Il Segno del Comando: il primo sceneggiato esoterico della Rai

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È ormai da quasi un anno che, costretti a casa dalla pandemia, riscopriamo nuovi ed antichi programmi televisivi, grazie agli ormai facili e dilaganti accessi tramite piattaforme private e nazionali. Tra questi, un posto di assoluto rilievo merita Il segno del Comando, lo sceneggiato forse più famoso tra le produzioni della Rai, andato in onda nella tarda primavera del 1971.

La parte più corposa del soggetto di quello che sarebbe diventato Il Segno del Comando era stata già elaborata nel 1968 da un gruppo di sceneggiatori formato da Dante Guardamagna, Flaminio Bellini, Lucio Mandarà e Giuseppe D’agata.

Dopo due anni di difficile collaborazione, i primi tre rinunciarono al progetto, lasciando il campo libero al solo d’Agata che si dedicò a mesi di preparazione e di studio, prima della versione finale che sarebbe stata, poi, girata a Roma e a Napoli, con la netta prevalenza degli studi televisivi partenopei.

Per la prima volta, nella sua storia, la televisione italiana affrontava temi esoterici e riguardanti il tema dell’occulto, con audaci riferimenti allo spiritismo ed alla reincarnazione (per chi vorrà guardare le cinque puntate dello “sceneggiato”, dovrà seguire con particolare attenzione due sequenze di personaggi storici ed inventati, a partire dal Settecento: Vitali/Byron/Powell, Cagliostro/Oberon/Anchisi).

In una Roma onirica e struggente, sospesa tra il fascino del passato ed una modernità ancora immatura della fine degli anni Sessanta e dell’inizio del decennio successivo, si dipana una vicenda intricata e misteriosa, resa ancora più affascinante dai chiaroscuri creati dalle inevitabili riprese in bianco e nero dell’epoca.

Il protagonista, interpretato da un ottimo e composto Ugo Pagliai, è il professor Edward Forster, uno dei massimi esponenti europei sulla controversa ed oltremodo interessante figura di Lord Byron, di cui daremo alcuni cenni in seguito.

Forster, stimato ed accreditato accademico londinese, riceve una lettera da un tal “Tagliaferri” contenente una fotografia che raffigura una piazza della capitale italiana, delineata con dovizie di particolari in uno dei diari dell’avventuriero ed instancabile viaggiatore Byron. Forster è convinto che, nella realtà, quella piazza non esista e che, invece, Lord Byron avesse adoperato una sorta di linguaggio simbolico per raccontare a pochi eletti una straordinaria esperienza vissuta nella città eterna.

Quando arriva a Roma, il docente inglese apprende che il mittente della lettera con la fotografia è un pittore morto da un secolo e scopre con stupore che nessuno gli sa indicare dove si trovi la piazza riprodotta nell’immagine, neanche gli abitanti più esperti della capitale. Nella presunta abitazione del pittore, Forster incontra, invece, una donna dal fascino irresistibile, quanto sfuggente, Lucia, interpretata da una bravissima Carla Gravina, che lo accompagnerà in giro per Roma, con apparizioni saltuarie e significative, al punto che fino al soprendente epilogo, il professore si chiederà se esista davvero o se sia soltanto un prodotto della sua fantasia.

Non a torto, Il Segno del Comando è stato definito uno sceneggiato (al giorno d’oggi sarebbe denominato fiction) di genere “parapsicologico”, comprendendo una vasta gamma di elementi, per la verità presentati in maniera piuttosto confusa e caotica, ma che saranno sviluppati dalla letteratura e dalla cinematografia dei decenni successivi. Alla grande suggestione abilmente provocata da scene ricche di sfumature multiformi e di suspence, non corrisponde una rigida coerenza narrativa, forse per le preoccupazioni dei dirigenti televisivi di non presentare un prodotto esclusivamente noir e fantastico, come era stato il grande successo francese di qualche anno prima, Belfagor, ma di temperare “il clima” con l’innesto di ingredienti da film giallo e di spionaggio.

Senza entrare troppo nei dettagli, per non lasciare il piacere della visione del celebre sceneggiato facilmente individuabile su Raiplay, anticipo che il finale lascia il racconto ancora in sospeso, in modo che lo spettatore possa tirare le proprie conclusioni con la forza dell’immaginazione. Per la verità, la scelta dell’epilogo fu abbastanza travagliata e sembra che ne siano state elaborate quattro o cinque versioni, prima del confezionamento definitivo della sceneggiatura.

Alcune interviste rivelarono che certi interpreti fecero pressione sul regista Daniele D’Anza, affinchè fosse perfezionato un epilogo “magico” ed “onirico”, in linea con l’intera trama della storia.

Gli indici di ascolto furono straordinari per l’epoca: si stima un indice medio di circa 15 milioni di telespettatori a puntata, incuriositi ed affascinati da una proposta assolutamente alternativa da parte della televisione di stato.

La sigla finale, all’apparenza un’ingenua canzone pop, ma significativa per introdurre nei vicoli del centro storico della capitale e per fare da sfondo alle fugaci visioni della bella Lucia, fu scritta da Fiorenzo Fiorentini e da Romolo Grano, rispettivamente per il testo e per la musica, nonché cantata da Nico Tirone, il leader del gruppo beat “Nico e i Gabbiani”. Alcuni anni dopo il brano è stato reinterpretato dal famoso cantante romano Landi Fiorini.

Sulla scia del successo dello spettacolo televisivo, Giuseppe D’Agata nel 1987 rimodulò la sceneggiatura, per ottenere un romanzo dallo stesso titolo, pubblicato dapprima da Rusconi e rieditato nel 1994 nei Tascabili Economici da Newton Compton Editori. Si tratta di uno dei pochi casi di opera audiovisiva diventata successivamente letteraria, a differenza del processo consueto che vede la trasposizione cinematografica o televisiva di libri di successo.

Il romanzo, diffuso tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta, pur non essendo diventato un best seller, ha il pregio di riproporre l’epilogo originario voluto da D’Agata e di sciogliere alcuni nodi narrativi, risolti in alcuni punti troppo sbrigativamente nel cprso dello sceneggiato.

Intorno agli indiscussi protagonisti, Edward e Lucia, interpretati da Ugo Pagliai e Carla Gravina, a cui abbiamo già accennato, gravitano una serie di personaggi misteriosi e sospesi in diverse dimensioni spazio-temporali, come l’enigmatico diplomatico George Powell (Massimo Girotti), la stravagante Olivia (Rossella Falk), l’audace Barbara (Paola Tedsco), lo sfuggente Carlo Hintermann (Lester Sullivan) o l’imprevedibile principe Raimondo Anchisi (Franco Volpi).

Nell’estate del 1988, sotto l’egida di Fininvest, furono girate le scene del remake con lo stesso titolo Il segno del comando, per la regia di Giulio Questi e Robert Powell, affiancato da Elena Sofia Ricci, come interpreti principali, ambientato a Parigi. Questo “film tv” molto diverso dalla versione originale e molto meno suggestivo fu trasmesso per la prima volta nel 1992 in un’unica puntata di circa novanta minuti, a differenza del progetto iniziale che aveva previsto due puntate, per una durata totale di circa 210 minuti.

Soltanto nel 2006 sul canale televisivo Fantasy ne fu trasmessa la versione integrale.

Non vi è dubbio che Il Segno del Comando sia diventato uno spettacolo cult, tanto da influenzare numerose iniziative culturali e di costume successive. Ad esempio, nel 1995 fu fondato un gruppo musicale genovese  battezzato con lo stesso nome dello sceneggiato che, nel 1997, pubblicò un album omonimo, contenente brani legati allo spettacolo televisivo (La Taverna dell’Angelo, Messaggero di pietra, Tenebrose presenze).

Come detto nella parte introduttiva, uno dei pregi più palpabili del Segno del Comando, è il viaggio attraverso luoghi reali ed immaginari di una Roma d’epoca che richiama un passato ancora più lontano. Da una parte si incontrano posti ben noti al pubblico come Via Margutta, cantata come la strada degli artisti, la panoramica Casina Valadier di Villa Borghese,la suggestiva Isola Tiberina, l’oscura basilica di Massenzio, la Biblioteca Angelica, la più antica biblioteca pubblica di Roma, dall’altro ci si imbatte in locations fantasiose, come la Taverna dell’angelo, con i suoi pittoreschi avventori, Palazzo Anchisi, emblema di una nobiltà decadente e, più di tutti, la piazza con rudere di tempio romano, chiesa rinascimentale e fontana con delfini evocata nel passato da Byron, che può corrispondere all’attuale piazza dei Coronari.

Ed è proprio sulla controversa figura di Lord Byron, lo scrittore ed avventuriero inglese del diciannovesimo secolo che viaggiò molto in Europa, soprattutto in Italia, visitando più volte Roma, che si basa l’intero impianto narrativo della vicenda. Il personaggio di Byron ha dato vita a numerose leggende, racchiudendo in sé quel fascino irresistibile dell’uomo di lettere, appassionato di scienze e di occultismo nel contempo, sospeso tra l’algida razionalità del pensiero illuminista ed i nuovi impulsi neogotici del Romanticismo.

Tra le varie opere che si attribuiscono a Byron, una in particolare ha fortemente stimolato l’immaginazione degli appassionati di esoterismo.

Si tratta di un romanzo incompiuto, The Vampire, che potremmo definirea metà strada tra due miti dell’orrore, il Frankenstein di Mary Shelley ed il Dracula di Bram Stoker. E con la Shelley, Lord Byron condivise lo stesso sfortunato epilogo dell’esistenza: la prima annegò in circostanze misteriose a Lerici, nelle acque cristalline del Golfo dei Poeti (il suo corpo fu ritrovato sulla spiaggia di Viareggio); il secondo morì a causa di strane ed improvvise febbri, durante un soggiorno in Grecia. Il masterpiece di Byron rimane, tuttavia, il Manfred, un fatale eroe di faustiana memoria, sul quale lo stesso Byron non avrebbe scommesso nulla ed, invece, destinato ad essere notevolmente apprezzato dalle generazioni successive, forse un po’ troppo sovrastimato. Il Conte Manfred, in una storia ricca di riferimenti mitologici e di simboli, cerca un’improbabile ed irraggiungibile formula che sia capace di concedergli l’oblìo dalle sue colpe, indugiando nel proprio malinconico dolore che sublima in una sorta di languido compiacimento. Se Manfred incarna gli aspetti più oscuri dell’autore, l’eroina tragica Astarte rappresenta la sua sorellastra Augusta, con la quale fu accusato di intrattenere una relazione incestuosa.

L’espediente narrativo di richiamare Byron, come regista occulto del Segno del Comando, si rivela felice ed azzeccata, proprio per l’aura leggendaria di mistero che continua a circondare la figura dell’inquieto scrittore inglese, additato come affiliato a circoli esoterici e teosofici di vario genere, nonché indicato come autore di numerose opere incompiute. Ed ecco che l’arcano manoscritto analizzato dal professor Foster, protagonista dello sceneggiato, si configura come valido presupposto della storia, arricchito dall’immagine della piazza riprodotta nella fotografia, uno dei tanti luoghi da sogno che quotidianamente Roma nasconde agli occhi troppo avidi e poco attenti dei turisti.

Oltre  a Byron, altri personaggi storici sono citati nella vicenda, come il famosissimo conte di Cagliostro, per la verità menzionato in maniera del tutto marginale ed imprecisa in alcuni passi dello sceneggiato. E’ ovvio che questa non è la sede per parlare di una figura così discussa e misteriosa e, pertanto, mi limiterò a dare qualche brevissimo dettaglio storico. Si tratta, in realtà, di Umberto Balsamo che, entrato molto giovane in convento, ne uscì presto per le sue continue violazioni delle regole. L’ex reliogso dedicò la sua esistenza alle scienze occulte ed all’alchimia, vantando eccezionali scoperte, come la pietra filosofale e l’elisir di eterna giovinezza. Dopo numerosi viaggi in Europa ed in Medio Oriente, fu condannato a morte dalla Santa Inquisizione per stregoneria, ma in extremis la pena gli fu commutata in reclusione a vita da papa Pio VI, secondo alcuni racconti, guarito da una gravissima malattia dallo stesso Cagliostro. La prigionia gli fu, comunque, fatale, in quanto perse la vita nel 1795 nella Rocca di San Leo. Per molti seguaci, il conte non sarebbe morto ed il suo spirito continuerebbe ad incarnarsi in soggetti delle generazioni successive.

Sembra quasi che il nome di Cagliostro sia adoperato nel Segno del Comando per rendere più autorevole e credibile una trama  fitta di richiami soprannaturali.

A tale proposito, trovo utile riportare una delle frasi più frequentemente citate ed attribuite all’estro del conte di  Cagliostro, che ben rappresenta l’atmosfera acronica che aleggia nelle scene del Segno del Comando: “Io non sono di nessuna epoca e di nessun luogo, al di fuori del tempo e dello spazio, il mio essere spirituale vive la sua eterna esistenza e se mi immergo nel mio pensiero, rifacendo il corso degli anni, se proietto il mio spirito verso un modo di vivere lontano da colui che voi percepite, io divento colui che desidero”.

Di difficile collocazione temporale sono altre figure citate nello sceneggiato, come il negromante ed orafo Ilario Brandani che, secondo alcune fonti, sarebbe vissuto nel quattordicesimo secolo, quando l’Europa fu funestata da una delle più terribili pandemie di peste della storia. Brandani sarebbe stato un alchimista ed un potente mago, capace perfino di evocare i morti, collocato nel diciottesimo secolo per far combaciare la narrazione con altri tasselli.

A mio avviso, le imprecisioni storiche non devono importare più di tanto nell’economia del messaggio complessivo che si può ricavare dall’innovativo spettacolo televisivo, come non sono determinanti i riferimenti più o meno fantastici ad altri personaggi come Baldassarre Vitali o al più recente Marco Tagliaferri.

In questa prospettiva, non bisogna neanche meravigliarsi troppo del fatto che la sceneggiatura sembri non soffermarsi troppo sugli aspetti filosofici o religiosi della reincarnazione, dando maggiore importanza alla comunicazione sensoriale di una sorta di energia psichica, come se si trattasse di una progressiva acquisizione di consapevolezza del proprio “io” più profondo.

Nella miniserie televisiva, se vogliamo utilizzare un linguaggio maggiormente adeguato al tempo attuale, incontriamo di frequente il simbolo della civetta, un animale dall’impronta psichedelica, molto diffuso negli ambiti dell’occultismo e della preveggenza. Si crede che questo animale sia in grado di infondere poteri magici e di mettere in contatto l’individuo con la dimensione degli spiriti. La civetta è appunto l’emblema della saggezza, in quanto la sua particolare vista le consente di osservare elementi che gli altri animali non percepiscono.

Per queste sue particolari qualità, la civetta è raffigurata sul medaglione, l’artefatto che ogni cento anni è capace di donare l’immortalità a chi è predestinato al suo ritrovamento ma che, in caso di fallimento, è condannato inesorabilmente ad una morte certa, un terribile presagio contro cui il professor Foster dovrà lottare.

Nell’atmosfera neo-gotica della città eterna, sempre stando attenti a non svelare l’intreccio della trama, non poteva mancare la musica ed, in particolare, il riferimento ad un brano musicale del diciottesimo secolo, manco a farlo apposta chiamato Salmo XVII, con l’aggiunta evocativa “della doppia morte”, una sinfonia tenebrosa ed inquietante, contentente la chiave di un oscuro segreto.

Alcune scene del Segno del Comando che allora risultarono terrificanti, al giorno d’oggi potrebbero apparire perfino ingenue ed indurre al sorriso, ma l’atmosfera genuinamente dark, senza troppe sovrastrutture tecnologiche, continua a creare un’impareggiabile contatto empatico con gli spettatori.

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