Fitzcarraldo: L’impresa epica di un ingenuo sognatore vista dagli occhi di Herzog

Questo articolo racconta il film Fitzcarraldo di Werner Herzog in un formato che intende essere più di una semplice recensione: lo scopo è andare oltre il significato del film e fornire una analisi e una spiegazione delle idee e delle dinamiche che gli hanno dato vita.

Se chi sogna può muovere le montagne, come espresso a pieni polmoni nell’opera del 1982 del regista tedesco Werner Herzog, è certo che l’epicità dell’impresa raccontata non sarà da meno del grande impegno che ci volle per realizzarla sotto forma di pellicola. Questo perché la lavorazione impegnò il regista e la troupe per la bellezza di tre anni. La genesi dell’opera, concepita per l’inizio del 1979 in pieno Sudamerica, nella zona confinante tra Ecuador e Perù presentò sin da subito innumerevoli controversie. Prima le tribù locali di indigeni, che li accerchiarono nella foresta minacciando di morte regista e staff, ed in seguito addirittura sfollandoli e bruciando tutto l’accampamento. Poi si ebbero problemi con il cast, perché il protagonista, che in principio era Jason Robards, dopo quasi due mesi e mezzo di girato si ammalò gravemente di dissenteria e dovette mollare il progetto in corso d’opera.

In seguito dovette rinunciare anche l’attore non protagonista, e di certo lo fece a malincuore avendo una passione smisurata per il cinema, perché Mick Jagger, persi due mesi per colpa delle cattive vicissitudini del protagonista, dovette ritornare nel suo campo artistico d’origine: la musica. L’attore designato per raccogliere l’eredità di Robards fu quel Klaus Kinski già all’opera con il maestro tedesco in Aguirre furore di Dio, e nonostante qualche divergenza caratteriale, i due ebbero sempre un rapporto amore/odio soprattutto per via del carattere particolare dell’attore tedesco, incredibilmente l’alchimia artistica tra i due ri-funzionò. Anche grazie alla mimica estremamente complessa e piacevole di Kinski che rialzò un progetto sì ambizioso ma impantanato. Così tolto anche l’attore non protagonista, (ruolo non riassegnato) Herzog per riempire le lacune lasciate caratterizzò maggiormente gli attori secondari: la meravigliosa Claudia Cardinale/Molly, e Paul Hittscher/Orinoco Paul.

L’anelito però del regista non finì di certo di fronte a queste innumerevoli difficoltà, anzi lui stesso ne preparò di ulteriori, se la storia è tratta da un fatto realmente accaduto: Un magnate della gomma dal nome quasi omonimo al titolo della pellicola, Josè Fermin Fitzcarrald, che per attraversare una montagna con la propria nave, la fece smontare pezzo per pezzo per poi rimontarla dall’altro lato. Herzog non fu da meno, pretendendo che quella del film fosse trasportata da un lato all’altro dell’altura addirittura trainandola. La produzione, che doveva possedere un gran senso dell’umorismo gli concesse anche questo, tanto da avere una vera e propria piccola flotta di tre imbarcazioni. Fu chiaramente progettato un sistema complesso di argani per fare risalire il pesantissimo mezzo: addirittura il primo progetto dell’ingegnere Laplace Martins che prevedeva un certo tipo di inclinazione rimase inascoltato da parte del regista, che raddoppiandola fece si che i tiranti si rompessero (la scena dell’accaduto tra l’altro fa parte dell’opera cinematografica).

Per la scena delle rapide venne utilizzata un’altra delle navi, che oltre a danneggiarsi sbattendo ripetutamente alle pareti rocciose, si incagliò e rimase ferma due mesi, nel frattempo durante i forti sobbalzi dell’imbarcazione si ferì in modo abbastanza serio un cameraman che stava riprendendo. Solo grazie alla successiva stagione delle piogge si riuscì a disincagliarla per la prosecuzione della scena. Nonostante la dolce follia che attraversa e assorbe completamente la pellicola, si percepisce andando avanti un crescendo notevole intinto di musica d’autore e ardore incontrastato. L’utopia accarezzata nella finzione della pellicola come nella mente di Herzog, edifica un inno all’incompiuto di rara bellezza. La poeticità del grammofono che suona sulla nave le liriche classiche nel silenzio amazzonico, rappresenta tutta la magnificenza dell’arte prodotta dall’uomo.

L’ascesa umana alla continua ricerca di immortalità è rappresentata pienamente dalle aspirazioni di Kinski/Fitzcarraldo ed il suo folle progetto attraverso la ricerca e commercializzazione del caucciù in territori ostili ed inesplorati, solo per costruire un teatro dell’opera in un piccolo villaggio amazzonico per farvi esibire il grande tenore italiano Enrico Caruso. L’educazione alla bellezza, di cui tanto anche nel nostro Paese si è spesso parlato e che oramai sembra completamente scomparsa sia dalle agende politiche, che dagli occhi di molte persone che considerano sia le materie umanistiche sia l’arte come uno specchio per le allodole dei benestanti, è un concetto che sembrerebbe astratto ma in realtà ci rende sicuramente soggetti migliori. Anche questo può spingerci ad imprese straordinarie, perché ci permette di mantenere la mente aperta, ma soprattutto ci impedisce di invecchiare nello spirito. Se c’è qualcosa che Herzog ci insegna con la sua opera è proprio la voglia di rilanciarsi sempre e comunque per un obiettivo, abbattendo la noia ed i giorni sempre uguali di “Medeirosiana memoria”.

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