The Lincoln Lawyer: Quando grazie al thriller McConaughey decise di diventare un vero attore

Questo articolo racconta il film The Lincoln Lawyer di Brad Furman in un formato che intende essere più di una semplice recensione: lo scopo è andare oltre il significato del film e fornire una analisi e una spiegazione delle idee e delle dinamiche che gli hanno dato vita.

Ha dell’incredibile come alcuni eventi o decisioni improvvise possano fare cambiare improvvisamente direzione alle nostre esistenze. Che sia una svolta lavorativa o personale, quello che conta realmente è la nuova visione che si ha di se stessi. Ad Hollywood quando il belloccio e scolpito Matthew McConaughey decise di dare una virata profonda alla sua carriera attoriale tutti storsero un po’ il naso, proprio perché nessuno si sarebbe aspettato un cambio così radicale da un personaggio che aveva fatto della leggerezza “artistica” la sua “Raison d’être”. Se dovessimo considerare la genesi della sua nuova vita attoriale, la prima pellicola che ci verrebbe in mente e che ha posto le basi per l’Oscar del club dei motociclisti di Dallas è sicuramente “The Lincoln Lawyer”. 

Il film, passato all’epoca quasi in sordina, (2011) negli anni ha accresciuto la sua vitalità non soltanto per le qualità indiscusse ma anche perché in molti hanno avuto il buonsenso di andarsi a recuperare la nascita di una stella del cinema. Tratto dal romanzo giallo Avvocato di difesa dello scrittore statunitense Michael Connelly, la pellicola si dipana esattamente sul terreno in cui l’attore texano vuole cimentarsi: ruoli in cui il protagonista desta dubbi sulla sua compostezza morale. Il regista Brad Furman si concentra molto sulla psicologia del protagonista, facendoci assaporare le tecniche investigative ed i clienti particolari che si rivolgono a lui. La vecchia Ford Lincoln, teatro delle disamine lavorative di un avvocato che non ha nulla da invidiare nei modi a molti malavitosi, rispecchia appieno anche lo stile intrapreso dal personaggio, che ha ben presto capito che i soldi sono più facili se le persone che difendi sono colpevoli.

Tutto ciò ha fatto di Mickey Haller praticamente intoccabile nella città di Los Angeles, e proprio per questo spinto forse più dalla curiosità che dalle possibilità danarose di Ryan Phillippe/Louis Ross Roulet decide di difendere un imputato le cui azioni lasciano presagire una probabile innocenza. È proprio qui che cominciano a nascere i primi dilemmi dell’avvocato, che si scontra con un ambiente più torbido addirittura del suo, avendo a che fare con una classe sociale disposta a tutto pur di preservarsi. Il thriller, di una innata finezza narrativa ci pone uno degli interrogativi cardine della esistenza umana sull’etica e sui concetti di giustizia. Le macchinazioni che riguardano alcune aule di tribunali di certo non sono una novità e molto spesso le sentenze emesse sono la cosa più lontana dalla verità. Così facendo come in tutte le vicende di una società che ha sostituito addirittura la Religione per il Capitale, prevarrà sempre chi ha più disponibilità economica.

In sostanza è l’Istituzione stessa della Legge americana per qualcuno faro di Democrazia ed eguaglianza ad impedire che il cosiddetto “outsider” pur avendo ragione incontri indicibili difficoltà nella dimostrazione di innocenza. Questa volta però, l’integrità di una personalità che ha un grande debito verso di essa prevarrà, facendo approfondire all’avvocato una vicenda che ha decisamente più luci che ombre. Il cast oltre al duo McConaughey/Philippe comprende dei comprimari di prima qualità come Bryan Cranston e William H.Macy, ma soprattutto Marisa Tomei. Quest’ultima mai artificiosa e mai amabilmente sopra le righe, è perfetta nel ruolo dell’ex compagna del protagonista, coscienza metafisica di tutta l’opera. La genesi della pellicola doveva avere alla regia e nel ruolo del protagonista Tommy Lee Jones, che è giusto il caso di dirlo fortunatamente rinunciò per divergenze creative con la produzione, fornendo terreno fertile proprio come nel film ad un outsider del cinema.

Sia l’impeto narrativo dei dialoghi che il richiamo costante ai flashback non intaccano il ritmo dell’opera che forse pecca un po’ in una fotografia raffazzonata ma accettabile. Haller nella seconda parte del film ha una vera e propria epifania morale che lo indirizza dalla parte giusta della storia, ma senza retoriche particolari. Proprio questo rende la pellicola fresca e priva di tempi morti, riflettendo al meglio il romanzo di Connelly e strizzando l’occhio anche a quel Raymond Chandler che in pratica inventò in letteratura il genere Noir, facendo le fortune cinematografiche di Bogart. McConaughey, riesce a donare al suo alter-ego dilemmi interiori degni di un attore navigato in un genere si stra-usato ma profondamente difficile, sfruttando appieno l’occasione concessagli e cominciando ad intessere una credibilità che in soli due anni lo porterà alla Statuetta. Una profonda lezione sulla determinazione e le varie direzioni che intraprendiamo nel processo di accrescimento delle nostre vite.

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