Duke Ellington: the King of Swing

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Cos’è lo swing? In senso letterale swing significa “oscillare”, “dondolare”, ma per la musica lo swing ha molte accezioni: è soprattutto uno stile jazz che si è sviluppato tra gli anni trenta e quaranta e ha segnato una delle epoche più affascinanti della storia musicale.

Uno dei protagonisti indiscussi di questa fase del jazz fu Edward Kennedy Ellington, comunemente conosciuto come “Duke” per i suoi modi affettati e per la sua eleganza da vero aristocratico. Pianista e band leader tra i più carismatici, il Duca divenne un autore e arrangiatore capace di lasciare nella sua carriera, lunga oltre cinquant’anni, un segno indiscusso nella storia della musica occidentale.

La sua attività artistica iniziò all’alba degli anni venti e venne scandita da una progressiva e veloce affermazione, che lo avrebbe accompagnato in pochi anni a diventare leader di una delle più richieste orchestre jazz del periodo e ad animare le infinite notti al Cotton Club di Harlem.

In quegli anni, segnati dal proibizionismo e dall’euforia di vivere in quella che dopo la Grande Guerra era diventata la prima potenza mondiale, le grandi orchestre si presero via via la scena e scandirono il ritmo per l’inesauribile voglia di ballo degli americani: i nuovi balli di coppia e di gruppo, diffusi grazie ai dischi e alle radio, venivano accolti con sempre maggiore entusiasmo da una generazione desiderosa di staccarsi definitivamente dalle costrizioni sociali, che sembravano di colpo vecchie e incapaci di stare al passo dei tempi.

Per venire incontro alla necessità di aggiungere sempre più colori e sfumature alle loro tavolozze sonore le piccole orchestre avevano così dovuto allargare a dismisura le proprie formazioni. Nascevano così le big band, formate da musicisti sempre più numerosi, che arrivavano a vantare anche diciannove elementi tra sezioni ritmiche e di fiati, diventando per decenni il vero motore trainante della scena jazz.

Grazie a questa maggiore possibilità di strumenti crebbe anche un nuovo sentimento all’interno delle grandi orchestre, che concepirono brani sempre più dinamici e dai ritmi pulsanti su cui le continue improvvisazioni dei solisti si andavano a integrare e incrociare, rendendo protagonisti strumenti “nuovi” come la chitarra e il sassofono: l’era dello swing era pronta a decollare.

Con l’arrivo della Grande Depressione del 1929, che mise in crisi il sistema economico mondiale e falcidiò su scala globale consumi e salari, non ci fu settore che si poté dire al sicuro, compresa l’industria musicale. Le grandi big band promossero ed eseguirono lo swing come il nuovo genere di cui la gente aveva bisogno per sfuggire ai pensieri quotidiani, rendendolo ancora più ballabile e orecchiabile.

Durante quegli anni imperversarono soprattutto le grandi formazioni bianche come quelle di Benny Goodman e Glenn Miller, che resero il suono delle composizioni più pulito e accettabile possibile, mentre le big band nere portavano avanti un discorso di maggiore sperimentazione.

Le grandi orchestre nere, malgrado le restrizioni e i pregiudizi sociali dell’epoca, non faticarono più di tanto a entrare nelle grazie del pubblico bianco, che continuava a considerare il musicista di colore un intrattenitore utile al divertimento e una licenza esotica che ci si poteva concedere nonostante tutto, a patto che si conformasse agli standard sociali.

Le concessioni però si fermavano qui e non erano previsti ulteriori sconti nei confronti della gente di colore, il che rendeva spesso arduo raggiungere l’agognata sicurezza economica anche per stelle indiscusse del calibro di Ellington, che intanto nel 1932 si apprestava a regalare al suo pubblico la canzone simbolo del nuovo genere.

Scritta nell’estate dell’anno prima, It Don’t Mean a Thing (If It Ain’t Got That Swing) (“Non significa nulla se non ha quello swing”) introdusse nel lessico comune la parola “swing” e divenne il metro di paragone per ogni altra canzone che avesse affrontato il genere. Il brano sembrava essere una vera e propria dichiarazione di intenti da parte di Duke Ellington, che coniò il titolo da una frase usata spesso dal suo ex trombettista, James “Bubber” Miley, che aveva da poco lasciato la sua band e si sarebbe spento poco dopo per tubercolosi.

La canzone, che non faticò particolarmente a entrare nelle grazie del pubblico, metteva in mostra tutta l’enorme maestria e inventiva nell’arrangiamento da parte del Duca, che compose un motivo dalla melodia assai orecchiabile e si affidò alla voce di Ivie Anderson per scandire l’ironia del testo: il successo del brano costrinse le big band che desideravano imporsi ad affidarsi anche ai cantanti, che divennero figure centrali nello sviluppo del fenomeno swing.

Lo swing che Duke Ellington propose con It Don’t Mean a Thing (If It Ain’t Got That Swing) divenne soprattutto una predisposizione, uno stile ritmico con cui l’orchestra esegue il brano all’insegna della vivacità e dell’energia, ma sempre con una propensione uniforme e lineare. It Don’t Mean a Thing (If It Ain’t Got That Swing) conquistò davvero tutti, soprattutto i bianchi, che si innamorarono subito di quel ritmo di cui la canzone divenne il vero manifesto ideologico, nonostante provenisse dai tanto denigrati neri.

Duke Ellington continuò fino alla morte a suonare con la sua grande orchestra, guidandola come se fosse una estensione del suo corpo anche oltre la scomparsa dell’interesse del pubblico per le sale da ballo: questa creatura, su cui esercitava la sua ferrea leadership senza mai essere opprimente, gli permise di dipingere note dalle mille sfumature e colori in cui il suo pianoforte era centrale senza volerlo essere. Grazie a lui il jazz riuscì a salire di livello, diventando allo stesso tempo accessibile e complesso, mostrandosi capace di superare la semplicistica classificazione di musica estemporanea che lo accompagnava dagli esordi: con Duke Ellington il jazz si evolse finalmente in un’espressione colma di sfumature e in grado di alternare assoli e improvvisazioni all’interno di una struttura solida. Sempre a patto che avesse quello swing, altrimenti non significava nulla.

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