Michael Jackson, Eddie Van Halen e la storia dell’assolo di Beat It

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“Quincy chi? Senti amico, non conosco nessuno con quel nome e quindi smetti di chiamare!”

Era la quarta volta che il telefono della sua casa di Los Angeles squillava ed Eddie ogni volta riagganciava sempre più inviperito. Non sopportava gli scherzi telefonici e voleva solo rilassarsi dopo aver passato i primi mesi dell’anno a registrare il nuovo album con i suoi Van Halen.

Poi, mentre ancora le ultime imprecazioni gli si spegnevano in gola, Eddie si rese conto che in realtà qualcuno che si chiamava Quincy lo conosceva davvero ed era uno dei maggiori produttori musicali al mondo.

Prima che fosse lui a chiamare per scusarsi, il telefono squillò ancora: stavolta Eddie non diede in escandescenze e, dopo aver chiarito l’equivoco, ascoltò quanto Quincy Jones aveva da dire.

Il produttore gli confessò di essere alle prese con la registrazione di un album pieno di canzoni straordinarie e che aveva tutte le carte in regola per rimettere in carreggiata la sofferente industria musicale, sempre più in affanno dopo i grandi fasti del decennio precedente. Quincy gli disse anche che uno dei brani era un pezzo rock, a cui però mancava qualcosa che lo rendesse davvero speciale e quel qualcosa era lui, Eddie Van Halen, uno dei più talentuosi e straordinari chitarristi della sua generazione.

Eddie si disse più che lusingato, ma anche se non gli sarebbe dispiaciuto affatto suonare in un lavoro di Quincy, soprattutto dopo una simile presentazione, aveva un accordo con il resto della sua band che vietava ai membri di lavorare a progetti esterni. Spiegò la propria riluttanza al suo interlocutore e gli chiese, visto che c’era, di chi fosse l’album in questione. Quincy rise e gli rispose che era del suo protetto, la nuova stella della musica nera: Michael Jackson.

Eddie ci rimuginò qualche secondo e poi accettò: chi si sarebbe mai soffermato su un assolo di chitarra in un disco funk soul?

Quel disco era in lavorazione da un po’ ed era il secondo disco solista del giovane talento dell’Indiana, che dopo il grande successo di Off the wall, desiderava realizzare un album in grado di andare oltre i consunti territori della disco music.

Jackson, pur detenendo svariati record con il suo debutto, sentiva di non ricevere la giusta attenzione dall’industria e dalla critica e di essere discriminato per il colore della pelle: questo lo portò a rinunciare al sogno di essere la maggiore star di colore (cosa che aveva sempre voluto), per puntare invece all’obiettivo più ambizioso di diventare il più grande artista della scena musicale in toto.

All’inizio degli anni ottanta la scena della black music era in affanno, quasi spaesata dopo la fine dei fasti della disco: i vecchi leoni come James Brown, Marvin Gaye e George Clinton erano alle prese con l’appannamento della loro stella, Stevie Wonder era impegnato nella ricerca di nuove direzioni, Lionel Richie si stava stancando dei Commodores, Rick James lucidava i suoi primi successi e Prince cominciava ad affacciarsi ai piani alti.

Per Michael e per tutti loro il pubblico di riferimento era quello di colore, ma Jackson fu il primo a intuire che quello bianco, dopo essere stato sedotto dalla disco music, era alla ricerca di novità: e lui, se voleva davvero diventare il re del pop, doveva dargliele.

Così, dopo aver spiegato a Quincy Jones il suo ambizioso progetto che puntava superare i generi, il produttore gli consigliò d’infilare nel disco almeno un pezzo rock da far girare nelle radio bianche e di sfruttare le potenzialità promozionali offerte dalla neonata MTV, all’epoca rivolta soprattutto ai ragazzi bianchi.

La premiata ditta Jackson e Jones si mise subito al lavoro, selezionando tra le circa cinquecento canzoni disponibili le migliori nove da inserire in quello che doveva diventare l’album cross-over perfetto: ad aiutarli in quel compito monumentale furono chiamati l’ingegnere del suono Bruce Sweden e l’autore Rod Temperton.

Alla fine del processo di cernita furono promossi pezzi composti da Steve Porcaro dei Toto (che parteciparono attivamente all’album), dallo stesso Temperton, da Quincy Jones e da Jacko: canzoni come Human Nature, Thriller (che avrebbe dato il titolo al disco), Wanna be startin’ sometin’, The girl is mine (duetto con Paul McCartney) e Billie Jean (per cui Michael litigò a lungo con Jones, che non l’amava) rispondevano perfettamente al grandioso vestito che si voleva cucire.

A quell’eccezionale miscela di generi, che spaziava dal funk alla dance e dal pop al soul, mancava però il pezzo rock richiesto da Jones: Michael, pur avendo convenuto inizialmente con il produttore, si era poco a poco ricreduto sulla sua effettiva necessità, non vedendosi, lui così appassionato di funk, in un brano rock.

Jones capì che la sua stella andava pungolata nell’orgoglio e la sfidò, chiedendogli non una semplice canzone rock, ma qualcosa che fosse la sua My Sharona: Jackson accettò la sfida e scrisse Beat it.

Durante la registrazione, nonostante la presenza di Steve Lukather dei Toto alla chitarra, Quincy si accorse che il brano mancava di qualcosa che richiamasse ulteriormente l’interesse del pubblico bianco, come il riff killer che così tanto aveva aiutato i Knack a dominare le classifiche.

Quincy pensò ai chitarristi che gli dovevano qualche favore (e non erano pochi) e tra loro quello che meglio poteva svolgere quanto richiesto era Eddie Van Halen, che era certo non gli avrebbe mai detto di no.

Quindi si arrivò alla famosa telefonata, ma quando alzò la cornetta, un Jones pronto a giocarsi la carta del recupero crediti, non poteva di certo immaginare la difficoltà nel farsi riconoscere dal suo interlocutore. 

Eddie intanto aveva posto delle condizioni per il suo contributo alla canzone che furono facilmente accettate: non sarebbe stato accreditato in alcun modo, evitando così che i suoi compagni lo scoprissero; non voleva essere pagato, visto che doveva a Quincy il famoso favore, ma gli bastava una cassa di birra; Michael gli avrebbe offerto delle lezioni di ballo.

Nonostante si chiedesse ancora cosa c’entrasse un suo assolo in una canzone di un tipo che aveva cantato ABC e I want you back, Eddie si presentò in studio con le migliori intenzioni: ascoltò attentamente quanto fatto alla chitarra da Lukather su Beat it e, dopo aver improvvisato un po’ e con la benedizione di Quincy Jones, provò a metter mano all’arrangiamento.

Michael Jackson non era presente in quel momento, ma quando arrivò nello studio corse subito da Van Halen, che nel frattempo stava terminando il suo lavoro: il chitarrista, colto di sorpresa, per un attimo tentennò prima di fargli ascoltare la sezione riarrangiata e l’assolo.

Per lunghi momenti, nell’attesa di essere accusato di aver rovinato la canzone, Eddie spostò nervosamente lo sguardo dal ragazzo con le cuffie alle sue mastodontiche guardie del corpo, fino a quando Jacko lo tranquillizzò ringraziandolo per aver migliorato la sua canzone.

Così, in neanche mezz’ora e senza aver avuto il tempo di bere tutta la cassa di birra promessa, Eddie Van Halen trasformò una potenziale buona canzone rock in una grandissima canzone, che risultò determinante per l’album che la conteneva: uscito nel novembre 1982, Thriller si rivelò come una miscela di musica bianca e nera mai tentata prima, creando un precedente che in molti tenteranno di copiare senza però mai raggiungerne le levigate vette.

Nonostante si avverta la mancanza di una convinta adesione al genere rock e ai suoi temi (o forse proprio per questo), Beat it si rivelò come una delle principali leve usate da Michael Jackson per entrare nelle case dei ragazzi bianchi, contribuendo così alla definitiva esplosione della black music negli anni ottanta.

Grazie a lui la musica pop si arricchì del linguaggio della musica nera, che finalmente fu sdoganata nelle classifiche internazionali e non più relegata al solo pubblico di colore.

A tutto questo contribuì anche il videoclip di Beat it (assieme a quelli di Billie Jean e Thriller), il cui ingresso in rotazione su MTV esaltò il talento di Michael, permettendogli l’ingresso nelle televisioni di tutto il mondo e facilitandogli la scalata a re del pop.

Ed Eddie? Lo strepitoso successo di Thriller e di Beat it non gli garantirono l’anonimato richiesto e quando il resto dei Van Halen scoprì la sua partecipazione alla canzone, più che prendersela per aver suonato in un disco che non fosse il loro, lo rimproverano per aver rinunciato alle tonnellate di royalties che gli sarebbero piovute addosso.

Lui non sembrò mai amareggiato dagli equivoci che si creavano in chi sentiva lo straordinario assolo. Per anni avrebbe raccontato di quel negozio di dischi in cui risuonava Beat it e dei ragazzini di fronte a lui, intenti a lamentarsi di quanto fosse ridicolo quel tipo che imitava malamente Van Halen: dopo essersi presentato con indosso un ghigno impagabile, confessò loro che era lui quel tipo imbranato.

Le risate che fece per il resto della sua vita gli valsero forse più di ogni diritto d’autore che avrebbe mai potuto rivendicare.

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