranno dall’estate romana del 75’ all’assassinio nella notte tra l’uno ed il due Novembre dello stesso anno.

Il Pasolini “pensiero” che viene descritto dal regista è incurante del consenso delle masse, che cita il drammaturgo Jean Cocteau proprio ad un giornalista francese giunto nella Capitale italiana per intervistarlo. “Com’è intollerabile essere tollerati”, con la citazione lo scrittore esprime a piene mani il suo ribrezzo per un Paese che ha tradito i propri ideali costituzionali, prevedendo dove andasse a parare la società dei consumi, la piccola borghesia ed una imprenditoria maldestra e padronale. Più che il Fascismo in camicia nera la paura dello scrittore risiedeva nel pensiero unico piccolo borghese, anch’esso totalitario,(e quest’epoca ne è la conseguenza più limpida). Il cast è sorprendentemente funzionale per un personaggio così complesso, ed il ruolo di Pier Paolo viene affidato ad un Massimo Ranieri che si immedesima completamente nello scrittore tanto da fondercisi. Quest’ultimo aveva conosciuto Pasolini in gioventù sui campetti da calcio, dove persino lo scrittore aveva riconosciuto una somiglianza incredibile tra i due.

Ranieri, grazie a questa incredibile somiglianza nel corso degli anni ha ricevuto molteplici inviti ad interpretarlo sullo schermo, ma ha sempre declinato, forse nell’attesa di un progetto serio ed accurato com’è quest’opera, che in modo sorprendentemente reale non ci nasconde neanche le dinamiche della morte nella maniera più realistica possibile. Lo stesso regista di questa pellicola, girata nel 2014, ma uscita nel 2016 fu uno dei primi ad accorrere nel Novembre del 75’ anche per via del padre della compagna di allora che era medico legale e gli permise di accompagnarlo. L’opera riapre a gran voce ancora una volta un delitto irrisolto della storia Repubblicana e di un uomo troppo dotato di intelletto e lungimirante per essere apprezzato completamente da un Paese che vive ancora di acredini e provincialismi elementari.

Come pronunciò lo scrittore Alberto Moravia durante l’orazione funebre dell’amico Pier Paolo: “Una personalità del genere nasce se va bene una volta ogni cento anni” perché Pasolini non era un intellettuale ma “l’Intellettuale” assoluto, e meriterebbe perlomeno chiarezza nelle dinamiche della sua fine, intrisa tra le mille contraddizioni del nostro Paese.