Murder Ballads di Nick Cave & The Bad Seeds, 25 anni dopo

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Introduzione alle Murder Ballads

Come molti già sapranno, dal 25 febbraio è disponibile il nuovo album di Nick Cave intitolato Carnage ma, pur essendo meritevole di attenzione, in questi giorni ci sembra giusto e doveroso tributare omaggio a un altro disco che ha segnato profondamente la carriera del nostro e che ha da poco compiuto 25 anni.  

Il 20 febbraio 1996 usciva, infatti, quello che sarebbe diventato – ed è a tutt’oggi – l’album più venduto di Nick Cave & the Bad Seeds, dal titolo tanto inquietante quanto semplice e chiarificatore, ovvero Murder Ballads.

L’idea alla base del disco, nata quasi per scherzo, vista la spiccata inclinazione del gruppo a trattare certi temi, era quella di realizzare un vero e proprio concept album interamente dedicato alle cosiddette “ballate dell’omicidio” – traduzione italiana che purtroppo non rende giustizia alla lunga tradizione anglosassone a cui queste canzoni “maledette” afferiscono. Le ballads da cui derivano le canzoni di Nick Cave, infatti, nulla hanno a che vedere con le ballate di matrice sanremese della canzone italiana, né con il concetto di “ballad” divenuto d’uso comune con l’esplosione di certo hard rock di fine anni ‘80-inizio anni ‘90 (grazie soprattutto a super hit come Every Rose Has Its Thorn dei Poison e Don’t Cry dei Guns’n’Roses)No, i cerchi concentrici di queste canzoni secolari sono molto più antichi e affondano le proprie radici nella tradizione folklorica delle ballate cantate nel medioevo in Irlanda e Inghilterra, per poi salpare alla volta del nuovo mondo. Sezionando il tronco di queste canzoni possiamo seguire le loro linee melodiche concentriche e risalire attraverso i secoli fino ad arrivare alle storie che vi hanno dato origine e che in esse risuonano come monito o avvertimento del male.

Una Murder Ballad, infatti, può essere definita come una “canzone narrativa” che mescola dialoghi e racconto in terza persona, in cui l’elemento centrale della narrazione è rappresentato da un omicidio, che a una prima analisi può sembrare di natura passionale, ma che spesso, in realtà, è privo di un movente vero e proprio, che non sia il male stesso (oppure un miserabile tentativo misogino di affermare il predominio del maschile sul femminile – per chi volesse approfondire questo tipo di analisi rimandiamo alla lettura di due saggi: Poor Pearl, Poor Girl!: The Murdered-Girl Stereotype in Ballads and Newspapers di Anne B. Cohen e This Murder Done: Misogyny, Femicide and Modernity in 19th Century Appalachian Murder Ballads di Christina Ruth Hastie.). Nella maggior parte dei casi, infatti, le murder ballads – prendendo spunto da episodi di cronaca nera realmente accaduti, o a volte anche semplicemente inventati, rielaborati e addirittura mitizzati – raccontano l’assassinio violento di una giovane donna da parte di un uomo (Murdered-girl ballads), sebbene, come vedremo anche tra i brani di Nick Cave, esistano delle eccezioni più rare in cui questo schema viene ribaltato ed è la donna a uccidere l’uomo.  Altra variante diffusa è poi quella rappresentata dalla narrazione delle “gesta” di criminali e fuorilegge, i cui delitti efferati si traducono spesso in vere e proprie stragi che vanno a colpire indiscriminatamente donne, uomini e bambini/e (Ballads about Criminals and Outlaws).

Ma una caratteristica comune a tutte queste ballate, da tenere bene a mente onde evitare di associare tali comportamenti violenti al suo cantore, è che chi canta queste canzoni non è altro che “un mero narratore di eventi con i quali non ha personalmente alcuna connessione e per i quali non ha responsabilità “ (cfr. Cecil James Sharp in English Folk Songs from the Southern Appalachians.).L’autore è sconosciuto. Non è presente. Non siamo nemmeno sicuri che sia mai esistito”, ribadiscono Helen Child Sargent e George Lyman Kittredge nel loro English and Scottish Popular Ballads.

Un altro aspetto fondamentale, infine, è la totale mancanza di coinvolgimento emotivo o di giudizio morale. Nelle murder ballads viene raccontato un omicidio nella sua estrema brutalità. Punto. Tutto il resto viene lasciato nelle mani, anzi nelle orecchie e nella mente, dell’ascoltare.

La versione di Nick Cave – Dal Paradiso Perduto al Gangsta Rap passando attraverso la banalità del male

Naturalmente nel caso delle murder ballads di Nick Cave l’autore è (arci)noto, ma il rifacimento alla tradizione di cui sopra è talmente palese e profondo da evitare qualunque insinuazione o accusa di comportamenti o pensieri violenti nei suoi confronti. Anzi, come si diceva pocanzi, prendendo in esame le varie canzoni del disco è possibile risalire lungo il filo rosso del sangue fino alle loro origini storiche.

L’apertura dell’album è affidata a un brano dal titolo volutamente fuorviante come Song of Joy, nel quale l’unica vera gioia sarebbe quella di non addentrarci oltre, non accettare l’invito che Nick Cave ci sta offrendo attraverso la voce di un terzo narratore. Il brano, infatti, narra la storia di un viandante vagabondo che bussa alla porta di uno sconosciuto chiedendogli riparo per la notte:

Abbiate misericordia di me, signore
E consentitemi di disturbarvi
Non ho un posto dove stare
E ho freddo fino alle ossa

Inizia così a raccontare la sua tragica vicenda famigliare segnata dalla morte della moglie di nome Joy e delle loro tre figlie, tutte brutalmente uccise da uno sconosciuto che firmava i suoi delitti scrivendo col sangue delle vittime alcuni versi tratti da Il Paradiso Perduto di John Milton:

In my house he wrote “his red right hand”

Chi è avvezzo alla simbologia caveiana saprà benissimo che la “mano destra rossa”  è un’immagine che ritorna spesso: nel disco precedente, Let Love In,  c’era una canzone che si intitolava proprio Red Right Hand e pure questa prima murder ballad, essendo il suo ipotetico seguito, in origine si sarebbe dovuta intitolare semplicemente Red Right Hand II – inoltre lo stesso blog di Nick Cave aperto nel 2018 per instaurare un filo diretto con i suoi fan si chiama The Red Hand Files.

Il riferimento letterario riguarda un passaggio de Il Paradiso Perduto in cui uno degli angeli ribelli, bannati dal paradiso insieme a Satana, invita gli altri diavoli a non provocare ulteriormente Dio, altrimenti la sua “mano destra rossa” si abbatterà su di loro (NB: anche nel nuovo album c’è la mano di Dio che scende minacciosa dal cielo fin dal brano di apertura che si intitola per l’appunto Hand Of God. Coincidenze? Io non credo: tu chiamale se vuoi ossessioni).  

Si tratta, dunque, di una sorta di punizione/giustizia divina. È in questo modo che l’assassino giustifica i suoi delitti. Non è lui il colpevole, quello che mette in atto è semplicemente il volere di Dio.

Mano a mano che si va avanti nella canzone appare sempre più chiaro che è il narratore stesso a essere l’assassino della sua famiglia. Questo passaggio di senso è agevolato anche da altre due citazioni di Milton che ricorrono ancora nel mezzo e alla fine della canzone:

  • Una, tratta sempre da Il Paradiso Perduto, è la frase pronunciata da Satana quando viene cacciato dal paradiso per finire all’inferno – “Addio campi felici / Dove la gioia regna sovrana in eterno/ Salute a voi orrori, salute a voi” – buttata lì in mezzo quasi come un cattivo presagio caduto anch’esso dal cielo a preannunciare il passaggio dalla serenità famigliare alla morte violenta.
  • L’altra è tratta dal dramma tragico del 1671 Sansone Agonista, nel momento in cui l’eroe lamenta il suo triste fato: “The sun to me is dark / And silent as the moon…” ma mentre la frase originale prosegue seguendo l’ipotetico nascondiglio della luna (When she deserts the night / Hid in her vacant interlunar cave), nella canzone di Cave, il narratore, di cui ormai è chiaro non ci si possa fidare, ripete la richiesta iniziale:

Avete, signore, una stanza?
Mi invitate a entrare?

Il brano, privo di ritornello e di ganci melodici, è cupo e tetro proprio come l’immagine di copertina del disco, in cui vediamo una casa isolata immersa in un bosco oscuro. È lì dentro che Nick Cave e il suo narratore poco affidabile ci stanno invitando a entrare come se fossimo sulla soglia di una sorta di casa degli orrori? Oppure forse noi siamo già lì dentro, trincerati nella nostra finta sicurezza e la morte è là fuori ad attenderci? Molto probabilmente entrambe le cose. È un doppio invito, infatti, quello posto dal brano di apertura: a varcare la porta di un disco infernale e a lasciare entrare dentro di noi tutta la sua oscurità.

Il viaggio all’interno di questa selva oscura prosegue con il secondo brano in scaletta dedicato alla figura di Stagger Lee, la cui leggenda di criminale spietato cominciò a circolare negli Stati Uniti all’inizio del ‘900 sotto vari nomi (“Stagolee”, “Stack-O-Lee” e altre varianti). Si tratta, in realtà, di un personaggio ispirato a un criminale afroamericano realmente esistito di nome Lee Shelton, la cui storia di base è semplicissima: un giorno entra in un bar, litiga con un tizio che voleva rubargli il cappello, gli spara, si riprende il cappello e se ne va. Da questo episodio nasceranno numerosissime versioni della storia, e altrettante canzoni (da Woody Guthrie e Bob Dylan ai Clash e The Black Keys, ma la lista completa è lunghissima), arricchite di talmente tanti dettagli crudeli ed esagerati – si diceva che persino il diavolo avesse paura di lui – da rendere Stagger Lee una sorta di santino di tutti i criminali e i fuorilegge afroamericani dello stato. Un mito al contrario che col tempo sarebbe diventato l’archetipo dell’uomo duro che non deve chiedere mai, quello che si prende ciò che vuole con la forza e se ne frega della legge: in sostanza, quell’espressione machista che sarebbe andata di moda nei ghetti statunitensi degli anni ’80 e ’90 e da cui sarebbe poi emerso il modello musicale di tutto il gangsta rap a venire, dagli N.W.A. a Tupac e Biggie Small. Non è affatto un caso, quindi, che anche il sound della canzone di Nick Cave sia ispirato al rap e in particolare a quello del gruppo texano Geto Boys, sporco di funky e caratterizzato da testi e temi ultra-violenti.

L’altra tradizione afroamericana da cui prende spunto Nick Cave per la realizzazione del brano è quella dei cosiddetti toasts, sorta di brevissime perfomance narrative recitate per strada o nei bar e aventi per oggetto “imprese eroiche” interne alla comunità urbana.

In particolare uno di questi cosiddetti toast recitava:

Well bartender it’s plain to see
I’m that bad motherfucker named Stagger Lee

Questa frase viene ripresa pari pari anche dal brano di Nick Cave, all’interno del quale l’utilizzo della parola “motherfucker” e delle sue varianti è così frequente da risultare quasi nauseante, tanto quanto la volgare malvagità del suo protagonista:

Yeah, I’m Stagger Lee and you better get down on your knees
And suck my dick, because If you don’t you’re gonna be dead

Un terzo brano di fondamentale importanza per comprendere a pieno tutta l’inquietudine del disco è quello dedicato alla maledizione di Millhaven (The Curse Of Millhaven), il cui ritmo accelerato e scellerato riproduce il cervello psicopatico della ragazzina protagonista di tutti gli omicidi della canzone: un crocevia impazzito che mescola la trilogia della rosa blu di Peter Straub con il Maine immaginato di Stephen King e l’erba cattiva di William March – il cui romanzo del ’54 fu anche quello che diede lo spunto per il nome della band del Re Inkiostro,The Bad Seeds appunto. In particolare, proprio all’interno di quest’ultimo romanzo, c’è un discorso tra la madre della ragazzina che cerca di capire i comportamenti della figlia e l’amico psichiatra, in cui è racchiuso (forse) anche tutto il senso di questo disco:

“É solo che alcune persone sono erbacce cattive. Semplicemente cattive fin dal principio. E non c’è niente che le possa cambiare”.

È in sostanza “la banalità del male” della filosofa tedesca Hanna Arendt, secondo la quale il male non ha profondità:

“Il pensiero cerca di raggiungere la profondità, di andare alle radici, e, nel momento in cui cerca il male, è frustrato perché non trova nulla. Questa è la sua “banalità”.

Proseguendo ulteriormente nell’ascolto, il disco risulta talmente tanto ricco di spunti e rimandi che ci vorrebbe un intero saggio per parlarne in maniera esauriente, e infatti c’è, Murder Ballads di Santi Elijah Holley, alla cui lettura vi rimandiamo per approfondire quanto detto finora e scoprire i misteri oscuri del male che si celano dietro alle altre canzoni:

  • PERICOLOSE, come la gentilezza ingannevole degli sconosciuti di The Kindness Of Strangers che ribalta la vecchia Stranger Than Kindness contenuta sull’album Your Funeral…My Trial ;
  • TERRORIZZANTI, come la strage vendicativa di Crow Jane , nella cui storia si incrociano le violenze di genere e le discriminazioni razziali (cfr. Jim Crow);
  • SHOCKANTI, come la violenza immotivata che degenera in una strage in un bar (O’ Malley’s Bar);
  • AFFASCINANTI, come Lovely Creature, forse la più misteriosa di tutte non solo per il testo privo di alcuni riferimenti basilari della storia, ma anche per via della sua struttura, quasi uno spoken word su fondo musicale alla Massimo Volume  che si (es)stende lungo i bordi di una natura pullulante di cose diaboliche.

Da Kilye Minogue a Pj Harvey – La morte non è la fine

Ma non potendoci soffermare su tutte queste canzoni in maniera approfondita, chiudiamo con quelle che – anche grazie ai due video ufficiali e alle due chanteuse d’eccezione che vi hanno preso parte – rappresentano il cuore (malato) del disco: Where The Wild Roses Grow con Kilye Minogue e Henry Lee con Pj Harvey.

Il primo brano fu anche il primo singolo che lanciò l’album verso il successo commerciale, grazie soprattutto al video di Rocky Schenck che affiancava la dannazione eterna di Nick Cave, nel ruolo dell’assassino, alla purezza destinata a diventare altrettanto eterna di Kilye Minogue, nel ruolo della vittima. La canzone è dichiaratamente ispirata a un’altra vecchia ballata assassina “Down In The Willow Garden” (appartenente alla tradizione appalacchiana, ma di probabile origine irlandese) in cui una donna di nome Rose Connolly viene uccisa dal suo corteggiatore, che prima la avvelena e poi l’accoltella, depositando infine il suo cadavere lungo il fiume. Sebbene si tratti sempre di una murdered-girl ballad, in questa moderna versione di Nick Cave c’è un elemento di innovazione rappresentato dal fatto che stavolta è la donna uccisa, interpretata da una Kylie Minogue in versione eterea e fantasmatica, a raccontare la storia dalla sua prospettiva. Nel video la vediamo volteggiare in campi lucenti di rose sospese a mezz’aria (ovvero il paradiso secondo Mtv) per poi aprire la narrazione con le seguenti parole:

“They call me The Wild Rose/ But my name was Elisa Day”.

Per la prima volta nella storia delle ballate assassine la vittima torna dalla morte come un fantasma per raccontare la sua storia e reclamare la sua vera identità. Ma ciononostante Elisa Day rimane comunque una rosa selvatica destinata a sanguinare e morire lungo il fiume, non per una qualche ragione legata al precedente rapporto tra i due amanti, ma semplicemente per la disturbante convinzione dell’assassino che ‘tutta la bellezza deve morire’.  Come sottolineato da Ingrid Fernandez nel suo “The Corpse Bride: Ideal Beauty and Domestic Degradation in the Work of Nick Cave and the Bad Seeds,” permane quindi una sorta di romanticizzazione della donna nella sua morte come momento estremo in cui si compie la sua più fulgida bellezza. Una morte estetizzata che si tenterà di riprodurre anche nel video del brano, ricalcando il quadro di John Everett Millais che ritrae l’Ophelia dell’Amleto di Shakespeare distesa nel fiume.

Un’immagine che ricorda anche la copertina di To Bring You My Love di Pj Harvey, protagonista del secondo magico (e tragico) duetto dell’album, intitolato Henry Lee.

Anche in questo caso si tratta di una canzone che rimanda a un’altra vecchia (e omonima) murder ballad contenuta nella famosa antologia “Anthology of folk song”, vera e propria bibbia dei cantautori folk americani, sebbene volendo si possa risalire ulteriormente lungo questo infinito fiume della morte per giungere alle origini inglesi del brano, conosciuto in terra d’albione con altri nomi quali Earl Richard oThe Proud Girl.

La versione di Cave ne cambia sia il testo che la musica trasformando il brano in una sorta di valzer della morte ricavato sostanzialmente suonando lo stesso tema di The Curse of Millhaven al rallentatore. Ne mantiene, tuttavia, intatta la sua sostanza che consiste in un vero e proprio ribaltamento dei ruoli di genere, nel tentativo di estirpare non le famose “erbacce” di cui sopra, ma quanto meno la misoginia insita nella tradizione della classica murder ballad. La storia, più volte rimaneggiata, e a seconda dei casi più o meno arricchita di dettagli, racconta di un cavaliere ucciso da una donna che lo attira a sé con l’inganno, per poi pugnalarlo al cuore. Il video ufficiale li ritrae come due amanti seduti su una panchina che fanno l’amore con le parole, gli sguardi o i semplici gesti delle mani che piano piano si trasformano in una danza sensuale fino a raggiungere il climax con un bacio che simboleggia la coltellata finale:

Si sporse dallo steccato
Disse che era solo per un bacio
E con il coltello che teneva in mano
Lo trapassò più e più volte

Quest’ultimo omicidio assumerà ulteriori significati metaforici in quanto l’uccisione di Nick Cave da parte di PJ Harvey avverrà anche a livello sentimentale, dopo una breve ma intensa relazione tra i due, che lascerà il cantante australiano letteralmente devastato dal dolore – al punto che tutto questo si tramuterà anche in una sorta di uccisione artistica e conseguente rinascita incamerata nell’album successivo, The Boatman’s Call,  dove Nick Cave per la prima volta tirerà giù la maschera e parlerà apertamente dei propri sentimenti e delle proprie sensazioni senza ricorrere a stratagemmi narrativi, come aveva sempre fatto in tutti i dischi precedenti.

Un’evoluzione che arriverà fino ai giorni nostri con gli ultimi album dedicati alla tragica morte del figlio, con il quale Cave ormai sembra tentare di comunicare attraverso la sua arte. “La Morte favorisce coloro che favoriscono la Morte”, scriveva Nick Cave nel suo album di esordio con i Bad Seeds del 1986, From Her To Eternity. Dieci anni più tardi, nel brano conclusivo delle sue Murder Ballads  dirà che “La morte non è la fine” (Death is not the end).

Per un artista che come lui, volente o nolente, ci ha sempre avuto a che fare, la morte è una porta, come la musica, da Lei all’eternità.

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