Giordano Bruno, l’attualità di un eretico impenitente

Campo de’ Fiori a Roma è un famoso luogo di ritrovo giovanile, intere generazioni di ragazzi si sono ritrovate e si ritrovano lì, a condividere pensieri e stralci della proprie vite, ed è anche una piazza che è divenuta simbolo della battaglie per i diritti civili e per le libertà individuali e collettive, da Campo de’ Fiori sono partite molte lotte all’ombra della statua bronzea di Giordano Bruno.  La scultura dedicata al filosofo nolano è stata inaugurata nel giugno del 1889 grazie all’iniziativa di alcuni studenti universitari che, andando incontro a non pochi ostacoli, riuscirono ad ottenere che il monumento sorgesse proprio lì, dove il 17 febbraio del 1600 Bruno era stato bruciato vivo per ordine della Santa Inquisizione, a testimonianza immortale del potere tirannico esercitato dalla Chiesa sul Libero Pensiero.

L’esperienza di un pensatore anticonformista come Giordano Bruno può essere considerata paradigmatica, sia dal punto di vista umano che filosofico ed è attuale molto più di quanto si possa pensare per un uomo del XVI secolo. Una figura, quella di Bruno, la cui politicità ed attualità dovremmo riscoprire, nella consapevolezza che il pensiero sia materia viva, capace di dialogare con noi e con il nostro tempo, aiutandoci ad analizzare ed a comprendere concetti e situazioni spesso anche molto al di là della loro contingenza temporale.

Bruno, pensatore eclettico e ribelle, al di là del suggestivo alone poetico che si è creato nei secoli attorno alla sua figura, è stato un intellettuale poliedrico: filosofo, astronomo, naturalista, commediografo, appassionato di magia, studioso di mnemotecnica. Emblema dell’intellettuale rinascimentale, Giordano Bruno, è stato il teorico della molteplicità dei mondi, la sua visione dell’infinito è un concetto che ha aperto ad una nuova era il nascente pensiero moderno. Uno degli elementi cardine della riflessione bruniana è stato il copernicanesimo, anzi, potremmo dire senza cadere in errore che Bruno, pur non essendo uno scienziato, sia arrivato ad essere più copernicano dello stesso Copernico, diffondendone le teorie quando lo stesso astronomo che le aveva teorizzate si guardava bene dal farlo e addirittura superandole, prospettando un universo non più circoscritto, ma, appunto, infinito, senza limite alcuno. Un infinito quasi panteistico in cui l’uomo si trasfonde col tutto, col divino, con la natura. Queste idee, legate ad una  religione di tipo naturale e le conseguenti scelte intellettuali portarono Bruno, che, ricordiamo, era un frate domenicano, ad allontanarsi sempre più dai dogmi cristiani; Bruno non intendeva rinnegare Dio, ma una Chiesa costruita sul potere e non sull’amore, sui divieti, sulle regole, sulle punizioni, sugli obblighi e i compensi, il filosofo professava invece un rapporto armonico dell’uomo con la natura, quella natura di cui massimante è riuscito ad essere cantore e che coincideva con l’uomo, con la totalità dell’universo infinito, con l’infinità dei mondi e dunque con Dio. La Chiesa non poteva accettarlo, ma noi, oggi, possiamo recuperare queste teorie e trovarci dentro qualcosa di avanguardistico, possiamo vedere in controluce le successive teorie ecologiste, l’etica ambientale, il pacifismo, forse persino il vegetarianesimo; nella società attuale, nell’era dei fondamentalismi, in cui il divino non si identifica più né con l’uomo, né con la natura, ma esclusivamente col denaro ed in cui la natura non è altro che un mezzo in sua funzione, in un mondo in cui si tende a dominare e prevaricare la natura senza rendersi conto di quanto il destino dell’uomo sia legato ad essa, avrebbe senso recuperare la visione panteistica di Bruno, perché in una prospettiva del genere non ci sarebbe spazio per la prevaricazione dell’uomo sull’uomo, dell’uomo sulla natura, delle religioni sulle altre religioni.

Il tentativo di provare ad attualizzare il pensiero di Bruno, facendogli guardare oltre la sua epoca, non si esaurisce a questo, ma ci spinge ad intravedere nell’opera del filosofo persino i germi di una futura filosofia della corporeità. Oggi, nel XXI secolo, la concezione predominante nel mondo occidentale, è ancora quella cartesiana, ancora sussiste l’idea di una subordinazione della corporeità al pensiero, alla res cogitans, Bruno invece, già secoli or sono, ci aveva parlato di una fusione tra l’aspetto corporeo e quello intellettuale, mostrando la natura duplice dell’uomo: pensiero e mano . La mano è una caratteristica peculiarmente umana che Bruno eleva ad importantissima, quella mano che distingue l’uomo dagli altri viventi e che è creatrice è la stessa che forse abbiamo dimenticato nella digitalizzazione del tutto, allontanandoci sempre più dalla manualità, dando sempre meno importanza al coinvolgimento dei sensi ed agli Eroici furori. Bruno, dal canto suo, non disdegnava i piaceri ed era un amante della vita libertina, pensava all’ideale di uomo artefice del proprio destino, un uomo capace di unire l’aspetto intellettuale e quello pragmatico nella prospettiva di un’emancipazione, un uomo moderno, razionale, sapiente, libero.

Oggi, nell’era del consumismo, della tecnologia, dell’ipertrofico sfruttamento delle risorse, oggi, che più che mai la natura è piegata alle necessità umane, è importante rievocare la lezione bruniana, interrogarla, perché la risposta che ci dà è quella della tolleranza, della non prevaricazione, della convivenza pacifica, della giustizia ed è la risposta di cui la società dell’odio, delle diversità, delle standardizzazioni, dell’arroganza e dello sciacallaggio, ha bisogno. E’ una risposta che ci ricorda la naturalità dell’uomo e che ci instrada per provare a costruire un mondo senza guerre in cui poter vivere di slancio e in armonia.

Ecologista, ambientalista e pacifista ante litteram, copernicano in un’era in cui la Chiesa ostinatamente difendeva il geocentrismo, Bruno, martire di una chiesa persecutiva, ha pagato con la sua stessa vita le proprie scelte filosofiche, infatti, sotto il pontificato di Clemente VIII con l’accusa di “heretico impenitente, pertinace ed ostinato”, fu condannato al rogo dopo un processo lunghissimo, fatto di interrogatori e torture, i suoi libri furono inseriti nell’Indice dei libri proibiti e Bruno fu condotto nudo in piazza Campo de’ Fiori, con le labbra serrate perché pare che nel percorso dalle carceri alla piazza abbia continuato ad inveire contro l’autorità ecclesiastica nonché contro il Dio professato dal cattolicesimo, senza mai pentirsi; quello che gli veniva chiesto per evitare la condanna, era di abiurare, rinnegare le sue idee, umiliarsi, ma lui non lo fece e sostenendo di non aver nulla di cui pentirsi e di non volersi pentire, scelse la filosofia, le idee, il pensiero, alla vita; pochi giorni prima di morire, aveva scritto queste parole: “I posteri non potranno negare che non ho avuto paura di morire, che in costanza non fui secondo a nessuno e ho preferito una morte da spirito libero a una vita da vile”. Una morte violenta quella di Bruno, divenuta iconografica, carica di impeto, in cui Bruno fino all’ultimo ha urlato le sue idee, fino a sanguinare per la morsa che gli avevano posto tra le labbra per impedirne le invettive. Una morte da martire, avvicinabile quasi a quella di Socrate che a suo tempo non era scappato da Atene per non rinnegare ciò che aveva professato ed insegnato ai suoi allevi.

Sopra la sua stessa filosofia, la maggiore eredità lasciataci da Bruno sono proprio la sua vita e la sua morte, che in un’era come la nostra, in cui il pensiero è dato per morto, in cui le ideologie sono decadute e le idee sembrano essere diventate qualcosa di vuoto, si fanno portatrici di un messaggio importante che non dovremmo dimenticare. Oggi più che mai ha senso ricordare l’esperienza di un uomo che ha scelto di essere pensatore sopra ogni cosa, a costo della sua stessa vita, un uomo che in nome della libertà di pensiero, ha avuto il coraggio di affrontare la più grande paura umana: quella della morte, mostrandoci che la scala di valori che diamo per assodata al cui vertice poniamo la vita, forse può essere messa in discussione, perché senza pensiero, senza libertà, il valore della vita non è da considerarsi più così assoluto.

Possiamo immaginare che lo sguardo austero della scultura di Bruno a Campo de’ Fiori oggi funga quasi da monito a tutte le generazioni passate e cresciute alla sua ombra, a riprova che il Libero Pensiero è qualcosa per cui lottare e che la libertà individuale e collettiva ha una forza tale che nessun potere o ordine costituito può annientarla, perché in fondo, morire per delle idee è il massimo lascito che si possa fare alla storia degli uomini se poi quelle idee siamo in grado di custodirle, farle nostre, lasciarle vivere e germogliare. Ricordiamoci sempre di quel rogo in cui ha trovato la morte Giordano Bruno e facciamo sì che bruci ancora e sempre a riprova del fatto che se la vita è per sua natura finita, le idee possono essere immortali.

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