The Future Bites: distopia e perdita d’umanità nel nuovo album di Steven Wilson

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Con il suo sesto album da solista, Steven Wilson ha raggiunto un livello tale di maturità e di consapevolezza, da permettergli di fare la musica che vuole. L’ex leader dei Porcupine Tree vuole esplorarla in tutte le sue sfaccettature, per poter così PROGredire nel suo percorso artistico da “eterno studente” e, cosa più importante, non rimanere imbrigliato nell’etichetta di alfiere moderno del progressive rock. A questo aggiungiamo la sua capacità di osservare ciò che avviene nella società e di raccontarlo nei suoi dischi ed abbiamo The Future Bites. Un album che ruota attorno a dei concetti cari a quella distopia presente nei libri e nei film, anche se purtroppo la realtà sembra aver superato ogni possibile immaginazione. Il consumismo iper compulsivo, lo smartphone a cui gli occhi sono rivolti supplicando un like, mentre una volta si sarebbero accontentati di osservare le stelle.

Se gli occhi sono lo specchio dell’anima, allora possiamo dire di essere veramente caduti in basso. Basti pensare a come una delle nostre preoccupazioni quotidiane sia di rimanere connessi con qualsiasi dispositivo, a discapito della connessione con noi stessi. Abbiamo un vuoto dentro che crediamo di poter colmare con lo shopping più sfrenato, mentre non facciamo altro che aumentarlo. Siamo diventati egotici da far schifo, narcisi a tal punto che non ce ne fregherebbe nulla di formare una fila solo per il gusto di scattarci un selfie da condividere. Inoltre, non riusciamo più ad osservare e ad osservarci. La cecità ci ha contagiato, mostrando il peggio di noi, solo che non riusciamo a vederlo. Ci stiamo rinchiudendo sempre di più nei canali virtuali perdendo di vista la realtà.

Che fine hanno fatto i canali sociali di una volta? Guardarsi negli occhi l’uno con l’altro, chiamare qualcuno per sentire come sta, e non per esporre il proprio elenco ipernarcisistico da vomitare all’interlocutore. Pensiamo solo a noi stessi e ad alimentare la nostra voglia morbosa di essere al centro dell’attenzione.

Torniamo del disco. Dopo Unself, il brano di apertura, che con la sua breve durata è una sorta di introduzione, è la volta di Self. Le sue tematiche sono l’egoismo e il narcisismo che ci disconnettono dalla realtà. Al contrario, il brano è estremamente connesso, con una chitarra al vetriolo ed un sound avvolgente che strizza l’occhio all’elettronica. King Ghost è sensuale, sincronizzata alla perfezione in ogni suo movimento, per un amplesso sonoro estremamente ipnotico. Influenze Trip Hop, il falsetto di Wilson che si fonde alla meraviglia con l’elettronica, per una canzone veramente suggestiva. In 12 Things I Forgot, invece, Steven ripensa agli anni migliori della sua vita, quelli della giovinezza, e lo fa con una canzone semplice, malinconica, nostalgica e forse neanche alla Steven Wilson per quanto è “ordinaria” e senza sussulti, ma che tutto sommato si lascia ascoltare. In Eminent Sleaze ritornano le chitarre ed è un evento, dato che in The Future Bites, a differenza degli album precedenti, sono in “secondo piano”.

Gli strumenti sono mixati perfettamente con l’elettronica. Ci sono gli archi della London Session Orchestra, il fender Rhodes dagli echi floydiani, un testo tagliente, dove al centro c’è il potere di quegli uomini disposti a tutto pur di farsi obbedire dagli altri. Tutti questi elementi lo rendono un brano interessante da ogni punto di vista. Sarà curioso ascoltarlo dal vivo e speriamo che ciò avvenga presto, magari ad ottobre nelle tre date italiane del tour di The Future Bites -Milano, Firenze e Roma.

Man of The People è una ninna nanna atmosferica e spaziale e ascoltandola si pensa alla bravura di Steven Wilson nel conferire ai suoi brani -anche quelli di breve durata rispetto ai suoi standard- una certa complessità e stratificazione sonora. In questo senso Man Of The People non fa alcuna eccezione.

Personal Shopper è il capolavoro del disco. Elettronica, un beat riempi pista alla Chemical Brothers per un viaggio che non vi lascerà per nulla indifferenti, un po’ come il black friday, o le offerte Amazon che vi spingono a comprare qualsiasi cosa. Ma tutto questo ci serve? Boh! Nel dubbio però compriamo, lasciamoci contagiare da questa frenesia, la stessa che si ripercuote nel brano. Poi, a metà di questo viaggio subentra la stasi: la chitarra acustica, la voce di Elton John, -e qui la finezza dato che Sir Elton è notoriamente conosciuto per essere un fan dello shopping più sfrenato- che elenca i prodotti più disparati che si comprano: dal cofanetto deluxe, alla crema anti età, per poi ripartire nuovamente in quel ritmo incalzante e spietato che è la cifra di Personal Shopper. Una canzone che non fa sconti, anzi, ci fa capire che per quante cose compreremo, non troveremo mai la completezza. “Certe cose non hanno prezzo”, mentre per tutto il resto c’è una carta di credito pronta ad essere utilizzata per l’ennesimo acquisto inutile.

Follower è un brano per nulla esaltante e a mio modesto avviso il momento debole del disco, per quanto le canzoni di The Future Bites siano tutte di ottimo livello. Siamo quasi alla conclusione di questo disco, un viaggio dove possiamo constatare di essere peggiorati da un certo punto di vista. La tecnologia ha migliorato le nostre vite, ma un uso compulsivo dei social, questa iper velocità a tutti i costi, ce le ha stravolte, soprattutto dal punto di vista psicologico. Non abbiamo più voglia di fare niente, forse se potessimo fare l’amore con un app capace di procurarci piacere, faremmo anche questo. A questo servono le opere d’arte, a farci riflettere e in tal senso The Future Bites è un disco notevole.

Prima che cali il sipario però, c’è The Count of Unease. È una canzone meditativa, una di quelle da ascoltare perdendo la cognizione del tempo per lasciarsi trasportare dalle emozioni. La chiusura perfetta, un momento di sollievo, di respiro che è quello di cui tutti noi avremmo bisogno. Nonostante non sia il suo capolavoro, Steven Wilson ha fatto centro un’altra volta. D’altronde il musicista inglese non intende più la pubblicazione di un disco come un motivo di ansia da prestazione, ma un’occasione per alzare di più l’asticella dell’azzardo. Così, Steven ha preso la rincorsa ed ancora una volta il suo Fosbury è stato impeccabile e senza sbavature.

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