Pompei: la storia, gli scavi e il racconto dell’eruzione

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Dedicare uno scritto all’antica città di Pompei, che rappresenta tuttora la più ampia ed esaustiva testimonianza della civiltà romana, è un’operazione quanto mai complessa e delicata, ma doverosa. Pertanto, non me ne vogliano gli esperti di archeologia o presunti tali se, di certo, nel corso della seguente trattazione (non accademica) trascurerò alcuni elementi.

La storia

Cosa si conosce dell’origine storica di Pompei? Gli esperti ritengono che sia stata fondata dagli Osci nell’VIII secolo a.C., nei pressi del fiume Sarno, su un pianoro costituito da una colata lavica, nonostante alcuni reperti indichino che vi fossero insediamenti umani già nei due secoli precedenti. La futura Pompei, comunque, nel periodo osco, diventò presto un centro di una certa importanza negli scambi tra la Magna Graecia e l’Italia centrale, fino ad essere conquistata dalla fiorente città greca di Cuma tra la fine del VI secolo e l’inizio del V secolo a.C.. Di seguito subì la dominazione etrusca che diede alla città un volto nuovo, arricchendola di nuovi edifici civili e religiosi, come il Tempio di Apollo, diventando poi avamposto marittimo della città sannita di Nocera.

Come si può evincere da queste poche righe, Pompei, prima della definitiva conquista romana avvenuta nel III secolo a.C., può essere considerata l’emblema dell’evoluzione di quel territorio che sarà denominato Campania felix, crocevia di culture e di diverse etnie italiche ed elleniche.

Con i Romani, Pompei assunse le caratteristiche proprie della città commerciale di primo livello, centro di esportazione di olio e di vino verso tutti i principali porti del bacino del Mediterraneo, il Mare Nostrum.

Soprattutto a partire dal II secolo a.C., la città ebbe un notevole sviluppo urbanistico, con la costruzione di un foro, di importanti templi, come quello dedicato a Giove e ad Iside, nonché con l’edificazione di eleganti case e ville che la resero una mèta ambita per i ricchi cittadini romani in cerca di riposo o di svaghi.

Dal punto di vista politico, Pompei fu elevata prima al rango di municipium, anche come premio per aver sostenuto con uomini e mezzi la politica di espansione di Roma durante la seconda guerra punica e, poi, colonia, con il nome di Cornelia Veneria Pompeianorum, al tempo delle guerre sociali che vide la strenua opposizione tra Mario e Silla.

Nella seconda metà del I secolo si verificarono gli eventi che hanno reso Pompei un mito, la cui fama è nota in tutto il mondo. Dapprima nel 62, la città fu colpita da un violento terremoto che provocò ingenti danni, in parte riparati in maniera rapida, grazie alla prosperità economica dei cittadini ed all’appoggio di Roma.

Nel 79, tuttavia, avvenne l’irreparabile: una disastrosa quanto spettacolare eruzione del Vesuvio coprì l’intera città sotto la cenere ed i lapilli. In pochi istanti la vita dei cittadini si fermò e Cornelia Veneria Pompeianorum fu cancellata, anzi per meglio dire, fu seppellita. Durante i decenni successivi, l’area pompeiana, divenuta arida ed insalubre, fu completamente evitata ed ignorata, nonostante alcuni arditi “pionieri” si fossero cimentati in un’improbabile ricerca, considerati i mezzi ed i metodi dell’epoca.

Così Pompei rimase sepolta e non venne più ritrovata, pur celebrata da coloriti racconti letterari come quello di Plinio il giovane. Dovettero passare circa diciassette secoli, prima che i resti della città tornassero pian piano alla luce.

Gli scavi

La vicenda che riguarda gli scavi archeologici dell’area che comprendeva Pompei, Ercolano, Stabiae (attuale Castellammare di Stabia) ed Oplonti (attuale Torre Annunziata) nasce nel 1748 sotto l’illuminato Carlo III di Borbone, per arrivare fino ai nostri giorni, costituendo una delle più colossali operazioni di recupero che la storia ricordi, peraltro non del tutta completata. Già in precedenza erano emersi alcuni elementi che avevano risvegliato l’interesse per l’antica città. Verso la metà del sedicesimo secolo, il conte di Sarno, Muzio Tuttavilla, aggiunse ai suoi possedimenti anche il feudo di Torre Annunziata e commissionò un’importante opera idrogeologica al famoso architetto Domenico Fontana, ovvero la costruzione di un canale che sfruttasse le acque del fiume Sarno, per poter alimentare i mulini di quel territorio. Alla fine del Cinquecento, quando i lavori cominciarono, furono scoperte monete ed altre vestigia, ma non si riuscì a comprendere che si trattava dell’antica Pompei.

Il disastroso terremoto del 1631 dissuase gli interessati dall’intento di continuare le ricerche. Come si diceva in precedenza, sull’onda dell’entusiasmo di alcuni ritrovamenti nella zona di Ercolano, Carlo III di Borbone investì Roque Joaquin de Alcubierre della direzione degli scavi che, all’inizio, credette di essere sulle tracce della città di Stabiae. Dopo alcuni anni di pausa, i lavori ripresero nel 1763 quando fu individuata un’epigrafe riportante la scritta Res Publica Pompeianorum, rendendo chiara l’ipotesi che si era ad un passo dalla scoperta della mitica città di Pompei.

Negli anni successivi, un’inedita Mecenate, la regina Maria Carolina, moglie di Ferdinando IV, diede un nuovo impulso alle operazioni di recupero dirette dall’ingegnere spagnolo Francesco La Vega, al quale si deve la scoperta di una vasta area della città, comprendente i teatri, il tempio di Iside, il foro Triangolare, la necropoli ed alcune residenze importanti. Gli scavi proseguirono in maniera considerevole anche durante il breve dominio napoleonico di Gioacchino Murat e, soprattutto grazie alle pubblicazioni finanziate da sua moglie Carolina, il sito archeologico di Pompei diventò famoso in tutta Europa, al punto da diventare una delle tappe obbligate per gli avventurieri dell’epoca, ispirati dal nascente movimento culturale del Romanticismo. Dopo alcuni decenni di stallo nelle ulteriori ricerche, l’entusiamo si riaccese, dopo l’Unità d’Italia, grazie alla guida di Giuseppe Fiorelli che introdusse la suddivisione della città in regiones et insulae, con la produzione delle prime aree topografiche dell’area archeologica. Fu, inoltre, elaborata la tecnica dei calchi che si rivelò preziosa per le successive analisi dei reperti.

Nei primi decenni del secolo scorso, si riuscì a riportare alla luce la zona intorno a Porta Ercolano e la famosissima Villa dei Misteri, grazie alla costante abnegazione di archeologi come Vittorio Spinazzola ed Amedeo Maiuri.

Già negli anni Sessanta del ventesimo secolo, le strutture riemerse, dopo secoli di oscurità, richiesero continui lavori di restrauro, mentre i nuovi scavi andarono avanti con molta lentezza, sia per mancanza di adeguati finanziamenti ad hoc, sia a causa di calamità naturali, come il terremoto del 1980.

Come è accaduto per tanti altri luoghi del nostro meraviglioso Paese, anche l’intera area archeologica di Pompei nel 1997 è entrata a far parte del patrimonio dell’umanità dell’UNESCO, mentre i lavori di scavi furono concentrati maggiormente nella zona denominata “IX regio”.

A partire soprattutto dal 2010, quando crollò l’emblematica Casa dei Gladiatori, abbiamo assistito, purtroppo, ad un graduale degrado della magnifica Pompei, al quale l’Unione Europea ha cercato di porre rimedio, stanziando una considerevole somma per la protezione del sito, dando vita ad una massiccia opera di ristrutturazione denominata “Grande Progetto Pompei”. I problemi sono stati risolti solo in parte, in quanto sono continuati i crolli di alcune porzioni di edifici e le ulteriori ricerche sono proseguite con notevole lentezza, anche se, come vedremo, Pompei non smetterà di stupirci.

L’eruzione del Vesuvio

Le fonti principali, relative alla terribile eruzione del Vesuvio del 79 d.C., scritte solo qualche decennio dopo l’evento, si devono a Plinio il giovane che, all’epoca dei fatti, si trovava insieme allo zio materno Plinio il Vecchio, designato comandante della flotta presso la città di Miseno, leggermente a nord di Napoli.

Plinio il Vecchio perse la vita proprio mentre cercava di soccorrere le città dell’area vesuviana. Il nipote fornì accurate descrizioni dei fatti in due epistole indirizzate all’amico e storico Tacito, redatte nel primo decennio del II secolo. Plinio il giovane cercò di  fornire anche un “quadro scientifico” riguardo all’eruzione vulcanica, ovviamente con le conoscenze a disposizione in quel periodo, al punto che ancora oggi quel tipo di fenomeno è denominato “eruzione pliniana”, assumendo una valenza di carattere paradigmatico. Si accoglie generalmente, come buona, la datazione riportata dallo stesso Plinio, nonum kalendas septembres (nove giorni alle calende di settembre), corrispondente al 24 agosto. Gli studiosi si sono dibattuti sulla certezza di tale notizia, anche perchè in alcuni manoscritti medioevali, che hanno riprodotto le lettere di Plinio, si ritrovano datazioni alternative, come kalendae novembres (1 novembre) oppure nonum kalendas novembres (nove giorni dalle calende di nobvembre) e, quindi, il 24 ottobre. Altre fonti, come quella di Cassio Dione, nella sua Storia romana, riferisce nonum kalendas dicembres, corrispondente al 23 novembre.

Alcuni archeologi, a partire da Carlo Maria Rosini alla fine del Settecento, hanno ritenuto preferibile la datazione autunnale indicata da Cassio Dione, in considerazione del ritrovamento di resti di prodotti tipicamente di quella stagione, come le castagne, le noci, l’uva, i fichi secchi e le melagrane.

L’unica ragionevole certezza, a seguito del ritrovamento di alcune monete ed oggetti preziosi, avvenuto nel giugno del 1974, è che l’evento si sia verificato dopo il 1 luglio 79 d.C.. La valuta, infatti, presentava sul diritto il ritratto dell’imperatore con l’iscrizione “IMP TITUS CAES VESPASIAN AUG P M” (Imperatore Tito Cesare Vespasiano Augusto Pontefice Massimo che, messa in relazione con l’incisione sulla parte rovescia, indicante per via indiretta il momento del conio della stessa moneta, contribuiva a fare luce sulla cronologia della disastrosa eruzione vesuviana.

Le ricostruzione storiche, come è noto, sono work in progress e non mere registrazioni di fatti raccontati, per cui non è da escludere che futuri studi e nuovi ritrovamenti possano essere di maggiore ausilio per determinare con certezza il giorno della distruzione pompeiana.

Il racconto di Plinio il giovane è, comunque, profondamente suggestivo.

Nella prima lettera a Tacito, così descrive le concitate fasi dell’eruzione da testimone diretto: La nube si levava, non sapevamo con certezza da quale monte, poiché guardavamo da lontano (Miseno), solo più tardi si ebbe la cognizione che il monte fosse il Vesuvio. Ciò fa comprendere come il pericolo avesse ingenerato confusione, o almeno non fosse percepito come un fatto imminente, considerando anche che il narratore non è un quisque de populo, ma un parente stretto di un alto condottiero militare. Ed il racconto continua con la narrazione delle gesta eroiche dello zio: Già sulle navi la cenere cadeva, più calda e più fitta man mano che si avvicinavano; già cadevano anche i pezzi di pomice e pietre annerite ed arse e spezzettate dal fuoco; già, inatteso, un bassofondo e la riva, per la rovina del Monte impedisce lo sbarco.

Ebbe un momento di esitazione, se dovesse tornare indietro e il pilota così lo consigliava, ma egli (lo zio) subito disse: “la Fortuna aiuta i forti. Raggiungi Pomponiano (un amico di Plinio il Vecchio che aveva la villa a Stabiae).

Poeticamente apocalittico è l’ultimo passo della lettera: Alla fine quella tenebra diventò quasi fumo o nebbia e subito ritornò la luce del giorno, rifulse anche il sole; un sole livido come suole essere quando si eclissa. Dinanzi ai miei occhi spauriti tutto appariva mutato: c’era un manto di cenere alta come la neve.

Questa conclusione è significativa per capire quale fosse lo stato d’animo di coloro che avevano assistito a quel tremendo spettacolo, seppure ad una certa distanza.

L’eruzione del Vesuvio del 79 d.C. si impose come evento traumatico per un’intera epoca, una sorta di spartiacque tra quanto era avvenuto prima e quanto sarebbe successo dopo, un po’ come in epoca recente è avvenuto con l’assalto alle Torri Gemelle di New York nel settembre del 2001.

Prima di immaginare come si vivesse nella Pompei antica, è giusto ribadire che l’eruzione del Vesuvio, devastante ed imprevedibile, invece di distruggere completamente la città, l’ha paradossalmente “ibernata” in attesa che in un futuro lontano fossero disponibili i metodi ed i mezzi necessari per disseppelirla dagli strati di cenere e di lava, nonchè dagli effetti consueti corrosivi del tempo.

Pertanto, Pompei ed Ercolano costituiscono esempi unici del modo di vivere dell’età romana, molto di più della stessa città eterna, destinata al normale degrado del trascorrere del tempo. E le scoperte non sono affatto terminate: gli archeologi ritengono che circa un terzo dell’antica città sia ancora sepolto.

La particolarità della calamità naturale ci ha riservato una scoperta scioccante, riguardo alle quasi 2000 vittime ritrovate: i loro corpi si sono decomposti nel corso del tempo, mentre i rispettivi scheletri sono rimasti pressochè intatti, molto spesso nella posizione dell’ultima azione che stavano compiendo prima di essere sopraffatti dal flagello, in una sorta di fotografia istantanea ante litteram.

Gli edifici civili e religiosi, le residenze comuni e le eleganti ville sono in grado di raccontarci la pulsante vita di Pompei, sottolineandone le contraddizioni, l’opulenza, la differenza di classi e le abitudini più comuni dell’intera comunità cittadina.

La vita che fu

Pur dovendo mettere in conto numerosi furti, una buona parte del patrimonio artistico dell’originaria Pompei è ancora presente fra le sue mura: sculture, affreschi, gioielli, monili, oggetti ed arcaici graffiti ci testimoniano una continua evoluzione del costume sociale dell’epoca.

Utilizzando come base i numerosi reperti trovati in circa due secoli e mezzo di ricerche, unitamente alle conoscenze storiche generali circa le consuetudini dell’epoca romana, in una ricostruzione in cui non può mancare una buona dose di immaginazione, possiamo perfino cercare di figurarci l’andamento di una nornmale giornata nell’antica Pompei.

Come è noto, in epoca romana, il giorno era suddiviso in horae, che non corrispondevano esattamente ai nostri canonici 60 minuti, ma potevano durare dai 90 ai 100 minuti.

Pertanto, le horae rappresentavano delle vere e proprie “periodizzazioni” che scandivano l’organizzazione giornaliera delle attività dei cittadini pompeiani.

La mancanza di energia elettrica induceva le persone a seguire i ritmi del sole, per cui vi erano notevoli differenze di abitudini tra il semestre primavera/estate e quello autunno/inverno. Nei mesi da marzo a settembre, i Pompeiani si svegliavano molto presto, intorno alle 4.30, nella cosiddetta hora prima, diversamente da quando succedeva nel resto dell’anno, in cui era necessario attendere la luce almeno fino all’hora secunda, che grosso modo andava dalle 5,40 alle 7 del mattino.

Uno dei problemi più importanti era rappresentato dall’approvvigionamento idrico, in quanto l’acqua corrente era riservata soltanto a pochissimi cittadini delle classi più elevate: i cittadini comuni dovevano procurarsela presso le fontane pubbliche, soltanto per dissetarsi o per abluzioni leggere, come il lavaggio del viso o delle mani, mentre per i “bagni” completi dovevano adoperare le multifunzionali terme.

Al termine dell’hora secunda, intorno alle 7 circa, possiamo immaginare Pompei già come un brulicare frenetico di attività, con ogni cittadino che svolgeva il suo ruolo, dal patrizio allo schiavo: le botteghe aperte, i vivaci cantieri già in funzione ed i contadini intenti alle loro occupazioni nei campi. Tra l’hora quarta e l’hora septima (8.15-13.15 circa) si svolgevano le principali attività commerciali e pubbliche della città, con il mercato pieno di gente, gli ambulanti che trasportavano le merci,  il foro animato da pittoreschi personaggi, dove si passeggiava e si tenevano i comizi ed i processi. Alcune testimonianze ci lasciano intendere che tra l’hora septima e l’octava (12-14.30 circa), i Pompeiani di solito si concedessero un periodo di ricreazione, ovviamente con le peculiarità dovute alle differenze di classe sociale di appartenenza. Alcuni ricchi cittadini, soprattutto con lo scopo di propaganda politica, offrivano spettacoli cruenti di gladiatori nell’attrezzato anfiteatro, che spesso terminavano con la morte di uno dei due contendenti. Per alcuni violenti scontri avvenuti tra gli spettatori della fazione pompeiana e di quella nocerina, gli spettacoli nell’anfiteatro di Pompei furono addirittura sospesi per alcuni anni, fino a riprendere per concessione di Nerone, dopo una vibrante intercessione della disinibita moglie Poppea, che era proprio di origini pompeiane.

Molti cittadini si dedicavano ad uno spuntino nelle taverne a base di focacce, pesce e frutta. Il prezzo per entrare alle terme era molto basso, in modo che vi potessero accedere tutti, perfino gli schiavi. Ciò era frutto della lungimirante politica romana che, nei limiti del possibile, sollecitava ciascuno all’igiene personale. Le terme erano considerate un importante punto di ritrovo, dove spesso si stabilivano patti ed affari, nonché si tramavano intrighi politici. Ed, in questi luoghi, pur non essendo vere palestre, era possibile esercitare il corpo con esercizi fisici. Vi è da aggiungere che proprio nell’età della “pax Romana”, una periodizzazione storica “figurata” ed “indicativa” che, comunque, solitamente si fa coincidere con l’ascesa al potere di Ottaviano Augusto per terminare negli ultimi decenni del I secolo, la vita media nelle città civilizzate della penisola italica sfiorò i 40 anni, diminuendo nei secoli successivi, fino a precipitare durante l’alto Medioevo.

Verso la fine dell’hora decima (17.30 circa), in autunno ed inverno, con il calare del sole, i Pompeiani si ritiravano in casa per riposarsi e consumare la cena.

Non era consigliato sostare per le strade buie, a causa della presenza di briganti e di malintenzionati, per cui dopo il tramonto sulla vivace vita pubblica di Pompei calava il silenzio, ma non su quella privata. Anche a Pompei si svolgeva uno dei mestieri più antichi del mondo, la prostituzione, che avveniva, in particolare, nei Lupanare (appunto da lupa che era un termine con il quale si indicavano le prostitute).

Questa tipo di bordello era generalmente molto organizzato, in un ambiente disposto su due piani e gli incontri si svolgevano su comodi materassi in stanze, dove le pareti erano decorate con quadretti o affreschi riportanti le posizioni di accoppiamento. Le ragazze erano di solito schiave di origine orientale o greca, sottoposte al rigido controllo del lenone, il tenutario del bordello a cui andava tutto il ricavato.

I luoghi

Secondo gli storici, Pompei era un’ambita località di vacanza per i ricchi Romani e, mediamente, la città era popolata da circa 15.000 persone, un numero tutt’altro che trascurabile considerata l’epoca. Un gran numero di patrizi Romani possedeva una casa di vacanza a Pompei, dove si recavano soprattutto durante i mesi estivi, per evitare la calura e la confusione della grande città. Le residenze più eleganti erano decorate con una pittura d’ocra rossa di origine inorganica, composta da ossido di ferro, conosciuta anticamente con il nome di sinopsis e divenuta famosa nell’epoca moderna con la denominazione predicativa di rosso pompeiano, proprio per la larga diffusione nel relativo parco archeologico.

È molto difficile accennare alle residenze più belle della città, ma ritengo sia il caso di cominciare dalla celebre Villa dei Misteri, la cui descrizione meriterebbe una trattazione a sé stante. Si tratta forse dell’edificio più famoso di Pompei ed anche il più misterioso. La denominazione così evocativa deriva dalla presenza sulle pareti della villa di molteplici dipinti che indicano che in quel luogo si celebravano gli antichi e sacri Misteri. Nonostante il gran numero di immagini impresse sulle pareti, non è stato trovato alcun testo che potesse fare chiarezza su quanto avvenisse nell’edificio. Gli studiosi, pertanto, hanno potuto elaborare le proprie teorie, grazie alla conoscenza approfondita della religiosità romana, ampiamente documentata in altre testimonianze. In una delle aree della villa adibita alla servitù, furono ritrovati alcuni scheletri pietrificati. Pertanto, si è supposto che gli schiavi non riuscirono a mettersi in salvo, a differenze del ricco padrone di cui si ignora la sorte.

Se poi ci spostiamo nella Causa del Fauno, la residenza al momento conosciuta del parco archeologico pompeiano, con la superficie più estesa (oltre 3.000 mq), rimaniamo impressionati dall’eleganza delle decorazioni dei vari locali, un’opulenza palpabile che ci lascia facilmente supporre l’appartenenza ad un personaggio molto in vista. Di particolare interesse è la grande sala dopo il colonnato, dove è raffigurata l’importante vittoria di Alessandro Magno ad Issa. Ho trovato molto suggestiva la dimora denominata di Casca Longus, dal nome del proprietario che sarebbe stato coinvolto nella congiura contro Giulio Cesare. Questa casa si distingue per le magnifiche scene di rappresentazioni teatrali che impreziosiscono le pareti.

Per la particolarità dei mosaici dei suoi pavimenti, tra i meglio conservati dell’intero parco archeologico, non può passare inosservata la casa dei cinghiali, chiamata così proprio per la sua raffigurazione più celebre e significativa: una scena di caccia al fiero animale che viene assalito dai cani. Così come ho trovato molto evocativa della tragedia che si stava consumando, la vicenda della Villa di Diomede, collocata appena fuori dalle mura della città, dove fu ritrovato il corpo del presunto proprietario abbracciato a quello di un giovane servo, con un sacchetto pieno di monete d’oro, forse nel tentativo disperato di fuggire. Un discorso a parte merita la casa dei gladiatori che, a dispetto del nome, costituiva una vera e propria palestra attrezzata, dove probabilmente alloggiavano non solo i combattenti, ma anche le rispettive famiglie. Sul pavimento a mosaico dell’atrio sono incise scene di lotta tra gladiatori, mentre sulle colonne sono segnati i nominativi dei vincitori dei vari combattimenti.

Come disse Goethe, quando visitò Pompei, “mai una catastrofe aveva procurato tanta soddisfazione nelle generazioni successive”, i resti di Pompei risultano quasi provvidenziali per studiare il modo di vivere dell’epoca romana. Si tratta di un’affermazione in apparenza cinica, se si pensa a tutte le vittime della terribile eruzione, ma che vuole indicare come siano preziose le antiche vestigia di Pompei per comprendere i costumi privati e pubblici della Roma imperiale.

Come abbiamo accennato in precedenza, il Foro era il fulcro della vita della città, dove vi erano gli edifici adibiti al culto religioso, come il tempio di Apollo, mentre nella cosiddetta “basilica” si tenevano i processi e le attività commerciali al chiuso.

È necessario sottolineare come gli antichi Romani praticassero il culto religioso al di fuori dei templi, il cui ingresso era riservato solo ai sacerdoti. Saranno i cristiani, invece, a capovolgere tale impostazione, scegliendo come modello per le loro assemblee (significato etimologico di ecclesia, per usura fonetica “Chiesa”), quello delle basiliche, originariamente destinate ad un utlizzo civile. Se osserviamo la struttura delle antiche basiliche romane, notiamo, infatti, che esse sono strutturate, secondo i canoni degli edifici di culto cristiani, seppure con notevoli differenziazioni architettoniche, a seconda dell’epoca storica di riferimento, con la sede del giudice collocata nella parte absidale.

Nella vivace ed opulenta Pompei non potevano mica mancare i teatri! Le ricerche archeologiche ne hanno portato alla luce ben due, uno grande all’aperto ed uno di più modeste dimensioni al chiuso, forse anche più adatto per la stagione invernale.

Nei teatri si rappresentavano non solo le grandi tragedie della tradizione ellenica, ma anche le commedie romane di Plauto e di Terenzio, la cui caratterizzazione dei personaggi, nonostante siano passati tanti secoli, è quanto mai attuale.

Non possiamo ancora oggi individuare esilaranti corrispondenze con i politici vanitosi e chiacchieroni, i ricchi avari e poco lungimiranti, i giovani pettegoli ed attaccabrighe? Il tempo passa, ma le miserie del genere umano persistono invariate.

Parlando della vita quotidiana dei Pompeiani, abbiamo fatto riferimento alla consuetudine di assistere ai cruenti combattimenti che si svolgevano nell’anfiteatro, ampio ed in pietra, costruito intorno al 70 a.C.. I giochi circensi e gli spettacoli che dovevano svolgersi nell’anfiteatro venivano, molto spesso, pubblicizzati in maniera solenne, come testimoniano alcune iscrizioni. Si tratta di uno degli anfiteatri più antichi e meglio conservati dell’epoca romana, sapientemente organizzato in due ordini: la prima parte era quella inferiore ed era costituita da “archi ciechi” in pietra, sotto i quali, durante gli spettacoli, i mercanti si dedicavano alle più disparate attività commerciali; la seconda parte, quella superiore, era formata, invece, da archi “a tutto sesto”. L’intelligente progettazione prevedeva un “ambulacro”, collocato fra i due ordini, in modo da permettere agli spettatori di raggiungere le gradinate.

Pompei nell’immaginario odierno

Le vicende riguardanti l’antica Pompei e la sua tragica distruzione sono entrate nell’immaginario collettivo della cultura mondiale, favorendo trasposizioni letterarie e cinematografiche non sempre precise e tendenti, invece, alla spettacolarizzazione con alcune eccezioni, come il testo di Alberto Angela, I tre giorni di Pompei, abbastanza fedele alla realtà. Tra le rappresentazioni per il pubblico del grande e del piccolo schermo più recenti, ricordo la pellicola Pompei del 2014, diretta da Paul W. S. Anderson e la miniserie italiana, con lo stesso titolo, prodotta nel 2007.

Le ricostruzioni storiche e le già citate testimonianze oculari di Plinio il giovane hanno contribuito a sfatare il mito, secondo il quale l’eruzione del Vesuvio avrebbe sorpreso i Pompeiani nella loro placida vita quotidiana. Dalle lettere di Plinio, è stato possibile apprendere, infatti, che il Vesuvio aveva già lanciato moniti nei giorni precedenti, permettendo ad un certo numero di cittadini di fuggire con i propri beni.

In quest’ottica, deve essere considerato ancora più eroico il tentativo dello zio, a capo della flotta di Miseno, che perse la vita durante i soccorsi, forse anche tradito dalla propria passione per la scienza, attardandosi nella osservazione dello straordinario quanto distruttivo fenomeno naturale. Inoltre, molti edifici della città erano da tempo pericolanti, già duramente colpiti dal terremoto dell’anno 62.

È necessario considerare, inoltre, come nel corso del tempo la sepolta Pompei sia stata esposta a continui saccheggi da parte di personaggi del luogo che miravano solanto a raccogliere gli oggetti più preziosi per ricavarne un facile guadagno.

A ciò si deve aggiungere la considerazione che, durante gli scavi del diciassettesimo e del diciottesimo secolo, molti reperti venivano collocati in aree adiacenti, esplorate solo successivamente, con la conseguenza che questa commistione di elementi finiva con l’ingenerare confusione sulla stessa provenienza degli stessi.

Ma cosa colpì così tragicamente Pompei, Ercolano, Stabiae ed Oplonti?

Dal punto di vista cinematografico è molto più semplice parlare di “colate laviche”, immagine più agevole da ricomporre. In realtà le città compane furono colpite dai cosidddetti tephra, cioè un tipo di materiale lanciato insieme alla colonna eruttiva, a velocità elevatissima, e poi caduto sotto forma di detriti anche a distanze notevoli.

Ma la minaccia più grave fu costituita dai “base surge”, gas dovuti all’attività esplosiva della colonna eruttiva che provocarono la combustione della maggior parte degli elementi naturali ed artificiali che incontrarono nel loro percorso di distruzione.

Forse l’attrazione più sconvolgente e macabra di Pompei, è rappresentata dai  “fuggiaschi”, così chiamati dagli esperti con uno sforzo di immaginazione. Si tratta dei resti di 1047 persone, di cui, con i dati aggiornati al 2018, sono stati ottenuti  103 calchi in gesso. Questa straordinaria ed inquietante ricostruzione è stata possibile, grazie proprio al deposito dei “base sourge” e dei materiali piroclastici depositati e poi cementati. Di seguito tessuti e muscoli dei corpi si sono decomposti, mentre gli scheletri sono rimasti intatti, lasciando un’intercapedine come traccia dei tessuti molli e creando, pertanto, i presupposti per la riproduzione dei calchi.

E come in una sorta di fotografia diacronica, possiamo immaginare gli ultimi istanti drammatici della bella Pompei, guardando i calchi così plasticamente e realisticamente plasmati, attribuendo a ciascuno una vita, un pensiero, un’emozione. Mi piace concludere questa breve sintesi, menzionando una delle scoperte più significative e sensazionali: un gruppo di persone  ritrovate nei pressi della casa del Criptoportico che, camminando sopra uno strato di lapilli, appariva terrorizzato e disorientato nella disperata ricerca di una via di fuga.

Gli studiosi sono certi che Pompei continuerà a soprenderci, come le ultime recenti scoperte del Gran Carro Cerimoniale e del Termopolio della Regio V  hanno dimostrato.

 Nuove ed importanti pagine sulla sorte di questa splendida, sfortunata ed emblematica città sono ancora da scrivere.

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