Ascea, l’antica Elea dei filosofi

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Dove si è formata forse la prima grande scuola filosofica presocratica dell’antichità ellenica? Nella Grecia continentale? Assolutamente no, la prima scuola accertata che abbia elaborato un sistema cognitivo razionale, secondo i canoni adottati dagli studiosi moderni, è sorta ad Elea, nell’Italia meridionale, il cui territorio è attualmente compreso nel Comune di Ascea, in provincia di Salerno, nel Cilento, in Campania.

Lo storico Strabone, nell’opera “Geografia”, narrò che i fondatori della città di Elea furono i Focei, arrivati dalla Ionia in quel periodo assediata dai Persiani. I fuggitivi coloni avrebbero chiamato la nuova città prima Hyele, poi Ele, per finire con Elea.

È doveroso sottolineare che i Focei adottavano un alfabeto più arcaico rispetto a quello adoperato ai tempi di Strabone, dove era ancora presente il “digamma” (con suono “v”), per cui l’originario nome della località suonava come “Vele”.

Dal punto di vista etimologico, è evidente l’assonanza dell’appellativo dato alla città con il nome dell’astro del nostro sistema stellare, “elios” (il sole).

I Romani, infatti, successivamente, già alla fine del VI secolo a.C., la denominavano “Velia” per la presenza della “v” nell’alfabeto latino. Molto più suggestivo ed articolato è il resoconto di Erodoto sull’origine di Elea. Secondo lo storico greco, i Focei furono tra i primi a spingersi sul mare verso Occidente, arrivando fino alla mitica e ricca Tartesso, situata non lontano dalle colonne d’Ercole. Qui stabilirono ottime relazioni con il re Argantonio che li avrebbe riforniti di ingenti somme di denaro per fortificare meglio la propria città e cercare di resistere all’assedio dei Medi/Persiani. L’aiuto del re di Tartesso si rivelò, comunque, provvidenziale, perchè i Focei lottarono strenuamente e, pur dovendo cedere alla pressione del più forte esercito dei Persiani, ottennero condizioni di resa molto favorevoli, sfruttando al meglio la possibilità di mettere in mare le proprie navi e di navigare verso il mar Tirreno.

La posizione geografica strategica di Elea, trovandosi al centro degli scambi commerciali fra la Magna Graecia e l’Etruria, fece sì che la città diventasse una delle più ricche e vivaci dell’Italia meridionale. La città presentava un configurazione particolare, per la presenza di ben due porti: uno a sud, utilizzato dai Focei, denominato “la via del giorno”, l’altro a nord a disposizione dei Sibariti, la popolazione ritenuta autoctona, chiamato anche “la casa della notte”, in quanto si trovava sempre in ombra. I due porti erano, tuttavia, uniti da una strada chiamata “la via del Nume” che rappresentava il nucleo centrale dell’insediamento eleatico.

La particolare situazione difensiva di Elea ed un’attenta quanto intelligente attività diplomatica furono gli elementi più importanti che consentirono alla città di evitare la conquista dei Lucani come successe a Poseidonia (Paestum), nonché di non essere coinvolta nei numerosi conflitti così frequenti tra le polis della Magna Graecia.

Le cose cambiarono in parte quando i già non idilliaci rapporti tra i Focei e i Sibariti, i due gruppi etnici principali che abitavano la città, si inasprirono. Ciò avvenne a causa del fatto che i Sibariti, per un’antica rivalità, rifiutarono l’amicizia di Crotone, con cui, invece, i Focei avevano stretto amicizia, stipulando significativi patti commerciali. Il contrasto stava portando addirittura alla secessione, ma il timore nei confronti di un comune nemico ricompose la controversia. La minaccia dell’invasione siracusana spinse le due diverse fazioni ad unirsi e a decidere di affidare l’incarico di stipulare le trattative di pace al cittadino più illustre, destinato a diventare famoso attraverso i secoli, il saggio Parmenide. Secondo la leggenda, il filosofo, per sugellare la pace e rendere più solenne quel momento tanto atteso, attraversò la “via del Nume”, considerata il cuore di Elea, su un cocchio trainato da cavalle, mettendo anche per iscritto le sue gesta in un poema.

Nell’88 a.C. Elea/Velia perse la sua autonomia politica, divenendo municipio romano.

La città si avviò verso un’inesorabile decadenza, in quanto fu tagliata fuori dalle rotte commerciali. In epoca medioevale la fiorente Elea si trasformò in un modesto villaggio di pescatori e fu abbandonata definitivamente nel IX secolo, quando i pochi abitanti si rifugiarono sulle colline circostanti per sfuggire alla malaria ed alle pericolose incursioni dei Saraceni.

Dell’antica gloriosa città rimangono al giorno d’oggi alcuni resti, compresi nel Parco archeologico di Elea-Velia. In particolare, è ancora visibile parte dell’area portuale, la cosiddetta “Porta Marina”, la “Porta Rosa”, le “Terme ellenistiche”, le “Terme romane”, l’agorà, l’acropoli, il quartiere arcaico e quello meridionale.

Ai tempi dell’antica Elea, cone attesta Strabone, davanti alla sua costa, sorgevano due piccole isole, Isacia e Pontia, notizia peraltro confermata da Plinio il Vecchio.

Il territorio dell’antica Elea era, inoltre, circondato da ben tre fiumi, attualmente chiamati “Alento”, il suo affluente di sinistra “Palistro” e nella parte meridionale la “fiumarella di Santa Barbara”. Il materiale progressivamente sedimentato dei tre fiumi ha determinato l’interramento dello specchio d’acqua antistante l’acropoli, nonché la scomparsa delle due isolette già citate, al punto che vi è stato nel corso del tempo un sensibile avanzamento della linea di costa. Questi fenomeni hanno reso l’aspetto dell’antica acropoli come un’altura collinare e non più un promontorio lambito dal mare come era stata in origine. Uno dei resti più emblematici del parco archeologico è sicuramente la “Porta Rosa” che, secondo gli studiosi, risalirebbe al IV secolo a.C. e costituirebbe uno dei più antichi esempi di “arco a tutto sesto” presente sul territorio italiano. In realtà, Porta Rosa non rappresentava uno degli ingressi nella città, ma fungeva da viadotto, collegando le due sommità naturali dell’acropoli dell’antica Elea-Velia. L’arco, formato da undici conci in pietra arenaria, svolgeva anche la funzione di contenere le pareti della gola che univa. Alcuni scavi hanno evidenziato come nel corso del III secolo a.C. l’intera struttura fosse stata interrata, forse a causa di una frana. Probabilmente l’integra conservazione di “Porta Rosa” deriva proprio da quell’episodio di interramento che, magari, fu molto drammatico per gli abitanti dell’epoca.

Nell’ambito del parco, svetta la cosiddetta “torre di Velia”, che sembra accogliere i viaggiatori che arrivano in treno prima di entrare nella stazione ferroviaria di Ascea.

La torre fu edificata verso la fine del XIII secolo, ai tempi della guerra chiamata “dei vespri siciliani”. Nel 1282 la Sicilia si ribellò agli Angioini e prese il potere sull’isola Pietro d’Aragona. Questo sanguinoso conflitto tra Angioini ed Aragonesi vide proprio le coste del Cilento come uno dei suoi teatri principali. La nobile famiglia originaria della città di Angers, nella valle della Loira,fece costruire alcune roccaforti difensive e di avvistamento, come la torre di Castelnuovo Cilento e quella appunto di Velia.      I Francesi non badarono a spese per la costruzione della torre, impiegando maestri provenienti dalla Borgogna e dalla Provenza. Vi è da dire, però, che nel sito preesistevano i resti di un antico castello longobardo, posto a difesa del territorio contro le minacce dei Saraceni, con il contestuale controllo del porto fluviale alla confluenza tra i fiumi Alento e Palistro.

Si pensa, inoltre, che nello stesso luogo, ancora prima, ci fosse un tempio dedicato ad Athena-Minerva, non a caso la dea della guerra che doveva proteggere i suoi cittadini. La torre è alta 27 metri ed è situata a circa 75 metri sopra il livello del mare. Da essa si può ammirare un panorama mozzafiato, soprattutto guardando verso ovest, dove si estendono le assolate spiagge di Marina di Ascea.

L’attuale comune di Ascea sorge a circa 235 metri sul livello del mare, anche se la parte ormai più ampia del Comune si trova presso la sua “Marina” che si estende a sud rispetto al parco archeologico di Elea-Velia. Suggestivo è il cosiddetto “fiordo” che separa Ascea da Pisciotta, pittoresco paesino collinare che si trova circa dieci chilometri a nord. Tra i due insediamenti sorge una Torre Borbonica, rientrante nel territorio del Comune di Ascea.

La lunghissima spiaggia di Marina di Ascea, partendo da sud, si estende dalla scogliera denominata “Punta del Telegrafo” fino al Porto di Casal Velino, passando appunto per il tratto che costeggia il parco archeologico di Ascea-Velia.

La spiaggia è composta da finissima sabbia chiara che, con i raggi del sole, assume una colorazione ambrata e dorata quasi caraibica. Gran parte della spiaggia è protetta da un vero e proprio sistema di ampie dune, dove è diffusa una selvaggia vegetazione mediterranea. In estate, in particolare, sboccia il cosiddetto “giglio di mare”.

Tra i percorsi più suggestivi, segnalo il sentiero “Aurella”, che porta da Ascea Marina, precisamente dalla zona della stazione ferroviaria, fino ad Ascea Paese che, come ho detto in precedenza, è situata a più di 200 metri sul livello del mare.             Il percorso è costellato da anfratti panoramici da cui è possibile ammirare l’intero tratto di costa del Golfo di Velia, che si allunga dalla Scogliera di Punta Telegrafo fino al promontorio tra Pioppi ed Acciaroli (partendo da sud). Ma il sentiero forse più suggestivo di Marina di Ascea è situato nell’estrema propaggine meridionale del litorale eleatico, nei pressi della già citata Scogliera di Punta del Telegrafo. Non a caso questo sentiero, inaugurato di recente, nel 2017, grazie ad un’importante opera di riqualificazione dell’intero Parco del Cilento, è stato battezzato “il sentiero degli innamorati”. L’ingresso è ben visibile per effetto di un’insegna di buone dimensioni e consiste in una passerella di legno che si imbocca nei pressi della Scogliera. L’intero percorso è lungo circa 2 km su di un dislivello complessivo di circa 140 metri. Pur non potendosi qualificare un itinerario impervio, il tragitto è abbastanza impegnativo, in quanto si incontrano due salite abbastanza ripide, con relative discese, fatte di gradoni. Vi assicuro, tuttavia, che lo sforzo è ben ripagato, perchè quando si raggiunge la vetta, si rimane estasiati per il panorama mozzafiato che si scorge. Orientando il proprio sguardo verso sud, oltre il fiordo che divide Ascea da Pisciotta, è possibile anche ammirare Capo Palinuro.

La meta finale del “sentiero degli innamorati” è la torre saracena, conosciuta più comunemente come “Torre del Telegrafo”, da cui si osserva l’intero Golfo di Velia.

A quel punto, dopo una meritata sosta, magari aspettando il momento di un magnifico tramonto policromatico, bisogna ripercorrere il tragitto a ritroso per poter tornare sulla spiaggia.

Come ricordano i toponimi sparsi per l’intera Marina di Ascea (Viale della Scuola Eleatica, Via Parmenide, Via Zenone etc.) e come illustrato in precedenza, su questo litorale ha avuto origine una delle scuole filosofiche più prestigiose dell’antichità, capace di influenzare l’intero pensiero occidentale successivo.

Prima di spendere qualche considerazione sulla scuola eleatica, mi preme fare qualche riferimento sull’origine della filosofia greca nel suo complesso. L’intera cultura occidentale, scienza compresa, pur partendo da alcuni archetipi comuni di matrice indoeuropea, deve le sue origini al pensiero filosofico greco, basato sui presupposti non scontati della logica e della razionalità. Quella popolazione del Mediterraneo orientale, derivata da molteplici etnie che noi, per semplificare, chiamiamo “Greci”, ha fondato ed approfondito le strutture del pensiero razionale, secondo l’interpretazione metodologica ancora oggi accettata. In merito a tale valutazione, gli interpreti della storia della filosofia sono concordi, con qualche autorevole eccezione, come il filosofo contemporaneo Nietzsche, che ha rimproverato alla filosofia greca di aver dato vita a categorie concettuali troppo aride ed intellettualistiche. Il suo modello di riflessione, infatti, si basava sulla “filosofia della vita” e sull’irrazionalismo, ponendosi in contrasto coi dettami della filosofia greca.

Il pensiere ellenico nasce come “filosofia”, cioè come “amore per la sapienza”.

E’ sintomatico di questa tensione intellettuale che i due più grandi pensatori dell’antichità, Platone ed Aristotele, si trovino concordi nell’affermare che la filosofia nasca dal sentimento di meraviglia dell’uomo davanti alle cose, in opposizione ai non coscienti e superficiali che non riescono a stupirsi davanti alla ricchezza del mondo naturale. I primi filosofi che, secondo le conoscenze attuali e convenzionali, cercarono di dare una spiegazione del “principio” (archè), furono gli Ionici di Mileto: Talete, Anassimandro ed Anassimene. Il primo ebbe una visione panteistica, individuando il principio di tutte le cose nell’acqua; Anassimene lo trovò nell’aria; Anassimandro, facendo un passo in avanti nella speculazione concettuale, lo identificò in un principio infinito ed indeterminato, da cui tutto sarebbe creato ed in cui tutto si dissolverebbe, l’apeiron. Si trattava, comunque, di tutte spiegazioni immanentistiche che cercavano di trovare la soluzione dell’origine della natura in un medesimo “principio” di ordine fisico.

Come dovrebbe essere noto, non fu nell’Ellade continentale che cominciò a strutturarsi il pensiero razionale propriamente detto, ma dobbiamo spostarci appunto verso occidente, nell’Esperia (terra occidentale), quella che i Romani chiameranno “Magna Graecia” ed appunto arrivare sulle assolate spiagge di Elea.

Qui iniziò a formarsi il concetto di “filosofia” come “scienza”, fondata in primo luogo sui principi di identità e di non contraddizione.

La Scuola Eleatica, il cui massimo rappresentante fu Parmenide, operò tra il VI ed il V secolo a.C., diventanto il più importante dei circoli culturali presocratici ed annoverando, fra i propri esponenti, autorevoli pensatori come Zenone (discepolo e presunto amante di Parmenide), Melisso da Samo e Senofane di Calofone.

La scuola di Elea perfezionò il proprio pensiero, fino a sviluppare un modo di argomentare le ipotesi avanzate che è ancora alla base del pensiero occidentale, mettendo in discussione i miti antropomorfici fino ad allora imperanti e creando una rivoluzionaria categoria concettuale, l‘essere, grazie alla rigorosa genialità di Parmenide. I filosofi eleatici furono i primi a contestare l’antropomorfismo orientale e dell’arcaismo ellenico, nonché l’intero sistema mitologico, costruito principalmente sulle opere di Omero e di Esiodo.

Parmenide, in particolare, elaborò una raffinata riflessione filosofica, orientandola in senso ontologico, gnoseologico e linguistico. Proprio a causa dell’originalità del pensiero, che contrastava fortemente con i valori arcaici della cultura ellenica, i filosofi eleatici furono osteggiati e censurati con decisione dai contemporanei, che non ne arrivavano a comprendere le brillanti ed innovative intuizioni speculative.

Come succederà anche in altri periodi storici, le idee inizialmente rifiutate, ma contenenti spunti geniali, saranno, comunque, destinate a trionfare e, pertanto, nello specifico la riflessione eleatica confluirà nelle ricche applicazioni dell’accademia platonica.

In quest’ottica, gli Eleati furono i primi a rifiutare un sapere che si basasse sui sensi, attribuendo grande importanza, invece, alle conoscenze che derivassero da premesse chiare ed incontrovertibili. Parmenide, di cui ci sono pervenuti alcuni scritti soltanto sotto forma di frammenti e non di opere unitarie, si oppose ai filosofi naturalisti di Mileto che cercavano di spiegare la realtà mediante elementi primari, ma già compresi nella realtà stessa. Per Parmenide, alla base del “Tutto” vi era un principio unitario ed universale, “L’ESSERE”, immutabile, immobile, eterno ed increato.

Tale principio non può essere assimilato attraverso i sensi, che sono pur sempre parte della materia, ma soltanto con il pensiero fatto di spirito. Solo il pensiero è in grado di rivelare all’uomo che alla base del Tutto vi sia l’Essere e che Tutto è uno.

E’ in buona sostanza l’inizio della riflessione “metafisica”.

L’Essere, inoltre, in quanto eterno, non può che essere “ingenerato”, altrimenti saremmo costretti ad ammettere il paradosso che l’Essere derivi dal “non essere”.

Grandissima influenza avrà il pensiero eleatico sulla filosofia platonica, come già detto, ed anche su quella aristotelica. Entrambe rappresentano i pilastri dell’intero sistema speculativo del mondo occidentale. In special modo la teoria dell’Essere di Parmenide determinerà gli sviluppi successivi del pensiero di Aristotele su Dio come atto puro/ motore immobile/ pensiero di pensiero e di conseguenza dell’intero impianto dottrinario cristiano che, pur appartenendo ad una matrice giudaica, risulta profondamente influenzato dalle correnti filosofiche di età ellenistica. Il concetto di “Essere”, elaborato nel pensiero ellenico, incontrerà il Dio creazionista ebraico, per dare vita, a partire da Paolo di Tarso, ad una delle religioni più diffuse sul nostro pianeta, il Cristianesimo.

Tra le più insigni applicazioni moderne dei principi della scuola eleatica, non si può dimenticare l’ispirazione che Einstein trasse dal paradosso di Achille e la tartaruga, elaborato da Zenone, nel formulare la sua rivoluzionaria teoria della relatività.

Ed in epoca molto più recente, negli anni Cinquanta del secolo scorso, in memoria dell’antica città, Adriano Olivetti attribuì il nome “Elea”  alla prima generazione di supercomputer (il modello Elea9003 fu la prima macchina informatica a transistor).

Elea-Velia-Ascea rimane un simbolo metastorico di “amore per la sapienza”, invitando anche noi a fare come Zenone, a separare cioè le “porte della verità” dalle “porte della falsità”, come raffigurato nel celebre affresco, conservato nel Monastero dell’Escorial a Madrid.

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