Jimi Hendrix e l’apoteosi psichedelica di All Along The Watchtower

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Quando ascoltò per la prima volta la canzone rimase senza parole: quei pochi versi, così impetuosi e drammatici, lo avevano sconvolto fino a lasciarlo in balìa di un senso di minaccia incombente.

Jimi Hendrix era da sempre un grande ammiratore di Bob Dylan, a cui invidiava quella facilità di scrittura che sentiva non appartenergli: per questo, una volta saputo della pubblicazione sul finire del 1967 di un suo nuovo album, aveva cercato di mettere le mani su qualche nastro in anteprima. Era pronto a farsi sedurre come sempre dalla penna del menestrello, ma la sensazione che gli suscitò All Along The Watchtower non aveva precedenti.

Sentiva che quella storia così affascinante e visionaria aveva scavato un solco profondo nel suo animo e c’era qualcosa in essa che lo spingeva a riascoltare la canzone di continuo, facendo penetrare quei versi con sempre maggiore intensità.

L’affresco pieno di riferimenti biblici strappati al Libro di Isaia e i due protagonisti, il giullare e il ladro, pronti a fuggire da quella Babilonia destinata alla distruzione, disegnavano un contesto dove la confusione e la precarietà mettevano a nudo il particolare momento di fragilità di Dylan.

Dopo aver segnato in maniera indelebile i primi anni sessanta con le sue ballate folk e affrontato aspre contestazioni mai del tutto sopite per la sofferta svolta rock, Bob Dylan si era dovuto fermare di colpo nel 1966 per rimettersi in sesto dopo un brutto incidente con la moto: nei lunghi mesi che seguirono riscoprì la piacevolezza della sua comfort zone acustica, fino a concepire il suo maestoso ritorno con John Wesley Harding, album introspettivo ed essenziale nei suoni e nelle liriche.

Anche Hendrix viveva un momento particolare della sua vita e soprattutto della sua carriera, che era decollata in maniera inaspettata ed eclatante negli ultimi mesi.

Nato a Seattle nel 1942 da genitori afroamericani che gli portarono in dote anche un po’ di sangue Cherokee, James Allen Hendrix non ebbe fortuna nei suoi anni giovanili, tormentati dalle difficoltà economiche e dalla perdita della madre nel 1958: ma a consolarlo c’era sempre la chitarra, di cui si era innamorato follemente da bambino.

La decisione di diventare un musicista professionista e di viaggiare alla ricerca di un’occasione lo portarono nei primi anni sessanta a girovagare per gran parte degli Stati Uniti, lavorando come turnista per Little Richard, Sam Cooke, Solomon Burke e soprattutto gli Isley Brothers.

Nonostante un notevole bagaglio di esperienze, Jimi non ottenne mai una seria e concreta possibilità di emergere dall’anonimato: a concedergli la fiducia che gli era sempre stata negata a casa sarebbe stata l’Inghilterra, all’epoca centro nevralgico della musica occidentale.

A cambiare per sempre la sua parabola fu il fortuito incontro nel 1966 con Chas Chandler, che rimase colpito dal suo talento tanto da proporsi di fargli da manager assieme a Mike Jeffery: dopo averlo convinto a spostarsi a Londra, il piano dell’ex bassista degli Animals prevedeva la costituzione di una band che mettesse in risalto la furia e la genialità innovatrice di Hendrix e allo stesso tempo ammiccasse al pubblico inglese amante del blues.

Dapprima reclutò Noel Redding al basso e Mitch Mitchell alla batteria, con l’intento di replicare la fortunata formula del power trio in stile Cream, poi Chandler smosse tutte le sue conoscenze per ottenere delle date nei principali locali londinesi.

I selvaggi e straripanti Jimi Hendrix Experience passarono dopo pochi concerti da perfetti sconosciuti a protagonisti assoluti della Swinging London e il loro leader a nuovo profeta del rock: lo scontato debutto discografico portò in dote Are you experienced e Axis: bold as love, che misero al centro del villaggio il blues anarchico e incendiario di Hendrix e gli schiusero definitivamente le classifiche internazionali.

Il gruppo, come previsto da Chandler, conquistò facilmente i favori dei ragazzi bianchi e questo portò aspre critiche dal fronte afroamericano: al chitarrista non veniva perdonato di essersi piegato a suonare la musica del Diavolo assieme a due bianchi e di svendere la purezza del blues mischiandola alla psichedelia.

Ma quelle polemiche non attecchirono su Jimi, che proseguì il proprio cammino concentrandosi sulla sua Fender e sulla sua prodigiosa tecnica: la sua valigia dei trucchi era immensa e comprendeva le registrazioni inverse, il pedale wah-wah, la distorsione e il feedback acustico, che erano da tempo utilizzati dagli altri grandi chitarristi contemporanei (Eric Clapton, George Harrison, Pete Townshend, Frank Zappa), ma non con la stessa intensità e inventiva del nativo di Seattle.

L’irruzione sulla scena musicale di Hendrix e della sua chitarra sbriciolarono le certezze di molti suoi colleghi (sconvolti dalla sua creatività strumentale) e degli amanti del rock, che rimasero tramortiti dall’incoscienza geniale con cui il chitarrista si abbandonava ai furiosi voli pindarici capaci di spostare il blues in un’altra dimensione.

L’impatto fu devastante, tanto da dover considerare per forza di cose un prima e un dopo Jimi Hendrix: nessuno era mai stato in grado di passare con la stessa disinvoltura dal caos rumoroso alla dolcezza melodica, mostrando un nuovo modo d’intendere l’uso della chitarra, che veniva martoriata fino alla distruzione (scaraventata contro gli amplificatori o bruciata in un rogo liberatorio nei concerti) pur di ottenere ogni sfumatura e suono possibili.

Quei sovversivi boati avvertiti nei suoi primi dischi scaraventarono il blues in un futuro dove non c’erano confini e in cui si potevano miscelare tecnica e innovazione, psichedelia e rumore, leggerezza e improvvisazione: Hendrix mutuava questa sua incuranza nell’abbattere i limiti dalla libertà espressiva tipica dei jazzisti, arrivando a trapiantarla nel linguaggio del rock.

Hendrix si ritrovò così quasi da un giorno all’altro a cavalcare l’onda della rivoluzione musicale tra le acclamazioni di critica e pubblico: ma quella che sembrava una efficientissima macchina da riff e soldi, destinata a durare per anni e ad accumulare onori e gloria, non ci mise molto a mostrare più di una crepa.

Le frizioni e i malumori all’interno del suo gruppo non erano così evidenti, ma neanche da prendere troppo alla leggera: Redding non sopportava i metodi di lavoro di Hendrix in studio e per questo spesso finiva per abbandonare di colpo le sessioni di registrazione, venendo poi sostituito al basso dal chitarrista; mentre Mitchell desiderava un maggiore coinvolgimento nella direzione musicale, ma non sempre riceveva l’attenzione richiesta.

Jimi Hendrix dal canto suo ribolliva dal desiderio di incanalare il proprio talento verso un’espressività musicale maggiormente ampia e il tempo passato in studio spesso diventava un’infinita jam sessions in cui spingeva la sua chitarra attraverso percorsi disordinati e inesplorati, curioso come un bambino che testava la resistenza di nuovi giocattoli.

Spesso invitava amici musicisti per suonare e improvvisare (Al Kooper, Steve Winwood, Chris Wood, Dave Mason, Brian Jones), ma non disdegnava di far partecipare al suo maestoso e scompigliato processo creativo anche groupie, spacciatori, tassisti e i tanti scrocconi che gli ronzavano intorno da quando era diventato una stella.

La sua incessante necessità di sparigliare continuamente le carte del blues e del rock andava poco d’accordo con le tasche di Jeffery (che si vedeva recapitare salatissimi conti dagli studi di registrazione, presi letteralmente in ostaggio dall’instancabile chitarrista) e con la direzione artistica di Chandler (sempre meno a suo agio con la sua voglia di sperimentare in studio): anche se i manager sapevano di non poter contrariare la loro gallina dalle uova d’oro, l’insofferenza verso alcuni atteggiamenti di Jimi era palese.

La voglia di libertà e l’urgenza di lasciarsi alle spalle un gruppo di lavoro che gli andava sempre più stretto esplosero durante la registrazione del terzo album del chitarrista. La sua vita era uno spregiudicato e dissoluto ottovolante colmo di alcool, droga, sesso e vertiginose vette creative, ma anche di anarchia, litigi e scelte da fare: forse per questo la canzone di Dylan aveva esercitato un fascino così irresistibile in lui, alle prese con la sua personale Babilonia

La decisione di includere All along the watchtower in quello che sarebbe diventato Electric Ladyland nacque d’impulso, sia per tributare un sincero omaggio a Bob Dylan, sia per catturare per sempre e fare sua la canzone che lo aveva stregato.

Hendrix prese la scarna canzone di Dylan e la elettrizzò, sostituendo l’armonica con irruenti e celestiali assoli, che squarciavano la struttura del brano e venivano a loro volta enfatizzati dalla pesante batteria di Mitchell.

Il batterista fu l’unico altro superstite del trio a partecipare alla registrazione fino alla fine: Redding, come sempre più spesso gli capitava, si stancò presto del perfezionismo del suo leader e lasciò polemicamente gli studi, non contribuendo più al brano con il suo basso, che venne preso come al solito dallo stesso Hendrix.

Nel frattempo anche Chas Chandler aveva abbandonato la nave, stufo del variopinto circo che Jimi si portava dietro e che rallentava il lavoro in studio, ma anche in questo caso Hendrix non si scompose e sostituì lui stesso il produttore per concentrarsi sulla realizzazione della sua idea di musica.

Il processo creativo che accompagnò All along the watchtower durò mesi, in cui Jimi armeggiò con gli assoli e le infinite sovraincisioni, fino a trovare un risultato che lo soddisfacesse: alla fine All along the watchtower divenne il capolavoro di Jimi Hendrix.

Il giullare e il ladro, pronti a fuggire dalla distruzione di Babilonia, rappresentavano allegoricamente il momento di uscita dalla confusione che regnava nella vita di Hendrix, smanioso di scappare da chi voleva controllarlo e dirgli cosa fare: proprio come i due protagonisti voleva cavalcare verso il proprio destino, imbracciando la sua Fender all’inseguimento del suo ideale artistico.

Così la sobria All along the watchtower, nata per riavvicinare Dylan ai tanti puristi poco convinti della sua svolta elettrica, diventava paradossalmente e ironicamente elettrica nelle spericolate mani di Hendrix.

La cover di All along the watchtower uscì come singolo nel settembre del 1968, poco prima di Electric Ladyland: la canzone si rivelò il singolo di maggiore successo di Hendrix, così come l’album che lo conteneva, destinato a diventare il lavoro migliore del chitarrista.

La frenetica vita on the road di Hendrix continuò incessantemente, mentre l’Experience veniva dismessa a favore di una nuova formazione, la Band of Gypsys, in cui includere amici e musicisti maggiormente graditi a Hendrix.

L’apoteosi psichedelica raggiunta con All along the watchtower e tutto quello che rappresentava per Hendrix fu presto abbandonata e il brano non fu quasi mai eseguito nei concerti: forse per Jimi quella canzone e tutto il suo processo realizzativo erano stati troppo difficili, o forse, più semplicemente, il chitarrista era di nuovo rivolto al futuro.

Purtroppo la sua corsa sarebbe finita nel settembre del 1970, con una morte prematura che avrebbe negato al mondo lo splendore di un talento inarrivabile.

Bob Dylan rimase colpito dalla cover del suo brano e decise di riproporla così come l’aveva concepita Jimi nei suoi concerti: ormai, diceva il menestrello di Duluth, All along the watchtower apparteneva più a Hendrix che a lui.

E probabilmente è davvero così.

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