The Battle At Garden’s Gate: il riuscito ritorno dei Greta Van Fleet

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Il secondo album è sempre il più difficile, nella carriera di un artista. Caparezza, in una delle sue verità supposte, asseriva questo. Ne era al corrente al tempo in cui pubblicò per l’appunto Verità Supposte, il suo secondo album, e ne sono consapevoli anche i Greta Van Fleet.

Attesi al varco dopo Anthem Of Peaceful Army, i quattro ragazzi del Michigan – i tre fratelli Kiszka: Josh, Jake, Sam e Danny Wagner- sono ritornati per confermare quanto di buono avevano dimostrato con quel disco, ma soprattutto per spazzare via tutti quei commenti relativi al loro sound eccessivamente somigliante ai Led Zeppelin.

Basta, è una colpa ispirarsi ad un gruppo glorioso come loro? È una colpa proporre un sound che seppur non presenti alcuna novità, è solo rock and roll ma ci piace?

A quanto pare sì, ma fortunatamente i Greta Van Fleet se ne sono infischiati, pubblicando The Battle at Garden’s Gate, un’ora di rock ben suonato e costruito in tutte le sue dodici tracce.

Vi pare poco per un genere che, secondo il Variety non avrebbe superato l’estate del 1955? No, però…. beh, lasciate perdere i però e le altre congiunzioni avversative, e vediamo insieme The Battle at Garden’s Gate.
Avvertenza, se cercate sonorità sperimentali o all’avanguardia, lasciate perdere, mentre se volete godervi un viaggio all’insegna del rock più classico, siete nel posto giusto, anche perchè come si dice, il classico non muore mai.

Heat Above è l’apertura, ed è una vera e propria dichiarazione di intenti dei Greta. Un brano arioso, dalla durata di quasi sei minuti, come la maggior parte delle tracce di The Battle At Garden’s gate.

L’inizio solenne dell’organo, un ritornello che rimanda ai lidi progressivi degli Yes e dei Rush. Un sound ben calibrato, complice la produzione di Greg Kurstin, che non ha certo bisogno di alcuna presentazione. Parla il suo nome presente nei crediti dei dischi di Adele, Mccartney, Foo Fighters, Liam Gallagher solo per citarne qualcuno.

My Way, Soon è il classico singolo catchy senza infamia e senza lode che lascia presagire come i pezzi succulenti dell’album siano gli altri, ad esempio la successiva Broken Bells. Una ballad di quelle da ascoltare in un concerto, lo so, lo so ma torneranno anche quelli, nel frattempo consoliamoci con l’immaginazione che è sempre taumaturgica e salvifica. L’inizio è lento, la chitarra acustica ci accompagna fino a che il brano non si apre in un ritornello struggente e poi in un solo di chitarra che è la vera e propria ciliegina sulla torta.
Sì, Built By Nations potrebbe essere benissimo una b-side dei Zeppelin.

La batteria bombastica, il riff di chitarra e allora qual è il problema? Un brano semplice, immediato che ci riporta indietro nel tempo. Ma qualora vorreste viaggiare attraverso una porta spazio temporale capace di portarvi in un luogo senza tempo, come talvolta la musica è in grado di fare, vi consiglio di ascoltare il brano successivo, Age Of Machine. Epico, spaziale, è il più riuscito del disco, sette minuti di una sana e consapevole libidine sonora. Gli stop and go, il cantato grintoso e rabbioso, come se i Greta volessero dirci di non essere un fuoco fatuo, ma di esserci, intanto nel presente, poi chissà, ce lo dirà il tempo.

La seconda parte del disco invece è leggermente inferiore alla prima, ma senza vistose cadute di tono, anzi. Siamo di fronte ad un’opera tanto ambiziosa dal punto di vista sonoro, quanto solida e gli ultimi tre brani ce lo dimostrano chiaramente. The Barbarians è grintosa ed al fulmicotone, dagli echi orientaleggianti e da un sound ancora una volta a fuoco.

Trip The Light Fantastic è una traccia dal nomen omen: un viaggio psichedelico e sognante, prima di ritornare con i piedi per terra, in tempo per goderci l’ultima traccia del disco, The Weight Of Dreams.
Otto minuti per questa cavalcata dalla splendida progressione sonora e destinata a diventare un classico della loro discografia.

È la degna chiusura di un album che seppur difficile nella carriera di un artista, nella fattispecie, di un gruppo, si può considerare riuscito.

I ragazzi hanno trovato la loro identità sonora, e lo sforzo compiuto per riuscirci è stato encomiabile.
Non sapremo dove ci porteranno nel loro viaggio sonoro, ma una cosa è certa, se vogliamo goderci del sano rock and roll, faremmo meglio a stare con loro, in fondo il rock è e sarà sempre old but gold, apparentemente in stato critico, ma mai pronto a tirare le cuoia.

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