Trust Us dei Motorpsycho: un disco capace di dilatare il tempo

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Ricordo abbastanza chiaramente l’estate 2004, quella del mio diploma di maturità. Venivo da anni molto lunghi, a tratti difficili e ostici, non senza una ragguardevole dose di cadute e recuperi in corsa degni di chi non ha mai avuto una spiccata lucidità in determinate situazioni. Furono, come ovvio, gli anni di una crescita a tutto tondo che, da adolescente, mi portò alle soglie di una sorta di consapevolezza ancora non ben definita in quanto ampiamente intrisa di sogni e desideri coniugati al tempo futuro. Ma, tutto sommato, me la cavai bene. Feci quello che dovevo fare, il più delle volte cercai di dare qualcosa in più e, alla fine, ne venni fuori col massimo dei voti assieme a pochi altri in una classe che comunque, nel corso del tempo, era cresciuta anche un po’ come famiglia grazie ad esperienze condivise anche al di fuori del plesso scolastico.

L’ultimo anno, soprattutto, fu particolarmente estenuante e, volendo, anche abbastanza traumatico. Tranquilli, mi sto riferendo solo al modo in cui mi capitò di viverlo mentalmente, per certi versi. Già, perché io, le scuole superiori, non le ho fatte in cinque anni ma in sei. E non perché fossi stato rimandato una volta (mai successo se non per un esame universitario scritto e a risposta multipla che ero andato a tentare letteralmente alla cieca), semplicemente perché la mia sezione di istituto tecnico prevedeva sei anni di corso e non cinque (vai a capire, col senno di poi, le eventuali motivazioni per cui accettai, a suo tempo, questa scelta; probabilmente perché di università, sempre a suo tempo, non volevo neanche sentir parlare e lì, con l’anno aggiuntivo, mi sarei trovato tra le mani, dicevano, un diploma finito, pronto per un eventuale sbocco lavorativo.). L’Esame di Stato, dunque, io lo feci alla fine del sesto anno scolastico, durante il quale avevo visto tutti i miei amici scegliere una facoltà, iniziare a lavorare o semplicemente prendersi un anno sabbatico prima di provare a vedere cosa fare della propria vita. Basti sapere solo che, ancora oggi, a volte mi capita di fare questo sogno (non un incubo ma a suo modo tremendo): io che sono bloccato sui banchi di scuola a quasi trentasette anni, consapevole dell’aver già dato ma incapacitato a comprendere il motivo della mia presenza in aula mentre fuori tutto il mondo va avanti, compie scelte, azzarda tentativi, mette in atto progetti.

L’estate del mio diploma di maturità fu, quindi, un periodo da me tanto atteso in qualità di temporaneo salvatore psicofisico, dal momento che già da un anno e mezzo, più o meno, ero convinto di cambiare completamente rotta didattica. Trascorsi quell’anno – come si dice dalle mie parti – un po’ crepato in corpo, ma presi il massimo dei voti, i miei furono contenti (anche se già cominciavano a spingere affinché scegliessi la futura facoltà universitaria, visto che, nel frattempo, avevo cambiato idea) e arrivarono bei soldini in regalo che, puntualmente, programmai di spendere in dischi (ah, la libertà di starmene tra le mura del mio adorato negozio dalla mattina alla sera, assieme al mitico commesso-che-non-era-solo-un-commesso a sentire valanghe di musica vecchia e nuova, comprarne un bel po’ e spulciarla in ogni minimo dettaglio per vere e proprie sedute di ascolto ragionato in una cameretta che, di lì a poco, non sarebbe stata più il mio rifugio ideale), qualche bevuta con gli amici e quattro o cinque giorni di vacanza a Rimini non per divertimento sfrenato ma per corredo al concerto dei Motorpsycho in programma in agosto al Velvet.

Già, i norvegesi Motorpsycho. Li conobbi nei primi mesi del 2000 perché con Let them eat cake sconvolsero mezza Europa per via di un quasi radicale cambio di stile. Abbandonate – ma mai tralasciate, specialmente oggi – le derive heavy dei primi due album, Lobotomizer del 1991 e Soothe del 1992, fecero fortuna con Demon box (1993) e con grande merito, visto che si trattava di un album che partiva, sì, dai terremoti dei predecessori ma, in linea di massima, dimostrava una innata capacità di dare sfogo creativo alle influenze di una vita, prevalentemente Grand Funk Railroad ma anche Blue Cheer e confinanti. Di power trio, infatti, si trattava. Ma Bent Sæther (mostro mancino delle quattro corde), “Snah” Ryan (poliedrico chitarrista dalle infinite sfumature) e Håkon Gebhardt (non membro fondatore ma storico batterista dotato di una notevolmente spiccata creatività) erano (e sono ancora oggi ad eccezione di Gebhardt, dimissionario proprio dopo quel tour del 2004) molto di più. Lo dimostrò The tussler (1994), fantomatica sorta di colonna sonora per un inesistente film western, tutta giocata sul mettere da parte le distorsioni per aprire il campo a un country-folk (anche grazie a incredibili auto-rivisitazioni: si veda Hogwash, ad esempio) disarmante per quanto ben fatto, perfettamente in grado di stabilire agli occhi e alle orecchie di chiunque, una volta per tutte, l’incommensurabile valore culturale, tecnico e creativo di una band che, dinanzi a scelte simili, faticheresti a intuire come di provenienza scandinava. E lo dimostrò ancora di più Timothy’s monster (1994), con quel suo andirivieni tra Dinosaur Jr. e Hüsker Dü (di cui, tra le mille diramazioni reinterpretative, coverizzarono New day rising) che confluiva nell’abisso pseudo-stoner al sapor di doom di The wheel e nel simil-noise psichedelico di The golden core. Poi venne Blissard (1995) e feci fatica a comprenderne le intenzioni o potenziali motivazioni, ma poteva trattarsi di una transizione visto che tutto (ma proprio tutto) il vissuto precedente confluì in quel gioiello di Angels and daemons at play (1997), ancora oggi uno degli album più perturbanti ma, al contempo, completi e caparbiamente sperimentali di moltissimo (più o meno hard) rock contemporaneo.

Con Let them eat cake (2000), si diceva, cambiò quasi tutto perché Bent e soci (forti anche di una assoluta libertà creativa garantita – tuttora – da un’etichetta, la tedesca Stickman Records, che quasi gli apparteneva; cosa per molti versi impossibile dalle nostre parti) scelsero di allargare a dismisura gli orizzonti presenti e futuri dando ragionevole sfogo ad altre influenze che, nel frattempo, avevano preso il sopravvento, tra cui Allman Brothers, America, Grateful Dead e moltissima psichedelia ’60 e ’70. La cosa – oltre che in studio per un album meraviglioso che sembrava uscire direttamente dalla west coast – si riversò anche e soprattutto in sede live, dove si amplificò il sentore da jam improvvisativa già presente in passato ma, da lì in poi, estesa oltre ogni dire grazie a una sempre maggiore attitudine creativa istantanea e instancabile. Quella attitudine venne espressa ancora meglio nei successivi Phanerothyme (2001) e It’s a love cult (2002), motivo per cui io e il mio amico omonimo (quello dell’altra esperienza descritta qui), quella sera al Velvet di Rimini, ci aspettavamo una line-up da paura fatta di fiati in accompagnamento, glockenspiel, organi Hammond e chi più ne ha più ne metta. E invece salirono sul palco loro tre. Basso, chitarra e batteria. E ci fecero genuinamente male con un incipit che solo qualche settimana dopo avremmo identificato come una versione unica e rara di Wishing well (splendido inedito contenuto nell’ep Starmelt; un’altra cosa che mi faceva letteralmente impazzire era questa loro propensione ad accompagnare ogni nuova uscita discografica con un ep denso di b-side, cover e chicche varie), talmente unica e rara da non averla mai più sentita uscire dalle loro mani (no, non è neanche la versione incisa nel quarto volume di Roadwork, la magnifica serie di album dal vivo in cui il concetto di improvvisazione sperimentale veglia su ogni cosa; fu qualcosa di ben più lisergico hard-psichedelico, di almeno un quarto d’ora); così come anche con alcune estrazioni da Angels and daemons at play, sprazzi di esordi tellurici (manco a farlo apposta Hogwash ma anche Loaded) e aperture lisergiche che ci fecero fluttuare a un metro e mezzo da terra (The wheel su tutte). Per me, però, quell’approccio da power trio così vario ed evoluto rispetto alla tradizionale e storica impostazione a tre non fu chissà quanto inedito perché, in quella estate post diploma di maturità, venivo da due mesi di Trust us fisso nel lettore cd portatile.

Trust us (1998) è il settimo disco dei Motorpsycho, da molti abbastanza sottovalutato o comunque non considerato e assorbito a dovere per via della sua provenienza immediatamente successiva ad Angels and daemons at play che, per contro, continuava ad essere (pur giustamente) osannato come il capolavoro definitivo di Bent e compagni. In verità, in verità vi dico che, a mio modesto parere, è proprio Trust us il vero capolavoro dei Motorpsycho (fatta ovvia eccezione per la trilogia “californiana” e, almeno per quanto mi riguarda, Barracuda, altro sottovalutatissimo gioiello sminuito come semplice ep di scarti povenienti da Let them eat cake ma, in realtà, spettacolare connubio di hard rock, funk, semi-blues e psichedelia più ragionata). Per carità, mi rendo conto che potrebbe trattarsi di un giudizio eccessivamente personale e forse così è, vista la particolare situazione in cui l’ho assaporato e assorbito. Ma una perfezione compositiva ed esecutiva – e una resa sonora – così dettagliatamente distribuita nell’arco di un’opera discografica, io, raramente l’ho ritrovata in produzioni contemporanee di rispetto.

Trust us è un gigantesco incantesimo sonoro che (come da titolo) ti prende e ti porta dritto, senza soste, su un altro pianeta. La derivazione complessiva c’è tutta e si sente bene nell’impostazione basilare sostanzialmente hard rock. Ma il versante psichedelico è sviluppato – in quel loro preciso momento evolutivo – in maniera talmente perfetta da creare qualcosa di diverso, di potenzialmente nuovo o quantomeno suscettibile di densa considerazione altra rispetto a quella riservata ad un qualsiasi altro album di pregevole fattura. Ogni singola falange di Bent, Snah e Håkon è letteralmente in stato di grazia e non c’è una nota o intuizione sonora fuori posto in 81 minuti di pura bellezza, tanto angelica ed eterea quanto roboante nella sua inenarrabile capacità di coinvolgimento sensoriale a livello fisico, letteralmente. Già, perché la psichedelia di Trust us è qualcosa che ti entra per davvero sottopelle. Non è tanto una scelta di stile quanto una vera e propria necessità espressiva che fa da ponte tra mille soluzioni magari in parte derivative (per forza di cose) ma certamente coniugate attraverso un lessico del tutto personale e, in questo, abilmente in grado di generare mondi sonori specifici ma aperti a sempre nuove possibilità di ricezione uditiva. E anche i ruggiti (quanto ho amato e quanto adoro ancora oggi il basso di Bent) sono meno graffianti rispetto al passato ma, grazie a una produzione a dir poco certosina, vanno perfettamente a segno proprio lì, allo stomaco, tremanti di sinuose onde soniche il cui mestiere è quello di trascinare l’ascolto verso lidi altri eppure presenti qui e ora, solo su altre frequenze, su altre lunghezze d’onda, su altre visioni di una bozza di realtà interiore.

Proprio in quella estate del 2004, prima del concerto al Velvet, Trust us girava fisso nel mio lettore portatile mentre me ne stavo sul letto disfatto a perdere lo sguardo verso il fioco riflesso dei lampioni in strada che, a finestre aperte nella speranza di riuscire a placare il caldo di luglio con la brezza serale delle ore successive a quelle giuste per una cena a base di insalata di pomodori, veniva a tingere di arancione il soffitto bianco della mia cameretta, di tanto in tanto intervallato dal rosso e dal bianco di qualche fanale automobilistico in rientro nel cortile del palazzo adiacente a quello di casa mia, perfettamente in tempo per allontanare ancora per un po’ il difficile e insidioso compito di ipotizzare un futuro per il quale, in quel momento, non provavo particolare interesse preferendo godermi in tutta calma (ah, la calma) un presente diverso, dilatato, appena scoperto e decisamente migliore di chissà quale fantasticheria avveniristica.

Quanto è importante riuscire a dilatare il tempo presente per accogliere, in esso, scampoli di ordine razional-ipotetico alternativo a qualsiasi odierna divina imposizione me lo ricordano sempre le bizze soniche che conducono al crescendo estatico di Psychonaut e che sfociano nelle chicane, al contempo, granitiche e stridule di Ozone (e che bello, a tal stilistico proposito, anche l’omonimo ep con la cover di Young man blues nell’accezione degli Who e i deliri post traumatici di Back to source), la lunga spirale onirica di The ocean in her eye e di quel capolavoro immenso che è Vortex surfer (ah, quell’intreccio a smorzare e ricostruire l’esplosione), la disarmante ma sinistra ariosità di 577 ed Evernine, gli scossoni di Mantrick muffin stomp che arrivano sparati senza pietà da Timothy’s monster per trascinare tutto verso l’altrove di Radiance frequency, che consolida lo spessore lenitivo di Taifun in funzione delle nuove albe emotive regalate dal groove di Superstooge e, soprattutto, dall’amorevole e umanissima vicinanza emotiva della superlativa Hey, Jane.

Sì, Trust us è il mio personalissimo disco perfetto per l’estate, solitamente il periodo dell’anno in cui, sia col corpo che con la mente, sono meno propenso a fare progetti, abbozzare schemi e strategie, preferire questo a quello, provare a fare così invece di cosà. E in cui prima di provare a chiudere gli occhi e (invano) sognare, ho bisogno di fermare il tempo e confidare al me stesso ventenne che, malgrado qualche inciampo, domani sarà tutto a posto, andrà tutto bene.

Articolo pubblicato originariamente su Motel Wazoo e concesso ad Auralcrave per la ripubblicazione.

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