Lettere da Berlino: la resistenza civile che dà un sonoro schiaffo al fanatismo più becero

Questo articolo racconta il film Lettere Da Berlino di Vincent Pérez in un formato che intende essere più di una semplice recensione: lo scopo è andare oltre il significato del film e fornire una analisi e una spiegazione delle idee e delle dinamiche che gli hanno dato vita.

Se si attraversasse per intero l’intera storia umana, si incontrerebbero probabilmente in ogni secolo contraddizioni ed aberrazioni di ogni genere. Perché se l’ideale di un mondo più giusto o semplicemente di condizioni di vita migliori in teoria ci dovrebbe spingere a migliorarci, beh, la sostanza rappresenta quasi sempre un qualcosa di differente. Il Novecento, secolo che ancora riecheggia anche se inascoltato, in questo nuovo mondo nato dalla fine dei cosiddetti “blocchi” che più che creare delle persone migliori con più consapevolezza ci sta riempiendo di minus habens, si era presentato sì con i suoi problemi, ma anche con una consapevolezza ed uno spirito critico che da almeno quindici anni è scomparso nell’epoca post-moderna. Questo perché esistono sempre periodi storici in cui vince il conformismo più estremo ammantato da un’aura di novità.

Ne è un perfetto esempio l’era dei social network, ricalcata da tutti i vecchi media, che propone alla massa problemi futili per nascondere grane complesse e di cui la classe politica non vuole assolutamente preoccuparsene. “Sa cosa stavo pensando? Io stavo pensando una cosa molto triste, cioè che io, anche in una società più decente di questa, mi troverò sempre con una minoranza di persone. Ma non nel senso di quei film dove c’è un uomo e una donna che si odiano, si sbranano su un’isola deserta perché il regista non crede nelle persone. Io credo nelle persone, però non credo nella maggioranza delle persone. Mi sa che mi troverò sempre a mio agio e d’accordo con una minoranza”. Nanni Moretti, agli albori dell’epoca Berlusconiana nel suo Caro diario ed in tempi dove ancora esisteva uno spirito critico che lentamente andava via via sciamando, picconato da un establishment che assecondava la pigrizia del cittadino trasformandolo in un soggetto amorfo, aveva ben capito dove il Paese si stesse dirigendo.

Questa chiaramente non è solo prerogativa del nostro ex-belpaese e lo sa bene il regista Vincent Pérez, che nel suo Lettere da Berlino rispolvera una vicenda del ventennio più buio del Secolo breve in Germania. La storia, realmente accaduta della coppia di coniugi tedeschi Otto ed Elise Hampel, che perso il loro unico figlio in Francia (la storia inizia esattamente dopo l’occupazione tedesca di Parigi), si diletteranno per quasi tre anni nella scrittura di cartoline, lasciate in posti strategici, che inneggiano alla disobbedienza contro il regime hitleriano. La resistenza di questa coppia nasce da un sentimento talmente profondo da avere la sua genesi nella grammatica: emblematico l’inizio del film dove Otto, aprendo un libro del figlio scomparso, trova come segnalibro una cartolina raffigurante l’effige del dittatore tedesco e gioca con la parola Führer, alterandola in lügner, bugiardo.

È proprio qui che inizia la rivolta contro un sistema che oltre a distruggere interi popoli, si intromette e modifica la psicologia delle persone. La competizione verbale intrapresa dai due è un vero e proprio colpo al cuore per un regime che si nutre di certezze assolute, mettendo in dubbio il sacrificio del popolo tedesco per una guerra di conquista assurda e figlia della megalomania cieca. Questo chiaramente non scagiona affatto il popolo teutonico, che certamente a differenza di quanto si dice aveva una opposizione interna, seppur esigua, ma è sempre doveroso ricordare che la maggior parte della Germania seguì pedissequamente il suo leader democraticamente eletto, per poi averne delle conseguenze forse neanche troppo equiparate ai crimini commessi.

La pellicola, tratta dal romanzo Ognuno muore solo di Hans Fallada, che ebbe come punto di riferimento proprio i verbali delle SS finita la guerra, è una vera e propria ode al dissenso. Le cartoline lasciate in giro per Berlino rappresentano parola viva per chi le trova, anche se va detto, la maggioranza venne sempre consegnata alla Polizia, solo diciotto su circa trecento non vennero mai ritrovate. I protagonisti sono due grandi attori del Vecchio Continente: Emma Thompson e Brendan Gleeson, che tamponano qualche lacuna nella regia con interpretazioni sempre attente e credibili, in secondo piano, e qui si sarebbe potuto dare più brio al personaggio, Daniel Brühl nei panni dell’ispettore Escherich, un intellettuale profondamente combattuto tra il senso del dovere verso il Partito e la logica delle azioni umane.

“Un granello di sabbia negli ingranaggi non ferma una macchina, ma se una persona comincia a lanciare un po’ più di sabbia ecco che il motore inizia a perdere colpi. Nei miei sogni vedo tanta gente che lancia sabbia negli ingranaggi”. Così Otto parla della sua instancabile opera di sabotaggio civile, trovando il grimaldello per scardinare tutte le basi su cui si fondano i regimi: La zona grigia. È proprio quella parte di popolazione che non si schiera e che spesso gira il viso dall’altra parte che fa ingrassare le ingiustizie e crea mostri, l’uomo comune di Pasoliniana memoria che non agisce crea i regimi più di chi li sostiene.

Lettere da Berlino è l’ennesimo insegnamento che il Novecento ci dona, sperando ancora una volta di non rimanere inascoltato. 

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