Sulle tracce del “Maestro del Trionfo della Morte”

Oggigiorno nelle scuole quando ci si accinge, nelle ore di storia dell’arte, a trattare l’immancabile tema del morte nell’arte medievale, si dà per scontato che l’autore di quello che è forse l’affresco più iconico e rappresentativo del genere – il Trionfo della Morte del Camposanto di Pisa, in Piazza dei Miracoli – sia identificabile con Buonamico Buffalmacco, il pittore burlone citato in numerose novelle trecentesche, ad esempio dal Boccaccio nella famosa novella di Calandrino (Decameron VIII, 3) e dal Sacchetti (Trecentonovelle, 136).

Quello che in molti ignorano è che la paternità degli affreschi sulla parete sud del Camposanto è stata al centro di intensa discussione tra gli storici dell’arte, in una tenzone che si è protratta fino alla seconda metà del secolo scorso. L’opera che qui si intende prendere a punto di riferimento reca la firma di Luciano Bellosi (1936-2011), strenuo sostenitore dell’identità tra il nostro “Maestro del Trionfo della Morte” e Buonamico Buffalmacco, personaggio le cui notizie biografiche sono perlomeno controverse.

Bellosi confuta le teorie che attribuirebbero gli affreschi della parete sud del Camposanto di Pisa a Francesco Traini, pittore del primo ‘300 conteso tra gli stilemi della scuola pisana e quella senese, intorno al 1350 ( < Millard Meiss, 1904-1975) o a un anonimo pittore emiliano, più precisamente bolognese, intorno al 1360 ( < Roberto Longhi, 1890-1970). L’argomentazione procede attraverso l’analisi degli stilemi principali del Trionfo della Morte (oltre agli altri due affreschi attribuiti al medesimo pittore, ossia la Tebaide e il Giudizio Finale) e il confronto con gli affreschi del Battistero di Parma e di San Paolo a Ripa d’Arno, riconducibili al medesimo pittore per identità stilistica. L’ipotesi Traini, oltre che per mancanza di prove sufficienti, viene scartata a causa della troppa differenza stilistica tra il raffinato Traini e il modo sommario e rapido di condurre la pittura negli affreschi del Camposanto.

Un primo passo di avvicinamento verso l’identità tra il “Maestro” e Buffalmacco avviene grazie all’attribuzione a quest’ultimo di alcuni affreschi all’interno del Duomo di Arezzo ( < Pier Paolo Donati, 1967), dando credito alle notizie fornite da Giorgio Vasari nella sua Vita di Buffalmacco ma, soprattutto, quelle fornite da un documento più attendibile del 1341. Confrontando gli stilemi degli affreschi aretini con quelli del Camposanto di Pisa, Bellosi giunge a identificare il pittore del Duomo di Arezzo con il “Maestro”, ossia Buffalmacco. La tesi è rafforzata dalla testimonianza di Lorenzo Ghiberti nei suoi Commentarii (messa in evidenza da Henry Thode, 1857-1920), nei quali asserisce che Buffalmacco operò a lungo nel Camposanto di Pisa. Sempre nei Commentarii viene riferito che Buffalmacco lavorò anche a Bologna, fatto che chiude l’argomentazione sull’attribuzione. Per risolvere il nodo della datazione (tradizionalmente collocata dalla critica tra il 1350 e il 1360, quando Buffalmacco sarebbe morto entro il 1348), Bellosi conduce una colorata digressione sul vestiario riscontrabile nei dipinti di Buffalmacco rispetto alla moda della prima metà del XIV secolo, prendendo in esame altre opere, tra cui il Guidoriccio da Fogliano di Simone Martini, il cui abbigliamento appare molto vicino a quello di uno dei tre giovani del “dialogo tra i vivi e i morti” situato nell’angolo in basso a sinistra degli affreschi pisani: in questo modo Bellosi giunge a circoscrivere la data dell’opera in un periodo che va dagli anni ’20 agli anni ’40 del XIV secolo.

A questo punto, viene ripercorsa l’attività di Buffalmacco e discussa la sua origine fiorentina alla luce della lontananza degli affreschi del Trionfo della Morte dalla cultura figurativa della scuola di Firenze. Bellosi scioglie il nodo a partire dalla cronologia delle opere di Buffalmacco citate fino a questo punto: posto che la formazione del pittore sia fiorentina, gli affreschi Pisa sarebbero preceduti da quelli del Battistero di Parma, da quelli di Arezzo, di San Paolo in Ripa d’Arno e il soggiorno bolognese, periodo a cui risalgono i lavori più vicini agli affreschi del Camposanto di Pisa. In conclusione, il Trionfo della Morte viene datato al 1336, anno in cui è documentata la presenza di Buffalmacco a Pisa ( < Peleo Bacci, 1869-1950). È sicuramente suggestivo pensare che un artista possa divenire personaggio così iconico da influenzare l’immaginario del suo tempo a tal punto da venire inserito, sotto le spoglie di pittore scaltro e burlone, in due delle più famose opere novellistiche del Medioevo; ma non v’è da stupirsi considerando la macabra bellezza degli affreschi del Camposanto di Pisa, opera che forse più di qualunque altra incarna senza contraddizione la paura della morte, della peste, della guerra e lo spirito di apotropaica ironia con cui a questi temi si guardava in quei secoli bui e fulgidi insieme.

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