Samarcanda: la storia della città e il significato del brano di Roberto Vecchioni

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Samarcanda non è soltanto un brano originale cantato da Roberto Vecchioni nel 1977, magari ispirato ad un luogo fantastico ed ireale, ma è una famosa città dell’attuale Uzbekistan, stato dell’Asia centrale, ex repubblica socialista sovietica, situata lungo la millenaria e prestigiosa “via della seta”, che fin dall’epoca medioevale collegava  l’Europa con l’Estremo Oriente.

La vera Samarcanda

La storia di Samarcanda è millenaria, in quanto la sua presumibile fondazione risalirebbe a più di 2700 anni fa. L’etimologia del suo nome, in lingua sogdiana, può essere resa in italiano con l’espressione “fortezza di pietra”, perchè probabilmente era utilizzata in origine come luogo di sorveglianza militare.

Gli studiosi ritengono che Samarcanda sia stata una delle più antiche città del mondo, che raggiunse il suo massimo splendore quando la sua posizione strategica, al centro più o meno della “via della seta”, consentì ai mercanti occidentali di mettersi in contatto con le fiorenti città cinesi. Per lungo tempo, Samarcanda fece parte dell’impero persiano, elevata a dignità di capitale della satrapia del territorio “sogdiano”, fino alla conquista di Alessandro Magno avvenuta nel 329 a.C..

Dopo un periodo di relativa decadenza, Samarcanda diventò di nuovo prospera sotto la dinastia dei Sasanidi. Durante il periodo del Medioevo occidentale, considerato diversamente dalla storiografia di altre culture, Samarcanda acquisì il prestigio di una tra le metropoli più popolose dell’Asia centrale, con un numero di abitanti di gran lunga superiore a quello della città odierna. Nel periodo dell’espansione araba, subì l’invasione di questo popolo, di cui assimilò in fretta la cultura, adottandone l’alfabeto e convertendosi alla religione islamica, nonostante una parte della popolazione rimanesse fedele alle dottrine di origine iranica. Intorno all’anno mille, con una certa continuità di amministrazione e di governo, le varie dinastie persiane, arabe e turche che si alternarono alla guida di Samarcanda, la resero una delle città più ricche del mondo islamico asiatico. Nel tredicesimo secolo, tuttavia, dovette subìre due duri  saccheggi da parte  dei Mongoli, impiegando decenni per riaversi da uno stato di profondo degrado economico e sociale. Ma non tutto era perduto. Il destino volle che Samarcanda rifiorisse ancora più bella ed importante di prima. L’imperatore mongolo Tameralano, infatti, nel 1370, decise di farla diventare una delle più splendide metropoli del mondo, designandola come capitale del suo vastissimo dominio che arrivò ad estendersi dall’India alla Turchia. Si narra che per circa quarant’anni la città diventò un vero e proprio cantiere e che la ristrutturazione fu affidata, sotto la guida attenta dello stesso Tamerlano, ad architetti, artisti ed artigiani provenienti non solo da tutte le parti del suo impero, ma anche dalla Cina e dall’Europa.

Il nipote di Tamerlano, Ulugh Beg, che regnò per lungo tempo, diede un’impronta culturale davvero straordinaria alla città, fondando un nutrito numero di scuole scientifiche, matematiche ed astronomiche. In particolare, diede disposizioni affinchè si costruisse un imponente ed avveniristico osservatorio, per il suo tempo, di cui ancora adesso è possibile ammirare alcuni resti. Successivamente, verso il XVI secolo, cominciò la lenta decadenza di Samarcanda, quando gli Uzbeki spostarono la capitale del loro Paese a Bukhara, per poi essere abbandonata nel XVIII secolo a causa di un sanguinoso attacco dei Persiani. Lentamente la città cominciò a ripopolarsi e nel 1868 diventò dominio dell’impero russo. Di seguito, dopo la rivoluzione bolscevica del 1917, Samarcanda assunse diverse funzioni nell’ambito dell’URSS: dapprima capitale del Turkestan e per alcuni anni (dal 1925 al 1930) come capitale della Repubblica Socialista Sovietica Uzbeka. Con la dissoluzione dell’URSS, a seguito della caduta del Muro di Berlino del 1989, Samarcanda è passata allo stato dell’Uzbekistan, ma è necessario sottolineare che la città di Tamerlano è ancora adesso reclamata dai nazionalisti tagiki, l’etnia predominante tra la sua popolazione, che ambirebbero ad una sua annessione al Tagikistan, con cui Samarcanda condividerebbe storia, costumi e tradizioni.

Poche città orientali possono vantare una tradizione cosmopolita e multiculturale come Samarcanda, epicentro delle carovane che percorrevano la “via della seta” e crocevia di culture e di dottrine religiose. Come accennato in precedenza, la città raggiunse il massimo splendore sotto Tamerlano che, a differenza di Gengis Khan, mirò ad unificare l’impero mongolo, non solo sotto il profilo politico e militare, ma anche dando un’impronta culturale univoca. La Samarcanda di Tamerlano diventò un centro ricco ed opulento, quasi leggendario, tanto da far diventare la capitale di Timur, per gli Europei, l’emblema dell’Oriente e di “ciò che si trovava oltre il confine”.

Nel cuore pulsante di Samarcanda è situato l’imponente Registan, uno dei complessi più rappresentativi della tradizione architettonica islamica e che costituisce uno dei simboli della città uzbeka, peraltro dichiarata patrimonio mondiale dell’umanità dall’UNESCO a partire dall’anno 2001. La piazza è particolarmente suggestiva di sera, quando un gioco di luci di illuminazione la rende magica ed onirica.

Questo comprensorio così affascinante fu fatto edificare dal già citato Ulug Beg che, nel primo ventennio del quindicesimo secolo, favorì la progettazione della piazza con la costruzione della prima madrasa nella parte occidentale dell’area. Circa due secoli più tardi, il governatore Yalangtush Bahadur fu l’artefice dell’innalzamento di altre due scuole coraniche, dando alla piazza l’attuale e singolare volto con la presenza di tre madrase, l’una a poca distanza dall’altra. Il significato del nome della piazza, Registan, traducibile con la frase “il posto della sabbia”, ben incarna la funzione antica di Samarcanda, quale fondamentale centro di smistamento tra Occidente ed Oriente. Fino al 1920, infatti, vi era un vivacissimo bazar, importante centro commerciale della “via della seta”, trasformato dai bolscevichi russi in un triste spiazzo per eseguire parate militari e per pronunciare comizi di propaganda a favore dell’unico partito politico consentito. Tra le tre madrase, la più rappresentativa è quella fondata da Ulug Beg, divenuta rapidamente una delle più prestigiose scuole coraniche dell’Asia centrale, con un ingresso monumentale che supera i 16 metri di altezza e presentandosi, nella parte apicale, con magnifici mosaici che raffigurano stelle di colore violaceo e turchese su un fondo di tonalità chiara.

Si tratta di una chiara celebrazione della scienza astronomica, tanto cara all’ideatore dell’edificio, ossia Ulug Beg, con un’accentuata verticalizzazione architettonica, evidenziata dalla presenza dei minareti a forma di torre. Eleganti piastrelle in ceramica rivestono sia le pareti interne che quelle esterne dell’edificio, creando nel complesso un ambiente raffinato ed elegante nello stesso tempo. La scuola, composta da ben 36 stanze, poteva ospitare circa settanta studenti che potevano applicarsi non solo agli studi teologici, ma anche all’approfondimento delle discipline matematiche ed astronomiche.

Per quanto riguarda le altre due madrase, quella denominata Shir Dor, costruita tra il 1619 ed il 1636, rispecchiò più o meno l’architettura di quella di Ulug, in quanto collocata esattamente di fronte ad essa. Questa scuola coranica contiene una particolarità quasi unica nel mondo islamico, violando il divieto di tale religione di raffigurare esseri viventi, poiché nel timpano è delineato un leone dal manto tigrato (o leopardo) che insegue un daino, mentre dall’alto osserva la scena il sole con un sorprendente volto quasi umano. Tale scena è stata interpretata  come il simbolo della potenza dell’emiro (il felino) che si impone sulle popolazioni conquistate (il daino), con la benedizione dalla luce divina (il sole). Come altri edifici della capitale uzbeka, le cupole laterali sono turchesi  ed, anche in questo caso, le pareti interne ed esterne sono impreziosite da maioliche e mosaici su cui spiccano motivi floreali, geometrici ed iscrizioni linguistiche, nella migliore tradizione dell’arte religiosa islamica.

 La più recente, in ordine di costruzione, è la Madrasa Tillya Kari, eretta verso la metà del diciassettesimo secolo, con la chiara ambizione di chiudere ed armonizzare la piazza, per riempire lo spazio tra i due palazzi già esistenti. Come dice il nome della madrasa, Tillya Kari, che letteralmente significa “ricoperta d’oro”, i soffitti interni sono del tutto rivestiti da fogli d’oro, destando stupore e meraviglia nei visitatori.

La lista dei luoghi da visitare nella capitale di Tamerlano è davvero molto lunga, con i suoi mausolei, i suoi variopinti bazar e le sue moschee. Tra i monumenti imperdibili  vi è il complesso di Shah-i-Zinda, una vera e propria necropoli dove sono sepolti alcuni membri della famiglia di Tamerlano, un tripudio di maioliche azzurre che hanno alimentato l’elaborazione di parecchi racconti fantastici.

Per la predominanza del colore blu nelle sue tante sfumature, non a caso Samarcanda è definita la “città turchese”. Tra le moschee, la più degna di nota è forse quella di Bibi Khanum, con il suo ingresso alto più di 35 metri ed il suo formato imponente, crollata a seguito del disastroso terremoto del 1897 e ricostruita di recente dall’amministrazione uzbeka, seguendo criteri in parte diversi da quelli originari.

Nei pressi di questa moschea si trova il grande bazar chiamato Siyob, rimasto invariato per alcuni secoli.

Samarcanda, come anticipato in precedenza, è anche una città ricca di Mausolei, come il Sha-i-Zinda, semanticamente denominato la “tomba del Re Vivente”. Secondo la tradizione, questo complesso sarebbe stato posto sopra il sepolcro di Kusam ibn Abbas, discendente della famiglia del profeta Maometto che avrebbe portato la dottrina islamica tra le steppe dell’Asia centrale. I più devoti pregano lo spirito del defunto che, secondo una leggenda locale, non sarebbe morto ma verserebbe in uno stato di sonno perenne, richiamando a sé migliaia di pellegrini.

Si tratta, ovviamente, di una buona trovata turistica, un po’ come gli affari intorno alle reliquie cristiane nel mondo occidentale. Le tombe più grandi di Sha-i-Zinda conservano le spoglie dei familiari di Tamerlano e dei suoi amici più intimi.

Un altro mausoleo veramente notevole è quello di Gur-e-Amir, fatto costruire da Tamerlano nel 1403 in memoria del pro-nipote Muhammad Sultan e, successivamente, elevato alla dignità di monumento funebre distintivo della dinastia timuride.  Vi è da dire che questo mausoleo costituisce uno degli esempi più importanti dell’architettura islamica, antesignano delle grandi tombe dello stile Moghul, come la Tomba di Humayun a Delhi ed il Taj Mahal ad Agra, annoverato tra le sette meraviglie del mondo moderno.

Nella parte nord-est di Samarcanda, vi è il parco archeologico dell’antica città, allora chiamata Afrasiab o Maracanda che si estende per più di due chilometri quadrati.

All’interno di questo sito vi è un’autentica sorpresa: la presunta tomba del profeta Daniele, lo scrittore visionario ed apocalittico del Vecchio Testamento, il cui libro, insieme a quello di Ezechiele, fu fonte di ispirazione per il testo dell’Apocalisse di Giovanni di Patmos. Secondo la leggenda, il corpo di Daniele, conosciuto in ambiente islamico con il nome di Danyal, crescerebbe di mezzo pollice ogni anno. Tale straordinario prodigio spiegherebbe la strana forma dell’edificio, che si presenta stretto e lungo e provvisto di ben cinque cupole, al cui interno vi è appunto un sarcofago lungo 18 metri contenente la presunta salma del profeta.

Abbiamo già detto come Ulug Beg sia ricordato più come astronomo che come sovrano, riconosciuto come eminente scienziato anche nella lontana Europa.

Nel 1420 favorì la costruzione di uno dei più grandi astrolabi del mondo, allo scopo di tracciare le posizioni degli astri con eccezionale precisione. L’edificio è rimasto per molti anni sotto la sabbia e soltanto nel 1908 ne sono state portate alla luce le rovine. Al giorno d’oggi è possibile visitarne soltanto una parte, soprattutto i sotterranei che hanno resistito alle devastazioni secolari. Al visitatore l’osservatorio si presenta quasi come un vasto giardino, pieno di piante e da cui si gode di un’ottima vista verso la città vecchia. Nel quindicesimo secolo l’osservatorio di Samarcanda diventò famoso per la pubblicazione dell’opera “Zidj di Ulugbek”, comprendente una parte introduttiva ed una dettagliata classificazione di ben 1018 stelle, adottando quasi la stessa metodologia della più avanzata scienza astronomica moderna che ha a disposizione, comunque, sofisticati software artificiali per determinare le varie misurazioni. Durante gli scavi condotti all’inizio del secolo scorso, un archeologo russo ritrovò un voluminoso strumento astronomico, cioè un quadrante con un raggio che raggiungeva i 40 metri. Ulug Beg, che probabilmente seguiva una dottrina islamica molto vicina a quella che oggi viene definita del sufismo, una corrente interpretativa mistica ed esoterica della religione di Maometto, voleva mettere in contatto il cielo con la terra, intravedendo la mano divina nell’immensità dell’universo.

Samarcanda è anche una metropoli dai forti contrasti visivi ed emozionali: da un lato la parte moderna, con le sue strade squadrate e tante costruzioni monotone di matrice sovietica, dall’altro la città vecchia con i suoi antichi quartieri, dove si può osservare la vita quotidiana e fare un viaggio a ritroso nel passato. Ancora oggi si celebrano le feste tradizionali di un tempo ormai andato, come il Navruz, nel giorno dell’equinozio di primavera che anticamente segnava l’inizio di un nuovo anno. I festeggiamenti del Navruz, però, non si limitano al giorno dell’equinozio, ma durano per circa nove giorni, con il cosiddetto Navruz Festival, un evento ricco di balli, corse di cavallo , stand con banchetti e musica dal vivo, fino al momento culminante, cioè lo spettacolo pirotecnico di fuochi d’artificio nel Navoi Park. E nella piazza principale, forse la più celebrata dell’Asia centrale, il Registan, con cadenza biennale, nell’ultima settimana d’agosto, si tiene lo Sharq Taronalari, una sorta di Sanremo uzbeko, con musica tradizionale di quel Paese in uno scenario incantato dove predomina il turchese scintillante.

La canzone di Roberto Vecchioni

Non è di certo un caso se Roberto Vecchioni avesse scelto il nome di questa misteriosa ed affascinante città per intitolare uno dei suoi più grandi ed enigmatici successi, interpretato anche dal Maestro Angelo Branduardi, per lanciare un messaggio esistenziale, ma anche politico, nel pieno degli anni definiti di “piombo” (1977).

La canzone riprende una vecchia leggenda diffusa nel mondo arabo e portata in Occidente da John O’Hara, che vede come protagonista un servo e la Morte, o l’Angelo della Morte, secondo alcune varianti. La versione più tramandata di tale storia racconta che un giorno il servo in questione incontrò la Morte al mercato del suo villaggio e poi corse dal padrone per chiedergli un cavallo con il quale potesse cavalcare il più lontano possibile dalla “Nera Signora”.

Il padrone accettò la richiesta del servo che appariva molto agitato e si incuriosì, recandosi al mercato per chiedere alla Morte il motivo per cui il giovane si fosse così spaventato. La Morte rispose semplicemente che lei stessa si era molto meravigliata nel vedere il giovane, in quanto lo aspettava quella sera a Samarcanda.

Nel brano di Vecchioni, vi sono alcuni cambiamenti: il soldato prende il posto del servo ed il re quello del padrone, ma il senso di fondo rimane uguale, riguardo all’ineluttabilità del proprio destino.

Il soldato cantato dal celebre interprete milanese fugge via con veemenza e disperazione, non volendo rinunciare alla propria vita, mosso da un innato istinto di sopravvivenza, senza sapere che la Morte lo sta, comunque, aspettando a Samarcanda. Forse nel mondo islamico questa “parabola” dell’eterno dilemma della sequenza vita-morte e morte-vita, adopera l’immagine di Samarcanda, perchè città  leggendaria che costituiva l’estremo avamposto orientale della diffusione della religione di Maometto, almeno nei primi secoli medievali, assurgendo quasi a simbolo del confine, o della soglia, tra il mondo dei viventi e quello dei defunti.

Quando il soldato/servo riesce a raggiungere la città turchese, ha una brutta sopresa, perchè la Nera Signora è lì che lo attende. Allora chiede spiegazioni alla personificazione della morte che, con molta calma ed aria serafica, risponde : “Sbagli t’inganni, ti sbagli soldato, io non ti guardavo con malignità, era solamente uno sguardo stupito, cosa ci facevi l’altro ieri là? T’aspettavo qui per oggi a Samarcanda, eri lontanissimo due giorni fa, ho temuto che per ascoltar la banda non facessi in tempo ad arrivare qua… Si capisce bene come il soldato, con la sua fuga disperata, non abbia fatto altro che assecondare un destino già segnato.

Samarcanda, la città definita del “sogno turchese”, sospesa tra un glorioso passato ed un incerto futuro, continua ad incantare, perché il suo nome non evoca soltanto un luogo, ma un’idea, un concetto, una meta da raggiungere e superare…

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