Rifkin’s Festival: Allen a San Sebastián alle prese con i fantasmi del proprio Paese

Questo articolo racconta il film Rifkin’s Festival di Woody Allen in un formato che intende essere più di una semplice recensione: lo scopo è andare oltre il significato del film e fornire una analisi e una spiegazione delle idee e delle dinamiche che gli hanno dato vita.

Che Allan Stewart Königsberg in arte Woody Allen non sia più apprezzato dal suo Paese è cosa oramai arcinota. Si sa gli States e la loro inquisizione devono sempre avere un nemico: dopo il Secondo dopoguerra i comunisti, poi gli arabi (armati da loro stessi) ed ora, grazie ad un movimento nato per ottime e sacrosante ragioni come il “Me too”, attacca tutto ciò non conforme al pensiero unico creatosi dietro i diritti delle donne. Perché se da un lato il movimento ha sventato e messo in luce innumerevoli problemi che il genere femminile deve affrontare non soltanto sul posto di lavoro, dall’altro ha avvelenato i pozzi e creato un’aura di caccia alle streghe di quelli che in Occidente non si vedevano da almeno cinque decenni. Allen è risultato estraneo alle accuse di molestie, e basterebbe consultare tutti i dati prodotti in oltre vent’anni di indagini, eppure il Paese in preda alla sacra fiamma del tribunale ecclesiastico ha tagliato fuori il regista da Hollywood, facendogli recedere contratti firmati e trattandolo praticamente da appestato.

Fortunatamente il regista newyorkese ha le spalle larghe e nonostante le enormi infamità prodotte a suo nome, ha continuato a produrre quello che sa fare meglio: Cinema. Proprio nella cittadina basca di San Sebastián iniziano le disavventure di Mort Rifkin, interpretato magistralmente da un vecchio amico di Allen: Wallace Shawn. L’attore della Grande mela alla sua sesta pellicola con il regista newyorkese, (aveva addirittura esordito nel mondo del cinema proprio con Allen in “Manhattan”) esprime le ansie tipiche della forma mentis di un uomo non più giovane, affermato lavorativamente e molto istruito. Ma che cos’è però che accomuna la maggior parte degli esseri umani e che il regista mette a nudo senza scrupoli? La gelosia. È proprio perché il critico e professore di cinema accompagna la consorte alla kermesse spagnola, e lei che invaghendosi di un giovane regista francese: Louis Garrel, che nel film porta il nome del padre, Philippe, a portare il protagonista trovatosi con le proprie certezze sempre più flebili ad avere fastidi al cuore.

Le luci calde del nostro Vittorio Storaro, abile direttore della fotografia, e non per nulla triplo premio Oscar per opere del calibro di Apocalypse Now, Reds e L’ultimo imperatore, mette ancora di più questo alter ego Alleniano davanti ad i propri fantasmi. La lontananza dal proprio Paese, che prima lo ha portato in gloria per poi scaricarlo e le insicurezze personali lo portano insieme ai problemi sopracitati a rivolgersi ad una cardiologa spagnola: Elena Anaya/Jo Rojas che riaccenderà la passione nell’uomo per l’esistenza. In tutto il magnifico contesto della bellissima città spagnola di San Sebastián, dove esiste realmente un festival cinematografico annuale e dove Rifkin lancia ossimoricamente bordate molto sottili ad alcuni titoli del cinema americano che sono rimasti nell’immaginario collettivo, ma che a lui non sono piaciuti, ad esempio A qualcuno piace caldo di Billy Wilder, o “La vita è meravigliosa” di Frank Capra.

È molto probabile che il regista miri al confronto delle opere sopracitate con il cinema europeo di Fellini, Truffaut, Godard e francamente come dargli torto sulle sue preferenze per il Vecchio continente!. L’ennesimo omaggio ad un altro grandissimo regista europeo, Ingmar Bergman sovviene con Christoph Waltz nei panni della Morte e ricorda “Il settimo sigillo” dove al posto di Antonius che gioca a scacchi con l’eterna meretrice, Rifkin ci discute amabilmente carpendogli addirittura qualche consiglio per vivere più a lungo. Il cammino attraverso il cinema europeo che Allen intraprende, assomiglia molto ad una ulteriore analisi del secolo scorso che ha visto nascere la Settima arte. Quello che si può ben comprendere appieno dalla pellicola è che il regista appare sempre sul pezzo, nonostante questo film non sia certamente una delle sue opere migliori, risultando comunque apprezzabile.

Le ipocrisie di un sistema che poggia costantemente le sue basi non sulla sostanza artistica, ma sull’ultima moda e che spesso partorisce obbrobri acclamati volendo tagliare i ponti con il passato: vedi ad esempio l’ultimo Festival di Cannes, e che Allen dipinge attraverso Louis Garrel/Philippe, ci fa comprendere l’astio profondo che il regista nutre per un mondo da cui sostanzialmente si è sempre dissociato. Di conseguenza l’opera di un uomo alla soglia dei novant’anni può insegnarci ancora qualcosa sul cinema e sulla vita, ma soprattutto sulle differenze sostanziali che permeano un mondo che si è venduto al miglior offerente molto tempo fa.

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