Stevie Wonder e la canzone scritta per Martin Luther King

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“Non credo che accadrà. Però ti auguro comunque buona fortuna.”

A parlare è Coretta Scott King, vedova del reverendo Martin Luther King, ucciso a Memphis nell’aprile del 1968 assieme al sogno di integrazione di tanti afroamericani.

A telefonarle era un uomo che le aveva detto di aver sognato una grande festa nazionale in onore di suo marito: per convincere le istituzioni a celebrare il giorno del compleanno del leader dei diritti civili, che aveva ispirato migliaia di persone a lottare per una società migliore, la voce le aveva anche detto di aver pensato a una canzone.

In quell’estate del 1979 era difficile immaginare che gli Stati Uniti fossero concretamente disposti a commemorare suo marito, ma Coretta, per quanto scettica e stanca di aver visto passare gli anni senza ottenere nulla, voleva davvero credere che ci fossero delle possibilità, soprattutto perché a parlare del sogno dall’altra parte della cornetta era Stevie Wonder.

Stevie Wonder era legato da sempre alla figura del reverendo King, di cui aveva sentito parlare per la prima volta da bambino in occasione del boicottaggio degli autobus di Montgomery: quella protesta non violenta, portata avanti per più di un anno da migliaia di afroamericani che si astennero dal trasporto pubblico tra il 1955 e il 1956, fu eclatante e rese popolare il giovane leader dei diritti civili.

Riuscì finalmente a conoscerlo nel 1965, quando Martin Luther King era fresco di Premio Nobel per la pace, mentre Wonder era un quindicenne con svariate hit nei piani alti delle classifiche.

Infatti in quegli anni Steven Hardaway Judkins, o più semplicemente Stevie Wonder, era già uno dei maggiori nomi del panorama pop, dopo che era stato lanciato sul mercato musicale giovanissimo e pubblicizzato dalla Motown per ciò che effettivamente era: una “meraviglia”, un bambino prodigio dal talento innato, in grado di suonare più strumenti nonostante fosse non vedente fin dalla tenera età.

La sua maturazione artistica, passata attraverso un apprendistato scandito dalle rigide regole della Motown e del suo padre padrone Berry Gordy, arriva a compimento all’inizio degli anni settanta, quando Wonder prende il pieno controllo della produzione della sua musica e inizia a inanellare una serie incredibile di capolavori.

Nascono album dalle trame articolate, contenenti brani colorati e vibranti, colmi di suoni che rinnovano la musica nera: Superstition, You are the sunshine of my life, Sir Duke e Higher Ground sono solo una briciola dell’incredibile mole di materiale assemblato da Wonder, che, a partire da Music of my mind e fino a Songs in the key of love, colleziona dischi ambiziosi e creativi.

La passione e l’impegno, il romanticismo e la vitalità, la voglia di sperimentare e di stupire, l’irrefrenabile gioia di vivere e la spiritualità, l’uso della voce e della tecnologia rendono Stevie Wonder uno dei pilastri della musica americana, in cui è stato capace di infondere fiumi di talento cristallino rendendola ancora più bella.

Ma il successo raggiunto non lo aveva distolto dal suo legame con la comunità afroamericana e il lungo cammino dei diritti civili: i problemi razziali e sociali non avevano mai abbandonato i suoi brani, così come la memoria del reverendo King.

Dopo aver preso parte ai suoi funerali in seguito allo scioccante assassinio, Wonder sostenne pubblicamente il membro del Congresso del Michigan John Conyers, che presentò una proposta di legge volta a rendere festa nazionale il quindici gennaio, giorno del compleanno di Martin Luther King.

La voglia di celebrare degnamente l’uomo e il simbolo si fece strada facilmente nella comunità afroamericana e negli ambienti liberal, ma la strada era più ripida di quanto si pensi, anche perché la figura di King, così come veniva esaltata, era anche denigrata da molti politici.

Così, tra la fine degli anni sessanta e l’inizio dei settanta, si andò in ordine sparso con città che dedicarono un giorno al ricordo di King e altre che ostracizzavano ogni richiesta.

A livello nazionale molti sindacati iniziarono la mobilitazione per far approvare la festa nazionale, memori non solo del sostegno ricevuto dal reverendo per stipendi più equi e per una maggiore occupazione, ma soprattutto del fatto che, quando venne ucciso, King era in Tennessee per sostenere gli operatori sanitari in sciopero per rivendicazioni salariali: il quindici gennaio divenne sempre più spesso motivo di attrito tra datori di lavoro e impiegati, che costantemente cominciarono a rifiutarsi di lavorare.

Mentre gli anni passavano e la richiesta di Conyers era ormai persa nelle scartoffie della burocrazia e nella volontà politica di non creare una festa nazionale attorno a una figura afroamericana, Stevie Wonder continuava invece a sperare: soprattutto quell’estate del 1979, quella della telefonata a Coretta, quando l’Amministrazione Carter sembrava davvero sul punto di dare una svolta al disegno di legge.

Ma nel novembre di quell’anno, con uno sgarbo evidente al Presidente che l’aveva approvato, il King Holiday Bill fu respinto per cinque voti.

Stavolta Wonder, stanco e deluso dei fallimenti e delle vuote promesse della politica, decise di prendere in mano lui la faccenda e scrisse una nuova canzone per il suo album successivo: su Hotter than July, pubblicato nel settembre 1980, sarebbe apparso un brano che avrebbe rimesso la vicenda di nuovo al centro della discussione.

Stevie Wonder scrisse Happy Birthday, una canzone apparentemente innocua e solare, con la chiara intenzione di far uscire la questione sulla celebrazione di Martin Luther King fuori dalle pesanti coltri polemiche della politica per spostarla nelle arene e nella rotazione radiofonica.

L’entusiasmo contagioso con cui Wonder cantava il ritornello fu più coinvolgente di ogni altro tipo di approccio con cui si era affrontato il King Holiday Bill per oltre un decennio: l’innocente e gioiosa melodia del brano nascondeva all’interno un chiaro intento politico, alla stregua di una protest song, e tutti coloro che l’avrebbero utilizzata mentre si apprestavano a fare foto e a spegnere le candeline si sarebbero soffermati per forza di cose su alcune parti del testo.

 “È solo che non ho mai capito come mai un uomo che è morto per il bene non possa avere un giorno in cui gli sia tributato il giusto riconoscimento” e “E noi tutti sappiamo che si è battuto a lungo per la pace e i nostri cuori intoneranno un grazie Martin Luther King” sono alcune delle parti più incisive della canzone, volta a smuovere le coscienze intorpidite da anni di vuoti battibecchi.

Con l’uscita di Hotter Than July Stevie Wonder intraprese una parallela campagna d’informazione, rilasciando svariate interviste a giornali e televisioni in cui metteva al corrente i media del suo intento di sostenere l’approvazione del King Holiday Bill: per dare ulteriore slancio all’iniziativa annunciò un tour di quattro mesi con Bob Marley, con cui avrebbe attraversato gli Stati uniti.

Purtroppo l’artista giamaicano scoprì proprio poco prima della partenza di essere gravemente malato e venne sostituito da Gil Scott-Heron, che si rivelò comunque un profilo più che adatto a sostenere la lotta di Wonder in giro per l’America.

Il tour terminò volutamente il quindici gennaio 1981, pochi giorni prima dell’insediamento del nuovo Presidente statunitense, quel Ronald Reagan che dalle indiscrezioni sembrava tutt’altro che ben disposto a dedicare una festa nazionale al reverendo King.

Sul National Mall, di fronte a un immenso pubblico di centomila persone stipate sul viale vicino alla Casa Bianca, Stevie Wonder, Gil Scott-Heron, Diana Ross e Jesse Jackson chiesero espressamente un sostegno concreto alla loro lotta, mentre la folla intonava “Happy Birthday”.

La storia si ripeté anche negli anni successivi, con raduni oceanici a Washington che misero molta pressione all’Amministrazione Reagan: Wonder e Coretta King furono invitati a testimoniare al Congresso degli Stati Uniti e in quell’occasione presentarono le sei milioni di firme raccolte in quegli anni.

La pressione dell’opinione pubblica era ormai insostenibile e, nonostante le dichiarazioni di facciata, il Presidente Reagan era pronto a capitolare: il diciannove ottobre 1983, dopo lunghi anni di speranze tradite, il Martin Luther King Day veniva finalmente riconosciuto come festa federale e Stevie Wonder, Coretta Scott King e il senatore John Conyers furono presenti alla firma del decreto legge.

La festa, che andava celebrata il terzo lunedì di gennaio, debuttò ufficialmente per la prima nel 1986: Stevie Wonder organizzò un concerto per l’occasione, con Happy Birthday che divenne chiaramente il clou della serata.

La prima festa nazionale di un afroamericano, impensabile qualche decennio prima, era realtà.

Stevie Wonder aveva dedicato anni al progetto e messo forzatamente in naftalina la propria carriera per onorare la memoria e la vita del reverendo, ma alla fine quel sogno raccontato al telefono in una sera d’estate si era finalmente avverato: il potere della musica e delle canzoni gli avevano dato ragione e permesso di vincere una delle più grandi battaglie civili americane.

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