Chick Corea Elektric Band: la distanza di anni luce

La Elektric Band è stato un animale mitologico a cinque teste. I suoi interpreti sono stati sulla bocca di tutti per anni, individuati come riferimento artistico, tecnico e persino didattico: ma erano tempi profondamente diversi da quelli odierni, e credo occorra contestualizzare velocemente prima di parlarne.

Siamo negli anni 80. “L’inizio della barbarie” titolava un saggista. Ma a vederla col senno di allora lo scenario nei paesi occidentali non era assolutamente male e il futuro si prospettava brillante. Il muro di Berlino sarebbe caduto nel 1989 e la tecnologia dei computer si diffondeva capillarmente azienda per azienda, casa per casa, trainando l’economia.

In musica l’imperativo era l’elettronica, rivoluzione che partiva dal decennio precedente è vero, ma che in quegli anni vide la definitiva presa di potere rispetto allo strumentario tradizionale rock-jazz.

La fusion, e intendo la “funk jazz fusion”, viveva la sua golden age, la sua età dell’oro, e un pubblico sempre più vasto iniziava a rivolgersi a musicisti prima relegati tra gli scaffali degli appassionati.

In questo fermento di crescita esponenziale nacque un gruppo che segnerà quel periodo e quel genere in modo indelebile, divenendone la stella polare. Non c’era nemmeno bisogno di spiegarlo, bastava il nome. Era la band elettrica di Chick Corea.

E’ artista che non ha certo bisogno di presentazioni, ma del quale impressionano sempre la spontaneità e la naturalezza che mostra nel proporre e nel rendere in musica i materiali più complessi. Fu con quella stessa facilità che cavalcò uno dei passaggi più impervi del jazz e dintorni, quello ad un’elettronica spinta, ad una digitalizzazione totale.

Era il 1986 e Chick Corea fu in grado di assorbire e tradurre in musica la gigantesca onda d’urto dei cambiamenti in atto, che avrebbero travolto e reso interprete passivo chiunque non avesse la sua portata artistica. Rischio concreto che ha bruciato tanti artisti meno lungimiranti. Lui, invece, riuscì nell’impresa, mantenne saldo il filo logico del suo entusiasmante mondo sonoro e riuscì a piegare ad esso tutto l’armamentario, e non viceversa.

Ed ancora una volta a colpire è stata la sua capacità di evolversi: dai Return to Forever degli anni 70 alla Chick Corea Elektric Band degli anni 80. Vent’anni sulla cresta dell’onda, rinnovandosi continuamente, restando fedele a sé stesso.

1986 The Chick Corea Elektric Band: un debutto folgorante

The Chick Corea Elektric Band” (GRP Records) uscì nel 1986, nel pieno del ciclone hi tech. Interamente prodotto dallo stesso Corea e fortemente marcato Yamaha, a ribadire il dominio del sol levante nel settore.

Se leggiamo fra i credits lo troviamo ad impiegare e programmare un autentico arsenale: il suo Fender Rhodes “midizzato” ad un rack di sintetizzatori Yamaha TX816, il classico Fairlight CMI alla terza generazione di synth (dopo aver servito Stevie Wonder, Duran Duran e Peter Gabriel solo per nominarne alcuni), l’analogico Minimoog e il Synclavier assieme ad un vero best seller come lo Yamaha DX7 sempre filtrato dai rack TX816 assieme alla tastiera midi Yamaha KX-88, e per finire un drum sequencer Linn 9000. Analogia e digitale in un connubio strettissimo. Sicuramente anche studiato a tavolino, frutto di strategie commerciali, niente di male.

Eppure la qualità della composizione e l’interpretazione degli artisti scelti produssero un risultato ad alta emotività, adrenalinico, impreziosito dalla presenza in alcune tracce di Scott Henderson, chitarrista molto tecnico, visceralmente blues e innovativo al contempo.

Soprattutto in questo primo lavoro Corea fa mostra d’uno dei suoi punti di forza: il materiale melodico/tematico. Materiale che sembra perfetto per la fusion a matrice funk complessa sviluppata dalla prodigiosa e inedita coppia ritmica Weckl/Patitucci: assoluta novità, che divenne marchio di fabbrica di vasta influenza.

L’esposizione quasi bop di un brano come “Got a match?” con un tema latin oppure la brillantezza di “Elektric City” portano la riconoscibile firma della mano di Armando Anthony Corea, detto Chick. La complessità degli intrecci non è mai fine a se stessa, rientrando nei canoni del dialogo jazzistico figlio della cultura improvvisativa degli anni 70 ed evoluzione del diffuso movimento jazz funk allora in auge.

Il ruolo della GRP Records

Fu una scossa per l’ambiente e non soltanto. Il genere iniziò a mutare geneticamente e a varcare confini di popolarità e di influenza anche grazie alle capacità della GRP Records, etichetta nata negli anni 70 per seguire lo smooth jazz che negli 80’s visse un autentico boom grazie ad una fusion ammiccante e lussuosa, iper prodotta che mostrava talenti rubati al jazz in vesti patinate, con risultati altalenanti dal punto di vista artistico, ma di sicura presa su un’audience sempre più vasta. In quegli anni passarono per GRP nomi come Gary Burton (strappato ad ECM), Billy Cobham, Lee Ritenour, Kevin Eubanks, Diane Shure, contribuendo a costruire un brand ancora oggi immediatamente riferibile al periodo.

1987 Light Years: il capolavoro elettrico

Nemmeno il tempo di assimilare il debutto e l’anno dopo esce quello che è in modo unanime riconosciuto come il suo lavoro a nome Elektric Band più riuscito: “Light Years” (GRP records 1987).

I pregi visti in “The Chick Corea Elektric Band” sono qui portati ad un livello ancora più efficace.

Il materiale tematico è sicuramente più comunicativo e tutte le composizioni godono di una minore dispersività. La brillantezza di alcune soluzioni è ancora oggi degna di nota.

Fondamentale l’intuito di Corea a portare un paio di modifiche determinanti alla formazione che raggiunse la line up definitiva. Ancora due facce nuove per la ribalta internazionale.

La chitarra dell’australiano di origini italiane Frank Gambale e il sax di Eric Marienthal.

Il sassofono, assente nel precedente lavoro rafforzò le componenti comunicative ed emotive, la cantabilità per usare un termine inadatto al contesto: erano anni in cui l’influenza dell’approccio di David Sanborn era ancora nell’aria: “Straight to the Heart” uscì nel 1984.

Approccio melodico reso ancora più omogeneo dal passaggio alla chitarra di Frank Gambale, virtuoso dalle linee più pulite e intellegibili, portatore di una innovazione tecnica, lo sweep picking, che contribuì a ridurre la distanza fra il fraseggio jazzistico di Corea e i legati del sassofono.

Persino le parti ritmiche risultano maggiormente compatte e persuasive.

Un approccio di sintesi rivolto ad un pubblico più ampio che all’inizio fece storcere fortemente il naso al giornalismo più conservatore, ma che in breve fece breccia nel cuore di pubblico e critica che comprese pienamente l’operazione.

Un susseguirsi di brani perfettamente equilibrati e dinamici. “Time track”, l’iniziale title track e “Starlight” riverberano una potente e raffinata attitudine funk e si alternano coi momenti di maggior distensione come “Second Sight” o “Prism”.

I dischi solisti dei comprimari e l’ossessione del virtuosismo negli anni ’80

Il successo di questo disco fece da traino ad una serie di dischi solisti dei comprimari, dischi che divennero oggetti di culto tra i musicisti ed aspiranti tali, e tra i quali segnalerei per il maggior pregio compositivo il primo lavoro di Gambale, ovvero “Brave New Guitar” (Legato 1986), ma anche “On the Corner” (GRP 1989) di John Patitucci, i quali ebbero un riscontro di mercato non trascurabile. Gli anni 80 furono la manna dei virtuosi della chitarra d’altronde, filone il cui successo ebbe breve durata, presto esaurito per un’eccessiva produzione sommata – a mio giudizio – alla scarsa consistenza artistica del fenomeno.

1988 Eye of the Beholder: la restaurazione sonora

Inesorabilmente la GRP Records battè il ferro finché era caldo e “Eye of the Beholder” uscì puntuale nel 1988. Tre anni, tre dischi.

Nessuna novità di formazione, ma tra i produttori vediamo l’intervento diretto in studio dei titolari dell’etichetta, Dave Grusin e Larry Rosen: GRP sta infatti per Grusin Rosen Production. Il primo un accreditato compositore di colonne sonore a Hollywood e il secondo un vero e proprio produttore e discografico.

L’intervento si fa sentire, perché il suono di “Eye of the Beholder” si mostra privo di tutte le sovrastrutture elettroniche dei precedenti; si fa più classico, più pulito.

Questo lavoro mette a nudo la Elektric Band e le sue trame: il livello rimane altissimo e il materiale non perde freschezza e dinamismo; lo stato di forma è eccellente dando un disco più tradizionale senza tradire la fisionomia sonora della formazione. Anzi facendo emergere un tratto nascosto dai rack Yamaha fino a quel momento: l’innata eleganza.

Eye of the Beholder” è un lavoro raffinato. La title track e “Eternal Child”, nei loro momenti citazionisti, rivelano l’intento restaurativo, quasi una dichiarazione: un ritorno alle origini; non un ritorno ai Return to Forever, certo, ma sicuramente la volontà di riprendere il discorso con un’estetica più moderna e meno contaminata. Intento che alla fine si dispiega lungo tracce coinvolgenti ed esteticamente da segnalare come “Beauty”, “Ezinda” o “Passage”.

Non mancano i tracciati in cui il ricercato funk jazz viene ridisegnato con intrecci di maggiore complessità (“Trance Dance”) o nella mini suite elettro-acustica di “Cascade”, ma i tre minuti di solo piano di “Forgotten Past” rappresentano un respiro naturale da ritrovare in mezzo al frastuono.

La Chick Corea Akoustic Band: un fenomeno nel fenomeno

Un’esigenza di pulizia che portò Corea, l’anno successivo, a costituire una versione acustica della Elektric Band, la Chick Corea Akoustic Band con Weckl alla batteria e Patitucci al contrabbasso. Formazione jazzistica tradizionale che vinse un Grammy nella categoria e si classificò prima nella classifica Billboard Jazz. Una mutazione sorprendente tra la versione elettrica e quella acustica, un risultato di qualità eccelsa.

1990 “Inside Out”: un nuovo equilibrio

“Inside Out” può rappresentare una sintesi dei due precedenti lavori. La ritmica pur rimanendo nei suoi caratteristici intrecci risulta più sobria e si sposa ad un Gambale armonicamente meno presente, ma con piglio più deciso, per lasciare spazio al pianismo del leader (“Make a Wish”) che gioca stavolta a dosare i suoni sintetici.

Si percepisce lo spazio intorno e la band si avventura in escursioni spesso definite post bop, che erano già ben presenti nel precedente “Eye of the Beholder“, ma che qui sono portanti e leggibili grazie alla minor saturazione strumentale. Di sicuro l’esperienza dell’Akoustic Band lasciò il segno, per cui “The Stretch”, “Child’s Play” e la dinamica suite finale di “Tale of Daring” ne sembrano riuscite estensioni elettriche.

1991 Beneath the Mask: l’inevitabile calo di ispirazione

L’ultimo lavoro è frutto di una certa stanchezza dell’ispirazione, credo sia perfettamente normale, ed al contempo eccessivamente teso ad incontrare i gusti di un pubblico più vasto di quello tradizionale per poter mantenere la portanza artistica fino ad allora espressa.

Gli interpreti sono tali che non possiamo parlare di un passo falso, ma senz’altro di un lavoro sotto tono.

Retto da una sezione ritmica più presente ed esplicita, Corea sembra in cerca di un’eccessiva sintesi, in modo eccessivo, ammiccante. Attitudine che, sia chiaro, Billboard premiò maggiormente rispetto agli altri lavori segnando un 2o posto nelle classifiche di genere.

Insomma, il tempo di cambiare le carte in tavola era arrivato, dopo la lunga cavalcata elettrica dalla metà degli anni ’80 agli inizi dei ’90.

Anche i momenti più riusciti sembrano all’insegna di una fusion eccessivamente soft per essere proposta da un gigante come Chick Corea: “One of us is over 40” e le sue sfumature etno oppure “Jammin’ E.Cricket” non riescono a scalfire questa impressione.

1993 “Elektric Band II: Paint the World”: il canto del cigno

“Beneath the mask” quindi rivelò la stanchezza della formazione e tra vicissitudini personali e progetti paralleli, Corea cambiò tre quinti della formazione, rimanendo col solo Marienthal al sax.

Patitucci/Weckl e la chitarra di Gambale erano diventati elementi imprescindibili, e la loro sostituzione causò una inevitabile perdita identitaria

L’eccellenza dei nomi coinvolti produsse un lavoro sicuramente di grande pulizia e piacevole all’ascolto, ma troppo distante della personalità originaria e quasi accostabile ad altri nomi in auge nel panorama fusion.

Un Corea più introverso svela momenti sicuramente capaci di deliziare le pupille sonore (“Silhouette”, “Space”) e la raffinatezza degli artisti regala situazioni intriganti come “Paint the World” o “Tone Poem”, ma nei momenti dove la tensione sale il combo risulta corretto, ma non così coinvolgente (“Final Frontier” e “Spanish Sketch”).

La riconoscibilità della formazione dei lavori dall’87 al ’91 rimase impressa a fuoco nell’immaginario e in un ambito in cui non mancano eccellenti musicisti è la personalità a fare la differenza.

La band originale si riunirà nel 2004 in occasione della produzione d’una colonna sonora, ma la storia di questo animale mitologico può dirsi terminare in occasione del “Live from Elario’s (The First Gig)” del 1996, chiudendo un’epoca dorata la cui patina non potrà più essere scalfita.

A Chick Corea, per i meravigliosi mondi che ha dischiuso

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