Harlem Cultural Festival, la Summer of Soul mai esistita

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Nel febbraio dello scorso mese si è tenuta l’edizione 2021 del Sundance Film Festival, la kermesse internazionale di cinema indipendente più celebrata al mondo. I sei giorni di rassegna virtuale hanno portato in dono un amalgama di progetti stimolanti ed avanguardistici. Moltissimi gli spunti di riflessione emersi dalle varie proiezioni dove la lotta alle discriminazioni razziali e l’inibizione della figura femminile hanno trovato leciti spazi d’azione.

 Tra i docu-film USA -ad esempio- troviamo “Summer of Soul (Or, when the revolution could not be televised)” opera prima di Amir Thompson, meglio conosciuto come ‘Questlove’ batterista dei ‘The Roots’. Il progetto presentato da Thompson, oltre ad essersi aggiudicato i rinomati premi di giuria e pubblico, vuole rendere atto all’Harlem Culture Festival del 1969: un festival musicale tenutosi nel quartiere Harlem dell’isola di Manhattan della durata di sei settimane che hanno visto protagonisti -tra i tanti- artisti del calibro di Nina Simone, BB King, Sly & the Family Stone, Stevie Wonder. Il disegno di condanna socio-culturale presentato da Thompson è racchiuso nelle facce smunte di alcuni tra i più importanti critici internazionali che, al solo sentir parlare dell’Harlem Culture, sono apparsi ignari e disinformati. Cos’è l’Harlem Culture Festival? Perché nessuno ne ha mai parlato?

Basti pensare che i filmati dai quali è composto ‘Summer of Soul’ sono risultati abbandonati per oltre 50 anni, rinchiusi nel più becero degli scantinati americani e mai riesumati prima d’oggi.

Il festival è passato alla storia come “Black Woodstock”, un ‘white moniker’ interessante considerando che si è concluso due settimane prima di Woodstock. Ma non è certo solo la “versione nera” di un evento che è stato senza dubbio una dimostrazione di incredibile talento, ma che ha beneficiato di ampia risonanza grazie ad una presenza centralizzata di partecipanti bianchi.

Le riprese dell’evento furono affidate ad un giovanissimo videomaker professionista tale Hal Tuchin, il quale provò per lungo tempo a vendere estratti del girato a grandi case produttrici senza mai incontrare l’interesse di quest’ultime. In un’intervista rilasciata ad un giornale di Harlem asserì che la mancanza di interessamento fosse riconducibile al fatto che “a nessuno importava dei programmi neri.’’

Questa vacuità di fondo -nella New York dei primi seventies– fondava le sue radici in terre ben più profonde della semplice persuasione propagandistica.

L’unica volta che la stampa bianca si preoccupa della comunità nera è durante una rivolta o un grave disturbo. Sempre alla ricerca del pretesto negativo per deviare la concezione del popolo nero’’ chiosò sugli spettacoli, che si erano svolti durante un periodo di sei settimane senza un solo atto di violenza o rivolta (Woodstock conta circa 4000 persone coinvolte).

Questo sentimento straziante pone una domanda importante: quanta storia nera è ancora sepolta o completamente persa perché la “maggioranza” non pensava che valesse la pena di essere riconosciuta o preservata? La realtà della storia nascosta o perduta ha però un flusso generazionale, riconducibile verosimilmente al contesto immerso degli Stati Uniti d’America dei primi ’60, sistema corrotto ed intriso di un razzismo sistematico tutt’oggi presente.

L’America di quegli anni tendeva ad inibire la diffusione centralizzata della black culture spesso attraverso il linguaggio mediale di bianco dominio: la narrazione adattata era puro appannaggio del d(annoso) dispotismo metropolitano che tendeva ad obnubilare tutto ciò riguardasse la comunità nera.

La stessa che, con l’avvento della desegregazione scolastica, venne spinta in ambienti ostili nella speranza di livellare il campo di gioco educativo. Crebbero dunque le opposizioni alla discriminazione abitativa, che culminarono nella costruzione di comunità proprie ed autosufficienti, nonostante le scarse risorse ed il mancato accesso a finanziamenti statali.

Uno di questi poli d’aggregazione monade fu senza dubbio la 155th street dell’isola di Manhattan, stato di New York, vale a dire il quartiere di Harlem– fieramente sciorinato nel 1989 da Spike Lee nello stupendo Do the Right Thing.

La storia di redenzione nera passa anche da Harlem ed i suoi abitanti, che si sono ritrovati dalla realtà della fattoria fuori porta agli spettacoli dal vivo di Ella Fitzgerald, James Brown e Michael Jackson presso il favoloso Apollo Hall nella 125esima strada, nato proprio come caffè letterario di Harlem. Ad aggregare le anime del paese fu però Billie Holiday nel ’39, quando sul palco del cafè  society condannò il linciaggio dei neri nel Sud del paese esibendosi in una versione veemente di ‘Strange Fruit’ dove lo ‘strano frutto’ era rappresentato da un corpo nero penzolante dall’albero.

Ma non solo il Jazz à la carte come turbina della vita mondana del quartiere: a metà anni ’60 l’insediamento delle sottoculture era diventato così intenso che WASP ed ispano-americani ci presero subito residenza. Se da un lato il Rinascimento di Harlem nasce dal jazz e passa per l’Hip-hop, dall’altro il tasso di povertà ed alienazione spianarono la strada alla criminalità.

Summer night in Harlem
Man it’s really hot
Well it’s too hot to sleep and too cold to eat
I don’t care if I die or not’

Harlem -Bill Withers (1971).

Tra le figure più significative cresciute all’ombra dell’Apollo Hall c’è sicuramente Tony Lawrence, cantante blues originario della Saint Kitts e Nevis, paradisiaca terra nelle Piccole Antille in via d’estinzione ormai dagli anni ’70 causa impeto marino. La notorietà di Lawrence lo portò, nel 1962, a viaggiare finanche in Giamaica per cantare ad una delle tante celebrazioni d’indipendenza del paese dinanzi a 3000 persone. Alcune testate locali riportarono le richieste dell’organizzatore dell’evento durante uno dei suoi live.

‘Ad un certo punto chiedemmo alla band di rallentare il tempo o all’occorrenza a Tony di smettere di cantare perché il pubblico iniziò a demolire il sottopalco a causa dell’eccitamento.’’..

Lawrence seppe destreggiarsi tra la sua carriera nel mondo dello spettacolo e il lavoro orientato alla comunità ad Harlem, dove iniziò a lavorare come direttore delle ‘Giovani voci di Harlem’ di una chiesa locale. Nel 1965, usò la sua celebrità per aiutare a raccogliere fondi per un parco giochi e istituire un programma Head Start nella zona.

Nel 1967, il senso civico di Lawrence ad Harlem lo portò al suo compito più importante: lavorare per il Dipartimento della Salvaguardia dei Parchi di New York (NYCP). Nello stesso maggio, Lawrence presentò il progetto per una nuova serie di eventi estivi chiamata Harlem Cultural Festival.

Il festival, a detta dello stesso creatore, doveva riguardare “about where the negro lives, physically and spiritually.’’

L’Harlem Cultural Festival si svolse appena 16 mesi dopo l’arrivo del nuovo sindaco della città, John Lindsay, un repubblicano progressista in grado di adottare un approccio misurato e diretto alle crescenti tensioni razziali della città.

L’amministrazione Lindsay era sia dedita ai diritti civili”, scrisse Allen Zerkin, professore alla New York University nonché componente del NYCP nel 1967, “e anche preoccupata per i rischi di rivolte, l’Harlem Cultural Festival deve essere visto in quel contesto“, disse Zerkin, il quale ipotizzò che la serie di concerti di Lawrence fosse un’altra iniziativa dell’era Lindsay intesa a sedare la crescente paura delle rivolte nei quartieri alti. “Non ero a conoscenza di conversazioni in cui ciò sarebbe stato reso esplicito, ma per me apparve chiaro cosa significasse il festival.”

Il terreno -temporale- d’azione apparve dei più fertili per la chiamata alla manifestazione, alla protesta dunque all’urlo di condanna sulla scia del ‘What a difference a day makes’.

Se il sentimento di rivalsa proveniente dalla Marcia su Washington del ’63 e dal Civil Rights Act del ’64 galvanizzò neri e alleati a perseguire il desiderio di uguaglianza e libertà, eventi come Bloody Sunday e gli assassinii di Malcolm X nel 1965 e Martin Luther King Jr. nel 1968 ne annichilirono l’entusiasmo.

Here is fruit for the crows to pluck
For the rain to gather, for the wind to suck 
For the sun to rot, for the trees to drop
Here is a strange and bitter crop

Ecco il frutto da strappare per i corvi
Per la pioggia da raccogliere, per il vento da risucchiare
Per il sole a marcire, per gli alberi a cadere
Ecco un raccolto strano e amaro

Strange Fruit – Billie Holiday, 1939.

L’anno della morte di MLK è stato senza dubbio un importante punto di rottura per i neri, scesi in piazza per sfogare con rabbia le loro frustrazioni e il loro dolore. Tommie Smith e John Carlos alzarono i pugni guantati di nero in una protesta silenziosa alle Olimpiadi di Città del Messico dello stesso anno. Le elezioni successive -invece- gettarono nuovamente sconforto nella gente dopo l’assassinio di Robert Kennedy (un chiaro candidato alla presidenza ammiccante alla democrazia nera) e la vittoria di Richard Nixon.

Un anno dopo gli eventi che infinito malumore addussero in battaglia, l’Harlem Cultural Festival servì a celebrare ciò che nessun odio né oppressione sistemica poteva togliere ai neri: talento, orgoglio e gioia. Era un luogo in cui gli amanti della musica nera si riunivano e ascoltavano artisti che cantavano di amore, crepacuore e orgoglio intriso di spirito refrattario.

Reperti multimediali dicono certamente la verità sul fatto che la folla di Woodstock fosse in modo schiacciante bianca. Considerando gli eventi di cui sopra (e la storia nel suo insieme), l’Harlem appariva sempre più come luogo comune di aggregazione e divertimento, dove le risate in volto erano schermo di urla liberatorie.

Qualsiasi evento nero funge sempre da sfilata di moda, con i partecipanti atti a proferire vaste gamme di vestiti e acconciature. L’Harlem Cultural Festival non si differenziava, con afros fluttuanti, dashiki, motivi floreali, fly shades e molto altro ancora. Era un luogo per l’auto-espressione attraverso l’abbigliamento e le acconciature, un tempo in cui l’orgoglio e l’anticonformismo neri regnavano sovrani. Anime affiliate in quella fetta di libertà e divertimento che fu verosimilmente precursore del decennio a venire.

La musica nera spesso si lega al clima sociale, facendo dichiarazioni politiche audaci per responsabilizzare e parlare per le persone. Queste irriducibili arringhe sono radicate nei canti di fuga per la libertà che edulcoravano i campi di cotone: l’unione di voci degli stessi coltivatori riusciva ad ammortizzare una quotidianità straziante ed incapace di poter essere chiamata tale.

Tra la moltitudine di performance rimarchevoli del festival, ce ne fu una che incitò il famoso ‘To be Young, Gifted and Black’ mentre incoraggiava le persone a lottare duramente per i propri diritti.

La voce apparteneva alla pioneristica Nina Simone, artista dal forte afflato musicale nonché attivista per i diritti civili e per questo alleata di MLK e Malcom X.

Gli unici estratti reperibili su YouTube (comprati nel 2005 dalla Sony per la produzione di un docu-film) vedono proprio Nina intrattenere un pubblico visibilmente commosso ma divertito nelle stupende versioni di ‘Ain’t got No Life’ e soprattutto ‘Revolution’.

Quello stesso giorno, chiuse l’esibizione recitando una poesia nazionalista nera di David Nelson. “Sei pronto a distruggere cose bianche, a bruciare edifici? … Sei pronto a costruire cose nere? ” Nina chiese alla folla, tra applausi entusiasti. “Sei pronto a uccidere se necessario?” Le provocazioni di Simone erano in contrasto con le proclamazioni post-MLK più concilianti poste dal reverendo Jackson. “Possiamo chiedere quello che vogliamo. Non è vero? ” predicò alla folla quell’estate: “Allora andate a scuola, bambini, e imparate tutto ciò che potete. E chi lo sa? … Un giorno diventerete il primo presidente afroamericano degli Stati Uniti. “

I concerti servivano anche a questo, a ritagliare lo spazio per vocalizzare le crescenti tensioni e i diversi sentimenti della Harlem della fine degli anni Sessanta. Quando il 20 luglio 1969, lo spettacolo a tema soul con Stevie Wonder e Gladys Knight fu interrotto per annunciare che gli Stati Uniti erano sbarcati sulla luna, la folla esplose in un travolgente coro di fischi. “Ieri, la luna“, scriveva quella settimana un editoriale di Amsterdam News. “Domani, forse noi.”

L’Harlem Cultural Festival fu anche teatro di cambi generazionali come il momento di passaggio delle fiaccole nella musica americana, quando la leggenda del gospel Mahalia Jackson fece cenno alla sua allieva Mavis Staples di aiutarla a cantare la canzone preferita di MLK, l’iconica “Precious Lord, Take My Hand” tre anni prima della sua morte. Nonostante le dinamiche gioiose di festa e gaiezza, il razzismo figlio della vanagloria bianca newyorkese riuscì comunque a ritagliarsi uno spazio nel corso dell’evento quando il New York Police Department si rifiutò di fornire sicurezza ad una settimana dal debutto del festival. Ad evidenziare la complicità di una popolazione ci pensò -infatti- il Black Panther Party intervenendo con svariati componenti affinché tutti rimanessero al sicuro. Tutto ciò a riprova dello spirito solidale dimostrato difronte alle nequizie di carattere razziale.

‘Well, this is my explanation straight from Ethiopia
N-E-G-U-S definition: royalty, king royalty -wait listen
N-E-G-U-S description: black emperor, king, ruler, now let me finish
The History books overlook the word and hide it
America tried to make it to a house divide
The homies don’t recognize we been using it wrong
So I’ma break it down and put my game in a song’

I (interludio) – Kendrick Lamar, 2015.

Data l’affluenza, l’interattività ed il compimento del suo disegno, il fondatore Tony Lawrence non poté prevedere che la serie di concerti estivi avrebbe cessato di esistere dopo l’estate del 1969 e che, a differenza del festival rock nello stato di New York, la leggenda dell’Harlem Cultural Festival – a volte citata negli anni successivi come “Black Woodstock” – sarebbe diventata una nota storica in gran parte dimenticata. L’estate successiva la festa fu annunciata ma mai avvenuta, con Lawrence che in seguito affermò che l’evento fu oggetto di milioni di dollari di frode da parte dei suoi investitori bianchi e che la mafia era stata assunta per ucciderlo.

Il film girato e proposto da Tuchin subì la stessa sorte del festival di Lawrence. Dopo che alcuni speciali televisivi locali mandarono in onda parti della programmazione musicale dell’Harlem Cultural Festival alla fine degli anni Sessanta, Tuchin, che creò un copyright per un film con il nome di Harlem Festival nel luglio del 1969, non riuscì a garantire un accordo più grande per un documentario .Per diversi decenni, le bobine del nastro rimasero nel seminterrato della casa della famiglia Tuchin a Westchester.
Prima della sua morte, però, ha concluso un accordo che ha visto consegnare la proprietà del suo prezioso filmato ad un avvocato dello spettacolo di nome Robert Fyvolent, il quale lo ha girato a ‘Questlove’ Thompson.

E’arrivato il momento -dopo 50 anni- che il mondo rimedi all’errore marchiano commesso dalla sua stessa inflazionata società, prendendo coscienza e rendendo merito ad un lungometraggio che potrebbe cementare la serie di concerti nei quartieri alti di Manhattan come eventi che hanno definito una generazione.

La musica edifica la nostra fede, lenisce i nostri dolori e mette in risalto la nostra felicità. Qualsiasi grande evento musicale che riunisce le persone per qualcosa di potenzialmente vitale è più che degno di essere preservato.

The revolution Will not be televised
The revolution will be no re-run, brothers
The revolution will be live.

Gil Scott Heron, poeta e musicista.
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