Nina Simone: quando il razzismo segna una vita intera

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“Nessuno salirà su di noi se prima non avremo piegato la schiena.”

Martin Luther King

Eunice aveva un talento per la musica incredibile, mostrato fin dall’infanzia, vissuta nel profondo sud degli Stati Uniti, dove essere di colore era un lusso che si pagava con umiliazioni e discriminazioni quotidiane.

Il razzismo riesce ad essere miope anche di fronte alla bellezza ed Eunice ne prese dolorosamente atto durante un recital in chiesa, quando vide i suoi genitori gentilmente invitati ad alzarsi dalle prime file per accomodarsi in fondo alla sala e lasciare spazio ai più meritevoli glutei dei signori bianchi. La ragazzina si mostrò poco tollerante all’oltraggio subito e si rifiutò categoricamente di suonare fino a che suo padre e sua madre non avessero riottenuto i propri posti.

La sua grinta e il talento però non sarebbero bastati da soli a farle abbracciare il sogno di diventare una pianista classica: i soldi messi insieme dalla comunità nera e dai suoi genitori per pagarle gli studi erano sempre meno e solo una borsa di studio le avrebbe permesso di continuare il suo percorso di formazione.

Al provino per ottenere l’accesso al prestigioso Curtis Institute of Music di Philadelphia, non bastò suonare come sapeva: la sua domanda venne respinta senza troppi ripensamenti. D’altra parte, come si poteva dare credito e permettere di diventare una concertista a una donna di colore, brava, per carità, ma pur sempre donna e di colore?

Questa ingiustizia segnò la vita di Eunice Waymon, che sognava di suonare i grandi classici di Bach e di riuscire come la prima orchestrale nera: decise che la musica era un amore imprescindibile e sarebbe stata comunque la sua vita, nonostante tutto. Iniziò a esibirsi in alcuni locali di Atlantic City come cantante e pianista sotto lo pseudonimo di Nina Simone, futura sacerdotessa soul.

Fin da subito fu difficile inquadrarla in un contesto musicale ben preciso e delineato: la sua musica richiamava gli studi classici e ondeggiava tra blues, pop, jazz, gospel e folk, risultando rivoluzionaria. In poco tempo si fece un nome e sul finire degli anni cinquanta l’approdo su disco fu una naturale e semplice conseguenza, per un’artista con il suo talento.

Il grande riscontro di pubblico e la notorietà che fin dall’inizio accumulò compensarono sicuramente in parte le rinunce e le umiliazioni vissute, ma la sua natura e i tumultuosi e appassionati anni sessanta la portarono ben presto a non poter più ignorare le cause che le stavano a cuore e a fare da megafono per la lotta per i diritti civili.

L’attentato dei suprematisti bianchi nella chiesa di Birmingham del settembre del 1963, dove morirono quattro bambine di colore, così come l’assassinio di qualche mese prima dell’attivista Medgar Evers, segnarono lei come altri artisti di colore dell’epoca, che sentirono di non riuscire più a volgere altrove lo sguardo di fronte alla drammatica situazione vissuta dalla propria gente, come prassi e star system chiedevano.

Nina, nonostante pensasse che le canzoni di protesta fossero per lo più poco efficaci e semplicistiche, scrisse di getto la sua contest song: Mississippi Goddam era il suo violento atto d’accusa contro il razzismo, che la catapultò in una nuova dimensione, rivoluzionando il suo personaggio definitivamente. Nel brano affiorava il marcato disgusto, il dolore e la rabbia verso la società bianca americana, incapace di dare semplicemente uguaglianza e rispetto, nel “dannato Mississippi”.

La canzone fu boicottata da radio e televisione, che rifiutarono di dare voce a un attacco così crudo e diretto, marcatamente esasperato nei toni, per nulla conciliante e colmo d’invettive; nessun ascoltatore o fan della Simone si sarebbe mai aspettato questa dichiarazione di guerra dalla cantante, che precedentemente era salita alla ribalta delle classifiche con ben altre composizioni, come My baby just cares for me e I loves you Porgy.

Malgrado l’ostracismo e l’ostilità che montavano nei suoi confronti, Nina abbracciò con entusiasmo la causa dei diritti civili, stringendo forti legami con Martin Luther King e Malcolm X e spendendosi sempre più per una scelta che le costò molto in termini di carriera e di stabilità personale: le violente morti dei due maggiori leader dei movimenti sociali portarono la società americana degli anni sessanta a rivedere il proprio atteggiamento e a dare vita a rassicuranti e doverose aperture verso le persone di colore.

La Simone, però, non si fece più tenera, né affievolì i suoi toni, perché si diceva convinta che questi gesti fossero solo di facciata: la cantante non perdonava il razzismo di fondo, che considerava comunque sempre presente ed endemico nell’America del suo tempo e per questo era anche arrivata a desiderare e a concepire una nazione unica e a sé stante per il popolo afroamericano.

Questa sua posizione sempre più conflittuale e radicale nei confronti della società americana le allontanò a poco a poco i favori del pubblico e quella popolarità che era riuscita a conquistare a inizio carriera. A pesare sul suo declino, oltre al suo aperto e ostentato impegno politico per tutti gli anni sessanta, contribuirono in maniera enorme le porte sbarrate presso molti dei teatri che prima della sua svolta attivista la imploravano di esibirsi e inoltre l’ostracismo delle radio, che più semplicemente la ignoravano e non mandavano più in onda le sue canzoni.

Alla fine del decennio decise di lasciare gli Stati Uniti, abbandonando polemicamente il paese che non era stato in grado di risolvere le proprie contraddizioni e di impegnarsi veramente a risolvere la piaga del razzismo. Da quel momento iniziò a girovagare senza meta, diradando anche la sua attività musicale e lasciandosi dietro di sé solo rimpianti per chi aveva conosciuto quell’incredibile talento.

Nina Simone se ne sarebbe andata nel 2003: due giorni prima della sua morte il Curtis Institute of Music le assegnò una laurea ad honorem.

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